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MERCATI APPESI ALLA CREDIBILITA' DI TRUMP
07/05/2019 08:40

La seduta dei mercati finanziari globali di ieri è stata scombussolata per tutta la mattinata dall’aggressività di Trump, mentre nel pomeriggio a dettare la direzione è stata la credibilità che gli investitori americani attribuiscono alle sue parole.

Le parole di benvenuto di Trump alla folta delegazione di un centinaio di negoziatori cinesi, che sta arrivando in USA per riprendere un nuovo round di negoziati commerciali, sono state molto chiare.

Con una serie di tweet domenica ha manifestato la sua irritazione per la lentezza negoziale dei cinesi e per il loro tentativo di schivare importanti nodi, ed ha annunciato, a partire da venerdì prossimo, l’innalzamento dei dazi dal 10% al 25% su un ammontare di prodotti cinesi per un valore di 200 miliardi di dollari l’anno e minacciato analoga misura tariffaria a breve, se i cinesi continueranno a tergiversare, su altri 325 miliardi di importazioni dalla Cina, fino a coprire con dazi al 25% praticamente tutto l’ammontare dell’import dalla Cina.

In un mondo normale le parole sono pietre, poiché i fatti dovrebbero concretizzare le promesse. Per cui si dovrebbe essere attenti a quel che si dice e si scrive, specie quando si occupano posti di responsabilità. Ma da tempo siamo abituati a comportamenti bizzarri ed aggressivi da parte di Trump, che spesso ha cambiato opinione da un giorno all’altro ed alterna quotidianamente bugie ed esagerazioni. Al punto che quella del gettare il sasso nello stagno, per vedere l’effetto che fa, pare sia la sua tecnica negoziale preferita: provoca e poi siediti a trattare, è il suo motto.

Pertanto i mercati si sono trovati a dover interpretare le parole di Trump e la giornata di ieri ha dimostrato che a seconda della latitudine l’interpretazione può essere molto diversa.

A preoccuparsi di più sono stati quelli che hanno dovuto reagire a freddo alla mossa di Trump. Le borse cinesi, che avevano scommesso molto sul buon esito delle trattative, hanno creduto alla minaccia di Trump ed hanno cominciato a prendere in considerazione il fallimento della trattativa. La seduta ha presentato crolli dal -5,6% di Shanghai al -7,5% di Shenzhen. Quelle europee hanno passato tutta la mattinata in ribasso intorno ed anche oltre al -2%. Su di esse ha pesato, oltre che l’impatto indiretto che avrebbe la ripresa della guerra commerciale, anche il timore che Trump possa sfogare le sue ire pure sul settore automobilistico europeo, che ha recentemente più volte minacciato di dazi.

La stessa Wall Street ha accusato un gap iniziale di -1,7% rispetto alla chiusura di venerdì scorso. Ma, dopo lo shock iniziale, subito hanno cominciato a circolare ipotesi che i tweet di Trump siano il primo tempo di una recita che serve a scuotere i cinesi e spingerli a concedere quel che finora non hanno ceduto, ma che potrebbero anche non essere seguiti da fatti concreti. Inoltre molti ritengono che i cinesi non possano permettersi troppe rigidità, essendo la parte debole della trattativa, ormai sprovvista di armi di ritorsione immediata.

Evidentemente queste interpretazioni non hanno molta considerazione per la dignità cinese, presa a calci dalle minacce di Trump, e confidano che l’abbaiare di Trump basti a spaventare i cinesi ed indurli a miti consigli. Trascurano che la mentalità e la cultura asiatiche sono molto diverse da quella del magnate americano, votato all’azzardo ed alle parole forti, propenso più a fidarsi del suo istinto che dei consigli misurati del suo staff. Del resto abbiamo visto come è finita la trattativa con il dittatore coreano Kim Jong Un, che ha preso per i fondelli la fretta del Presidente USA di raggiungere l’accordo storico di denuclearizzazione della Corea del Nord.

Sta di fatto che Wall Street ha iniziato fin da subito a recuperare, aiutando le borse europee a mitigare un po’ il calo. Eurostoxx50 ha finito a -1,13% ed il nostro Ftse-Mib a -1,63%. Il recupero di Wall Street è proseguito fino al termine, contenendo il ribasso finale in un tollerabile -0,45% sull’indice SP500. Nasdaq100 ha terminato la seduta a -0,66%.

Graficamente il supporto di 2.900 di SP500 ha tenuto egregiamente. Tuttavia, quando c’è di mezzo la politica è sempre molto difficile interpretare i grafici. Per cui è presto per dichiarare lo scampato pericolo e forse è meglio attendere il comportamento negoziale cinese per tirare conclusioni sull’efficacia dei latrati di Trump.

Questa settimana tutto può succedere e forse la miglior strategia è quella di tirare i remi in barca ed attendere gli sviluppi politici della trattativa, che ora pare effettivamente arrivata al bivio tra l’accelerazione verso l’accordo ed il naufragio negoziale. E’ chiaro che la seconda eventualità fornirebbe tutti i pretesti necessari per una significativa correzione anche da parte degli indici azionari americani, dopo gli eccessi dei primi 4 mesi del 2019.   

Non dimentichiamo che le posizioni ribassiste sui contratti Future sull’indice Vix, che misura la paura di ribasso degli investitori USA, sono al record, e questo significa certamente grande confidenza sulla prosecuzione del rialzo, ma anche estrema vulnerabilità del mercato agli imprevisti. Già ieri qualche posizione deve essere stata chiusa quando il Vix in mattinata è schizzato oltre 18,5  punti dai circa 13 di venerdì sera.

Inoltre va tenuto conto che gli indici cinesi oggi non sembrano molto convinti ad imitare l’ottimismo di quelli americani. Il recupero che molti si aspettavano per la seduta odierna, si è arenato a poca distanza dai minimi di ieri e, se non cambierà il vento nelle ultime battute della seduta, gli indici cinesi oggi sembrano più confermare che smentire la fragorosa debolezza evidenziata ieri.

Il giapponese Nikkei, del resto, al ritorno agli scambi dopo 6 sedute di vacanza, non ha potuto esimersi dal ribasso (-1,55%). Tutto lascia pensare ad un inizio incerto anche per la seduta odierna dei mercati europei. Poi, come al solito, sarà Wall Street nel pomeriggio a dettare la direzione.

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