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DOMANDE DA UN MILIONE DI DOLLARI (E STERLINE)
26/03/2019 08:45

La settimana è iniziata con i mercati intenti ad interpretare con molta difficoltà  i segnali contrastanti che arrivano dalle economie globali e dai messaggi delle Banche Centrali più importanti del mondo.

Dedico il commento di oggi non tanto a cercare di capire la volontà attuale dei mercati, che è forse impresa impossibile, poiché paiono frastornati dalla Babele comunicativa, quanto ad elencare alcune delle principali “domande da un milione di dollari” che agitano i sonni degli operatori dei mercati finanziari e rendono le loro menti così confuse.

Sono perfettamente consapevole che sarebbe preferibile conoscere le risposte dei mercati, ma in certi casi, e così pare il momento attuale, è già tanto cercare di capire quali sono le domande.

La principale di queste, attorno a cui ruotano, come satelliti, tutte le altre è: dobbiamo attenderci una recessione in USA e, di conseguenza nel mondo intero? L’importanza di questa domanda è evidente per delineare scenari rialzisti o ribassisti di medio-lungo periodo, poiché la risposta al quesito trascina movimenti di mercato nell’ordine di almeno il 50% dai livelli attuali. Tale è infatti la portata che avrebbe l’impatto di uno scenario da recessione globale sui mercati azionari. Così è stato nelle ultime due recessioni della storia: -50,5% perse l’indice USA SP500 nella recessione del 2000-2002; -57,7% perse poi nella recessione del 2008-2009. In quei due frangenti l’Europa azionaria perse ancor più: -66,5% nella recessione del 2000-2003 per l’indice Eurostoxx50 e -61,4% nel 2008-2009.

Per rispondere a questa domanda i mercati se ne fanno altre. Come quella sull’inversione della curva dei rendimenti, che si sta verificando in USA, dato che il differenziale tra i rendimenti dei Treasury Bond chiesti per la scadenza a 10 anni e quelli sul brevissimo periodo (3 mesi) è diventata negativa  nei giorni scorsi, mentre il differenziale 10y-2y è ormai a pochissimi punti base dall’inversione.

La domanda è: se avvenisse la completa inversione dei rendimenti, significa che la recessione è inevitabile, come è stato in tutte le 7 precedenti recessioni, oppure questa volta è diverso?

La terza domanda, collegata a questa, riguarda il comportamento della FED, che stavolta è stato piuttosto diverso rispetto a quello tenuto in passato sotto la guida di altri governatori. In passato i mutamenti nella politica monetaria si basavano su dati consolidati provenienti dall’economia, per fornire un orientamento stabile ai mercati e perseguire obiettivi di lungo periodo di massima crescita e minima inflazione. Questo comportamento, però, spesso finiva per modificare in ritardo la politica monetaria nei momenti di inversione del ciclo economico, procedendo al taglio dei tassi quando la recessione era già partita. Questa volta ho notato invece il tentativo di accelerare il timing operativo e lanciare messaggi di mutamento verso una politica accomodante ben prima che nell’economia si manifestino sintomi di recessione. Questo cambiamento di linea, da un lato può aver spaventato gli operatori, abituati al precedente comportamento, portati a chiedersi che cosa sappia di tanto terribile la FED per intervenire apparentemente così in anticipo. D’altro canto però potrebbe anche far prendere in considerazione l’ipotesi che l’intervento anticipato della FED riesca a neutralizzare i semi della recessione e la impedisca. Insomma: l’intervento della FED, questa volta anticipato, riuscirà a impedire la recessione?

Queste sono le domande principali, da cui dipenderà il destino di medio-lungo periodo dei mercati.

Ma accanto ad esse ce ne sono altre che impatteranno sui destini di breve dei mercati europei: avremo la Brexit? Se sì, quando avverrà e che Brexit sarà?

Queste ultime domande non dovrebbero attendere troppo per ricevere risposta. La UE nel Consiglio europeo della scorsa settimana ha prorogato i termini di uscita della Gran Bretagna dalla UE fino al 11 aprile ed ha ipotizzato una proroga fino al 22 maggio nel caso in cui venisse approvato il piano May-Juncker, già bocciato due volte.

Ma a Londra May ha gettato la spugna sulla possibilità di portare al voto per la terza volta questo piano. Inoltre il Governo sta perdendo i pezzi in modo sempre più evidente, con dimissioni a catena.

Ieri il Parlamento che ha avocato a sé la competenza a presentare piani alternativi. Domani dovrebbero essere votate le alternative possibili, per verificare se si trova una maggioranza su una tra le possibili soluzioni.

Forse veramente questa volta non dovremo attendere troppi giorni per mettere un punto definitivo sul tormentone Brexit.

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