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DAZI: LA DIETROLOGIA IMPAZZITA
13/05/2019 08:45

La settimana appena passata ha portato il più significativo impulso ribassista di questo 2019, che peraltro nei primo 4 mesi  non aveva offerto molte incertezze sul cammino del recupero dei mercati USA fin oltre i massimi assoluti.

Si è così almeno interrotta, se non invertita, la monotona speculazione rialzista dei mercati, che, dopo lo spavento subito nell’ultimo trimestre 2018, sono tornati quest’anno a puntare sullo scenario chiamato “Goldilocks”, ad indicare il migliore dei mondi possibile. Cioè quello di una economia globale sorprendentemente ancora solida, nonostante uno dei più lunghi cicli espansivi degli ultimi 100 anni, e di una politica monetaria accomodante, fornita dalle principali banche centrali, sotto forma di tassi di interesse molto bassi ed abbondante liquidità disponibile.

La forte ripresa delle borse nei primi 4 mesi puntava anche sulla conclusione della guerra commerciale tra USA e Cina, dato per certo dalle numerose sessioni negoziali che si sono svolte in questo 2019, che avrebbero dovuto essere coronate dalla firma dell’accordo in pompa magna più volte dato per imminente da Trump.

Il fatto eclatante che ha fermato le velleità rialziste dei mercati, subito dopo che i principali indici USA SP500 e Nasdaq100 avevano migliorato il record storico, è stato l’improvviso ed imprevisto dietrofront negoziale di Trump, che, accusando i cinesi di barare nelle trattative, rinnegando alcuni punti di accordo che sembravano acquisiti e rifiutando di compiere gli ultimi, ma scomodi, passi verso l’accordo definitivo, ha sparato il missile dell’aumento dei dazi, che aveva già deciso ad inizio anno su 200 miliardi di dollari annui di prodotti importati dalla Cina e poi rimandato come gesto di buona volontà negoziale. Sperava che i cinesi si affrettassero a cedere in pochi giorni, durante l’ultima fase della trattativa che si è svolta tra giovedì e venerdì scorsi?

Non saprei, perché se fosse così, si sarebbe rivelato ingenuo. I cinesi non hanno potuto perdere la faccia, accettando un accordo con la pistola dei dazi puntata alla loro tempia, e con la loro solita cortesia, hanno lasciato gli USA dichiarando di voler continuare a trattare, ma che l’aumento dei dazi non è certo lo strumento giusto per convincerli.

Pertanto venerdì le nuove tariffe sono entrate in vigore e gli USA hanno anche iniziato le procedure per definire una ulteriore bordata di dazi al 25% sui restanti prodotti cinesi ancora non colpiti da tariffe all’importazione.

Va detto che l’aggressività americana questa volta non ha incontrato immediate rappresaglie da parte cinese. Per ora i cinesi non hanno ancora varato misure uguali e contrarie verso i prodotti USA, come avevano fatto in precedenza. Anzi, i modi tenuti dalla delegazione cinese sono stati molto attenti a mantenere il fair play e confermare la disponibilità al dialogo.

I mercati hanno reagito agli eventi con una ovvia scivolata per gran parte della settimana, che ha coinvolto maggiormente le borse cinesi, che avevano recuperato di più nel primo quadrimestre dell’anno, poiché ritenute quelle che avevano più da guadagnare dall’accordo di pace commerciale ed ora sembrano quelle che più hanno da perdere dalla prosecuzione della guerra. Shanghai sui minimi settimanali di giovedì perdeva oltre -8%.

Ma anche quelle americane hanno accusato il colpo inaspettato, sebbene in misura assai minore che in Cina. Wall Street sui minimi delle fasi iniziali di venerdì accusava mediamente quasi 4 punti percentuali di calo. Quelle europee in settimana hanno corretto in modo molto evidente, più di quelle americane, anche se meno di quelle cinesi. Eurostoxx50 è arrivato a superare il -4% settimanale, all’incirca come il nostro Ftse-Mib.

Una settimana che rischiava di chiudersi con un tracollo, evitato grazie ai rumor che si sono diffusi venerdì pomeriggio, guarda caso ancora una volta quando le borse europee avevano appena chiuso la seduta. Prendendo spunto dal fatto che la delegazione cinese, in segno di buona volontà, ha accettato di estendere i colloqui anche alla giornata di venerdì, sono partite le più fantasiose supposizioni di accordo imminente o comunque di debolezza negoziale cinese, che avrebbe favorito, se non proprio l’appianamento immediato delle divergenze, una svolta costruttiva da completare nei prossimi giorni.

Il risultato è stato la ripetizione della spettacolare rimonta che gli indici USA avevano già mandato in scena il giorno precedente e che nelle prime battute della seduta avevano completamente negato. A partire dalle 17:45 ora europea, l’indice USA SP500, che perdeva -1,5% rispetto al giorno prima, ha cominciato a salire senza interruzione ed ha chiuso a +0,37%.

La sessione negoziale si è poi chiusa con un nulla di fatto, ma intanto la settimana era stata salvata per il rotto della cuffia. Infatti, se osserviamo il grafico di SP500, notiamo che sia giovedì che venerdì, dopo due fendenti ribassisti, l’indice SP500 è stato ripreso per i capelli e portato a chiudere entrambe le sedute a ridosso del doppio supporto rappresentato dalla trendline rialzista che univa i precedenti minimi ascendenti da metà gennaio in poi e  dalla media mobile a 50 sedute.

Che cosa ci dice tutto questo?

Graficamente il doppio fallimento della rottura ribassista è una manifestazione di tenuta del morale degli operatori USA non indifferente. Potrebbe perciò favorire l’estensione del recupero e l’assorbimento della correzione, sempre che oggi si continui a salire.

Cosa che, però, stamane gli indici asiatici non sono intenzionati a fare. Il giapponese Nikkei aggiunge ai precedenti un calo odierno di circa -0,8%, mentre Shanghai, dopo il prodigioso recupero di circa 3 punti percentuali nella seduta di venerdì, che è servito a contenere il calo settimanale a -4,5%, oggi sembra volerne restituire uno, anche se la seduta non è ancora finita mentre scrivo. Gli indici europei potrebbero aprire intorno alla neutralità, dovendo scontare quel che è successo dopo le chiusure di venerdì, ovvero sia l’euforia americana che la cautela asiatica di oggi.

Queste incertezze ed il fatto che la volatilità intraday sia aumentata in modo così marcato dimostra comunque che le idee sono piuttosto confuse. Di fronte a comportamenti ondivaghi di Trump, che alterna a ripetizione ottimismo e ceffoni, quasi come se avesse di fronte una controparte masochista, i mercati non sanno più a chi e che cosa credere, e passano le sedute ad oscillare ampiamente, dimostrando un nervosismo tipico di chi non sa che pesci pigliare.

Forse la cosa migliore da fare è attendere che i mercati si chiariscano un po’ le idee e decidano se credere a Trump, che continua a sostenere che i dazi fanno bene all’economia USA (allora perché tratta con i cinesi per toglierli?) oppure a tutte le istituzioni economiche più autorevoli (FMI, OCSE, banche centrali compresa la FED) che vedono i dazi come un grave danno alla crescita globale.

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