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DI CORSA VERSO I MASSIMI. E LA BREXIT?
02/04/2019 08:45

Ieri abbiamo avuto l’ennesima riprova che il comportamento dei mercati segue piste diverse da quelle del buon senso e che non sono i fatti dell’economia a guidare gli indici di borsa, ma la percezione del futuro che sta nelle menti delle “mani forti”, quelle che dettano la linea al popolo degli investitori.

La giornata è stata costellata di dati economici relativi ad Europa e USA incerti ed inferiori alle attese. Cito una lunga fila di dati foschi, che evidenziano una economia globale alle prese con un rallentamento produttivo di rilievo: gli indici PMI manifatturieri di Francia, Germania ed Europa, tutti inferiori alle attese ed in territorio che segnala contrazione economica; l’indice europeo dei prezzi al consumo, che presenta un ritmo di aumento annuo di 0,8% (alla faccia degli obiettivi BCE del 2%); la disoccupazione in aumento in Italia; le vendite al dettaglio in USA, calte a Febbraio mentre si attendeva un aumento. Solo due dati sono stati superiori alle attese, e riguardano indicatori che non fotografano il presente, ma le aspettative sul futuro: l’indice PMI della Cina, tornato al di sopra dei 50 punti, che segnano il confine tra le attese di crescita (al di sopra) e quelle di rallentamento (sotto), e l’analogo indice ISM manifatturiero USA, in crescita a 55,3, ben sopra le attese.

Come hanno reagito i mercati? Ovviamente considerando i dati sul presente come un pesce d’Aprile, mentre le aspettative sul futuro come la realtà aumentata che ti fa entrare dentro il videogioco e ti dà l’impressione di vivere nella favola.

Del resto le trattative tra USA e Cina stanno andando avanti da così tanto tempo ed i rumor che annunciano esiti positivi sono così insistenti che i mercati considerano l’accordo già fatto, con tutte le magnifiche conseguenze che avrà per l’economia cinese e quella americana.

Le borse azionarie hanno così potuto recepire il messaggio celebrativo arrivato in mattinata dagli indici cinesi, che hanno strappato al rialzo e superato i precedenti massimi di inizio marzo. Tutta la giornata è stata vissuta in rialzo da parte delle borse europee, con chiusura sui massimi di seduta: Eurostoxx50 +0,99%, Dax tedesco +1,34% e Ftse-Mib nostrano +1,11%, nel giorno in cui, dopo l’ammissione di Tria che la crescita italiana nel 2019 dovrebbe essere intorno allo zero, l’OCSE ha pubblicato una impietosa stima per il nostro PIL 2019: -0,2%. E’ l’ennesima agenzia ufficiale che sbatte in faccia la realtà al governo del cambiamento, che ovviamente risponde “fatevi i “bip” vostri!”.

L’unica nota di cautela, se vogliamo chiamarla così, è data dal fatto che nessuno degli indici citati ha fatto in tempo ad imitare fino in fondo la borsa cinese e i massimi di marzo sono ancora lì, ad opporsi ai sogni di gloria del toro europeo di Aprile.

Nessun dubbio invece per gli indici azionari americani, che hanno aperto in gap rialzista e sono saliti per tutta la seduta. SP500 (+1.16%) ha chiuso a 2.867, superando il precedente massimo di marzo e riducendo a poco più di 2 miseri punti percentuali la distanza che lo separa dal massimo storico di 2.941.

Ieri, inoltre, la lunga divergenza di comportamento tra azionario ed obbligazionario, che da mesi turbava le notti degli operatori, ha trovato una almeno momentanea ricomposizione. Il rendimento del decennale americano, che dal 2,77% del primo marzo era sceso giovedì scorso fino al minimo di 2,34%, ieri ha messo a segno una giornata di deciso rimbalzo, andando a rivedere persino quota 2,50%. Ma soprattutto ha raddrizzato la curva dei rendimenti del Treasury Bond, che in marzo aveva segnalato una pericolosa inversione, con i rendimenti per la scadenza a 3 mesi maggiori di quelli della scadenza a 10 anni. Ieri il differenziale 10y-3m è tornato positivo di circa 7 punti base e per una volta sia l’azionario che l’obbligazionario hanno interpretato in modo univoco lo scenario di mercato.

Chi legge probabilmente si chiederà: in tutta questa euforia rialzista, il tormentone Brexit “che c’azzecca”? Effettivamente l’ampia prova di inettitudine dei governanti inglesi avrebbe dovuto consigliare qualche cautela ai mercati, dato che il tempo ormai stringe e, se il Parlamento inglese non troverà un’alternativa percorribile da proporre al vertice UE del 10 aprile, che è dietro l’angolo, lo scenario da incubo di una Brexit no deal si potrebbe materializzare automaticamente.

Ieri sera sono stati messi ai voti alla Camera dei Comuni ben 4 Piani B presentati da parlamentari di varia estrazione. Ancora una volta chi pensa male ha azzeccato la previsione. Sono stati tutti bocciati e la Gran Bretagna continua la corsa verso il baratro del no deal senza riuscire a mettere il piede sul freno. Il Parlamento, dopo aver bocciato 3 volte il Piano May, non riesce a mettersi d’accordo su un’altra ipotesi di soluzione regolata. Però qualche giorno fa la maggioranza dei deputati aveva approvato una mozione che ha escluso l’ipotesi no deal. Come si possa evitare il no deal senza uno straccio di piano alternativo a quello della May non è dato sapere. E’ il classico ginepraio da cui non si esce, mentre il tempo scorre inesorabile verso il 10 aprile ed il rischio che l’impasse faccia scadere il tempo e renda automatica la Brexit senza protezione si fa sempre più consistente.

Pare che la May, al confine tra la farsa e la tragedia, voglia tentare nei prossimi giorni di far votare per la quarta volta il suo Piano. Non c’è che dire: alla signora la caparbietà non manca. A questo punto tutto è possibile, compreso l’abisso.

Ma i mercati continuano ad ignorare questo rischio e, come per la partita USA-Cina, sembrano già sapere come andrà a finire: ricchi premi e cotillon per tutti.

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