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LA SOFT BREXIT NON BASTA
28/03/2019 08:45

L’incertezza che pervade in questi giorni i mercati è ben rappresentata dal movimento inutilmente erratico espresso ieri dagli indici principali, che, da un lato, vorrebbero prolungare il rally e chiudere in bellezza il trimestre, ma, dall’altro, non possono evitare di pensare alle fosche prospettive future dell’economia globale che provengono dalle statistiche e dalle indicazioni del mercato dei Treasury Bond, dopo l’avvenuta inversione della curva dei rendimenti.

Il risultato è un agitarsi a rincorrere l’ultima dichiarazione o statistica pubblicata, con movimenti che durano fino alla successiva notizia di agenzia. Perciò si vedono significative oscillazioni intraday che, però, non sono in grado di schiodare la direzione multigiornaliera degli indici, che rimane ingessata da qualche giorno in uno stretto movimento laterale.

Ieri l’apertura dei mercati europei è stata seguita da un calo, dato che gli operatori europei, oltre che del rallentamento in atto in Europa, hanno cominciato a preoccuparsi un po’ anche del numero ormai abbastanza significativo di dati macro americani che rappresentano campanelli d’allarme. L’ultimo abbastanza significativo è la misurazione della fiducia dei consumatori da parte del Conference  Board, che a marzo ha segnato una vistosa inversione di tendenza verso il ribasso, dopo essere salito per molti mesi. E’ un segnale anticipatore da non sottovalutare, poiché molto spesso l’inversione di questo indicatore ha segnalato con un buon tempismo l’arrivo della recessione.

Però, a partire da mezzogiorno il vento delle congetture ha spazzato via le nubi e portato un rapido quanto impetuoso rimbalzo, trascinato dai titoli bancari, che hanno in poco tempo trasformato la loro seduta negativa in un rally assai vistoso.

Il motivo sembra essere stato la riflessione sulle parole di Draghi, che, parlando ad una conferenza, ha sparso fiducia a piene mani, rassicurando che la BCE è pronta ad agire in caso di necessità per sostenere l’economia e raggiungere il suo target di inflazione vicino al 2% (quel target che manca clamorosamente da 5 anni, nonostante le tonnellate di acquisti di bond) e che gli strumenti per farlo non mancano (senza però dire quali sono). Ma soprattutto ha affermato sibillinamente che si stanno studiando i modi per evitare che i tassi troppo bassi vadano ad impattare sulla redditività del sistema bancario. Che cosa ci sia di concreto dietro questa frase è confinato nella mente di Draghi. Ma l’averla pronunciata ha dato il via al valzer delle congetture,ovviamente tutte molto ottimistiche sul futuro del settore, e ciò ha provocato il rally fulmineo dei prezzi, che è riuscito a trascinare al rialzo anche gli indici globali, specialmente quelli pieni di bancari, come il nostro Ftse-Mib, che ha così potuto snobbare la fosca previsione del Centro Studi Confindustria, pubblicata in mattinata, che ha rivisto a zero la crescita 2019 per il nostro paese, segnalando il pericolo assai concreto che il rapporto Debito/PIL, anziché ridursi, come ci chiede incessantemente la Commissione UE, si rialzi ben al di sopra del 133%.

L’euforia sui bancari è durata fino all’apertura americana, che ha mostrato Wall Street intenzionata a ritornare ben sotto quota 2.800 punti con l’indice SP500, sceso fino alle 17 circa, fino ad un minimo di 2.788, appena superiore a quello del giorno precedente. Ovviamente gli indici europei sono stati costretti al dietrofront, per chiudere la seduta solo lievemente in positivo.

Dopo la chiusura europea l’indice principale americano è poi riuscito a recuperare i 2.800 punti, contenendo le perdite, ma senza mostrare tanta verve.

E pensare che dal fronte Brexit sembrano arrivare buone notizie. Theresa May, dopo aver fatto un sacco di pasticci, si è immolata per la causa della soft Brexit ed ha promesso che si dimetterà se verrà approvato il suo piano di uscita concordato con la UE. Gli irriducibili sembrano disposti ad incassare il contentino e nei prossimi giorni dovrebbe essere risolta la questione nel modo meno doloroso: uscita entro il 22 maggio, con le regole concordate tra la May e Juncker. Così il Parlamento Europeo sarà rinnovato senza rappresentanti britannici e si aprirà la lunga fase transitoria che dovrebbe perfezionare l’uscita.

Evidentemente, neanche la soft Brexit basta a far tornare il buonumore sui mercati.

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