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IL GRANDE BLUFF
01/07/2019 08:45

Che Trump fosse un grande giocatore di poker, esperto nell’arte del bluff, è noto da tempo. Chi ancora si ostinasse a credergli, pensando che le parole che pronuncia dipendano da sue oneste convinzioni e vengano seguite da fatti coerenti, ha avuto nei giorni scorsi l’ennesima occasione di verificare quanto strano sia il personaggio che occupa la Casa Bianca.

Tutta la sua performance presidenziale è stata finora caratterizzata dalla semina di odio con ogni mezzo nei confronti dei suoi molti nemici, per spingere i suoi elettori ad identificarsi con il bullo che li guida e sognare una grandezza futura basata sulla menzogna e sulla fregatura del prossimo.

Ma non si può sempre e solo attaccare. Anche perché, se Trump viole ritagliarsi il posto nella storia che la sua vanagloria pretende, non si può sempre e solo prendere a calci il mondo. Allora, quando si presenta l’occasione dei grandi vertici globali, ecco che il personaggio si trasforma e mostra il lato affabile del grande statista in grado di stipulare accordi, anche a costo di rimangiarsi quel che ha dichiarato solo pochi giorni prima col coltello tra i denti e che gli ha fatto superare di molto il limite del galateo politico. Senza dimenticarsi di infiocchettare per bene la ritirata e venderla ai media come un formidabile successo politico.

Il caso dei dazi con la Cina, che ha visto al G20 di Osaka, per ora, la sua ultima puntata, è stato emblematico. Fin dalla campagna elettorale che lo ha portato alla Casa Bianca ha alzato la voce con i cinesi, con minacce di guerra e schiaffi commerciali, iniziando una escalation aggressiva che aveva l’obiettivo di riequilibrare l’interscambio commerciale. I cinesi hanno fronteggiato piuttosto bene l’attacco, riuscendo a limitare i danni con la svalutazione del cambio ed aiuti alle imprese danneggiate dai dazi americani. Oltretutto hanno attuato ritorsioni che stanno cominciando a mostrare anche a Trump che la guerra commerciale danneggia non solo chi la subisce, ma anche chi la scatena.

Oltretutto la sua sensibilità culturale da bullo lo ha spinto ad atteggiamenti offensivi ed aggressivi (caso Huawei, col blocco delle attività tra le imprese USA ed il colosso cinese) che hanno offeso i cinesi, fino a costringerli ad abbandonare le trattative a maggio, ma hanno anche procurato sensibili danni ai bilanci delle imprese USA che vendevano tecnologia ai cinesi. In queste settimane Trump ha constatato che l’interscambio commerciale è in continuo peggioramento, nonostante i dazi, e che molte imprese della Silicon Valley lamentano profit warning e avvisano di riduzioni al personale. Chiamiamolo “effetto boomerang”?

Il Vertice G20 ad Osaka ha rappresentato così l’ultima finestra utile per riannodare i fili della trattativa e compiere una ritirata strategica dalle posizioni insostenibili che Trump era andato ad assumere.

Così è stato. Trump ha concesso la sospensione dei preparativi per introdurre nuovi dazi fino al 25% su 320 miliardi di dollari di importazioni cinesi ed ha ritirato il divieto per le imprese USA a vendere tecnologia a Huawei ed alle altre imprese della lista nera. I cinesi hanno risposto accettando di tornare a trattare, ma insistendo molto sul rispetto reciproco, e promettendo di comprare un po’ più di cereali americani, tanto per fare contenti gli elettori di Trump del Midwest americano.

Contrariamente a quanto i media ci raccontano, a me sembra che Trump abbia dovuto concedere molto più di quel che pare aver ottenuto. Se qualcuno ha vinto non è lui. Inoltre l’accordo raggiunto è evidentemente la sigla di una tregua e non di un trattato di pace.

E’ tutto da verificare come andranno i colloqui di pace che riprenderanno e quanto in fretta riusciranno a produrre un accordo. Intanto la situazione attuale pare in gran parte congelata. Del resto i cinesi non sembrano aver molto interesse a fare accordi con un personaggio che li può stracciare due mesi dopo.

Non c’è dubbio che la fanfara mediatica, che Trump ha voluto alimentare con l’inutile ed anche assai ridicolo andirivieni a favore di fotografi con il dittatore Kim Jong Un sulla linea del confine nordcoreano, trasformerà questa ritirata di Trump in un successo politico.

Perciò la speculazione rialzista oggi ripartirà verso i massimi storici di Wall Street, mettendo nei prezzi le aspettative che tutto venga risolto presto e bene ed il mondo possa tornare a crescere nell’armonia e nella pace.

Lascio ai lettori il giudizio su quanto questo scenario sia credibile.

A me pare l’ennesimo grande bluff per alimentare ancora un altro giro di giostra sui mercati azionari e gonfiare la bolla delle aspettative.

C’è comunque il piccolo particolare che, se le aspettative dovessero effettivamente tornare a prevedere il sereno sull’economia mondiale, la FED, anziché tagliare i tassi, potrebbe rispondere con un sonoro marameo e magari riprendere la normalizzazione bruscamente interrotta, anche per le pressioni di Trump.

Allora a non essere contenti sarebbero quelli che in questi mesi hanno accumulato bond e vedrebbero le loro quotazioni tornare al ribasso.

Viviamo nell’era della manipolazione e del bluff, ad ogni latitudine e livello. Se già è difficile cercare di ipotizzare dove andrebbe l’economia se venisse lasciata libera di muoversi, fino a quando i giocatori di poker politico e gli apprendisti stregoni saranno a piede libero, l’impresa di capire quel che sta succedendo è semplicemente impossibile, e costringe a vivere alla giornata, in attesa del prossimo tweet.

Oggi si sale, domani chissà?

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