La seduta di ieri sui mercati finanziari è trascorsa a rimuginare sui contenuti veri o presunti degli accordi presi tra americani e cinesi nel famoso vertice di Osaka, mentre Trump ha spostato il bersaglio della sua aggressività sull’Europa, con l’allungamento della lista dei prodotti europei minacciati dai dazi americani.
Le borse occidentali hanno sostanzialmente vivacchiato, con segni leggermente positivi, merito della forza del settore utility, ed una seduta “inside”, cioè tutta compresa all’interno dei minimi e dei massimi della seduta del giorno precedente. Per cercare emozioni direzionali ieri si è dovuto guardare al di fuori del comparto azionario. Abbiamo assistito al forte calo del prezzo del petrolio, che ha perso quasi 3 dollari in una sola seduta, nonostante il vertice OPEC abbia confermato i tagli alla produzione oggi in vigore. Il comparto obbligazionario ci ha invece fatto vedere ancora una estensione delle quotazioni, e, di conseguenza, un calo dei rendimenti, con nuovi minimi segnati sul Bund, che è arrivato a rendere -0,37% sul decennale, ma anche sul Treasury americano, che è arrivato a 1,976%, scendendo nuovamente sotto la soglia del 2% e violando al ribasso i livelli minimi realizzati in giugno. A far da contraltare al calo di petrolio e rendimenti, abbiamo infine notato la forte ripresa del prezzo dell’oro, dopo il pullback attuato per alcune sedute. Il metallo giallo, bene rifugio per eccellenza, ha messo a segno un’impennata di quasi il 3% e superato i massimi realizzati lo scorso 25 giugno.
A ben vedere questi movimenti fanno a pugni con il film “abbiamo messo in riga la Cina” che Trump ha voluto presentarci in questi giorni. Ci mostrano invece una avversione al rischio abbastanza diffusa e non compatibile con lo scenario di rapida fine delle ostilità commerciali e di rapida ripresa della crescita globale, che vivremmo se il vertice fosse stato veramente il successo che ci hanno raccontato.
Queste 3 asset class (bond, petrolio, oro) ci stanno presentando un crescendo di preoccupazioni sulla crescita e sull’inflazione futura e scommettono su tassi più bassi, scarsa domanda di petrolio e rischi finanziari in arrivo.
Insomma, lo scenario che si percepiva su tutti i comparti, eccetto l’azionario, prima del vertice “risolutivo” tra Trump e Xi, che vedeva all’orizzonte non la fine delle ostilità commerciali, ma l’arrivo della recessione, torna a dominare, dopo il breve spot pubblicitario ad uso interno (elettorale) inscenato da Trump, con la pantomina del supervertice con il cinese Xi ed il selfie con il dittatore coreano Kim.
Quanto è compatibile questo scenario con la tranquilla permanenza in territorio di massimi assoluti da parte di SP500 e di tutto il comparto azionario globale? Per nulla.
Le divergenze clamorose di scenario che l’azionario sconta, rispetto a quello che scontano gli altri mercati, imporrebbe un dietrofront al mercato azionario, oppure una riduzione nella percezione del rischio da parte degli altri asset. Che salga tutto non ha senso, se non nell’arco di qualche seduta.
Riflette la confusione che alberga nelle menti degli operatori, accecati dall’ancoraggio percettivo ad una realtà di bull market che dura da 10 anni e che sembra interminabile.
La soluzione dell’enigma non sarà comunque immediata, poiché oggi Wall Street chiuderà anticipatamente i battenti e domani festeggerà il giorno dell’Indipendenza, con grandi parate e tanta retorica sui caduti e sui reduci delle innumerevoli guerre che hanno impegnato la superpotenza a fare da poliziotto del mondo.
Occorrerà aspettare venerdì, o forse, meglio ancora, la settimana prossima per trarre dai mercati indicazioni più affidabili di quelle che arriveranno oggi e domani.
Le borse non americane dovranno cercare altrove la guida che solitamente trovano in SP500, l’indice principe di Wall Street.
Quelle europee forse ragioneranno sulle nomine nella stanza dei bottoni dell’Unione Europea, su cui ieri pare si sia raggiunto un accordo.
La sorpresa più grande è che ai posti chiave di Presidente della Commissione UE e di Presidente della BCE siederanno due donne: la poco conosciuta Ursula Von der Leyen, tedesca della CDU e seguace della Merkel andrà al posto di Juncker, mentre a sostituire Draghi sarà chiamata la francese liberale Christine Lagarde, ora presidente del Fondo Monetario Internazionale.
Per il resto le sorprese sono poche: si conferma il dominio franco-tedesco, che occuperanno i due posti chiave; i liberali vengono adeguatamente ricompensati per il sostegno alla maggioranza anti-populista, dato che la presidenza del Consiglio europeo andrà ad uno di loro, il belga Charles Michel; la Spagna aumenta il suo prestigio a danno dell’Italia, con il socialista Josep Borrell nel ruolo di Alto Rappresentante della politica estera europea.
L’Italia viene completamente esclusa dalla sala dei bottoni, perdendo sia Draghi che Mogherini.
Per la Presidenza del Parlamento europeo le trattative sono ancora in corso. Potrebbe passare in extremis il nostro David Sassoli, candidato dal gruppo socialista. Sarebbe il gol della bandiera in una partita chiusa con 3 gol subiti (anche Tajani, che era presidente del Parlamento Europeo viene sostituito).
Il governo, trangugiato il rospo del vedere (forse) l’unico rappresentante italiano nei 5 posti chiave UE eletto nelle file del PD, si consola con il probabile rinvio della procedura di infrazione all’autunno, grazie ai giochi di prestigio contabili di Tria, che è riuscito a trovare 7 miliardi di coperture per ammansire la Commissione uscente UE.
Avremo l’estate per respirare, poi ci sarà da fare la legge di bilancio e da recuperare quasi 50 miliardi per tappare i buchi del 2020.
Chi pensa che sia finita è bene che non scambi l’intervallo per la conclusione della partita.
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