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ARIDATECE NONNA YELLEN !
25/03/2019 08:45

La settimana scorsa ci ha mostrato nella parte finale un precipitoso riallineamento della percezione dei mercati azionari ed obbligazionari, dopo che per molte settimane, abbiamo notato una profonda divergenza di vedute tra gli investitori dei due diversi mercati finanziari.

Avevo fatto notare più volte nei giorni passati, in ultimo anche venerdì scorso, che in occidente il comportamento dei mercati azionari e di quelli obbligazionari era divergente, come se scontassero scenari tra loro alternativi.

I primi sembravano orientati a tornare ai massimi storici, facendo così affidamento sulla continuazione del migliore dei mondi possibile, in cui l’economia USA magari rallenta un po’ ma non smette di crescere in modo robusto, Trump continua a sostenere gli acquisti con l’espansione del deficit federale e la FED ci mette di suo l’arresto della manovra di normalizzazione, congelando ad un livello ancora accomodante la sua politica monetaria. Il mercato dei bond invece evidenziava una persistente convinzione che il ciclo economico anche in USA fosse arrivato alla frutta, e che una recessione fosse ormai quasi dietro l’angolo, sebbene la FED, la maggior parte dei commentatori, ed anche i mercati azionari fossero convinti del contrario.

Segnalai a più riprese che non potevano avere ragione tutti e che il tempo avrebbe fatto emergere chi stava sbagliando, costringendolo a tornare precipitosamente sui suoi passi.

Il comportamento recente della FED è alfine riuscito a risolvere la questione, mettendo tutti d’accordo.

L’unico dubbio che mi resta è se quel che hanno prodotto la comunicazione della Banca Centrale americana e le parole di Powell coincida effettivamente con le loro intenzioni. Anche perché raramente ho assistito, nella mia ormai lunga carriera di osservatore dei mercati, ad una serie di voltafaccia comunicativi così estremi e ravvicinati, in grado di creare grande confusione, anziché orientare i mercati verso comportamenti coerenti con la stabilità, che da sempre è l’obiettivo primario delle banche centrali. Rimpiango nonna Yellen e la sua prudenza, la sua attenzione a non parlare più di quanto non fosse strettamente necessario, a mantenersi cauta ed attenta a non confondere la bestia che aveva il compito di addomesticare.

L’ultima performance di Powell e della FED è riuscita, al contrario, a compiere un esempio da manuale di “eterogenesi dei fini”. Convinta di dover rassicurare i mercati ed assisterli amorevolmente con il ripristino di una politica monetaria accomodante, è riuscita a spaventare ulteriormente un mercato obbligazionario che già scontava un rallentamento nel ritmo di crescita dei rendimenti a breve, spingendolo a mettere nei prezzi addirittura un futuro calo dei tassi. I futures obbligazionari, che prima del comunicato FED di mercoledì scorso scontavano una probabilità piuttosto bassa di calo dei tassi nel 2020, hanno dovuto adeguare rapidamente la loro percezione, portando quasi al 50% le probabilità che si realizzi questo evento. Di conseguenza la curva dei rendimenti si è ulteriormente appiattita, al punto da segnalare l’inversione per le scadenze dei Treasury Bond fino a 7 anni. L’indicatore principale che anticipa la recessione, cioè il differenziale tra il rendimento decennale e quello biennale, mantiene ormai soltanto 12 punti base di distanza dall’azzeramento, e potrebbe anch’esso ben presto fornire il segnale definitivo.

Al cospetto con questa massiccia dose di pessimismo proveniente dall’obbligazionario, gli investitori azionari hanno tentato, fino a giovedì, di guardare il bicchiere ottimisticamente dalla parte piena (la benevolenza della FED), ma il proseguimento del rally dei Bond li ha convinti a volgere gli occhi venerdì anche alla parte vuota del bicchiere (l’arrivo della recessione). Gli indici USA sono così stati colti da una insostenibile vertigine nel ritrovarsi a nemmeno 3 punti percentuali dai massimi storici nel momento in cui il mercato dei Bond segnala l’arrivo della recessione.

Oltretutto in mattinata erano arrivati da Germania e Francia indicatori PMI, che misurano la visione dei manager sulla crescita futura, in pesante calo sia rispetto al corrispondente valore di febbraio che alle aspettative degli analisti. Entrambi i paesi vedono il settore manifatturiero scendere pesantemente al di sotto del confine che separa le attese di crescita da quelle di arretramento. La Francia precipita in zona recessiva anche col settore servizi. Queste scivolate, oltre a portare in negativo il rendimento del Bund decennale, come nel 2016, fotografano difficoltà tuttora ben presenti nella congiuntura europea, smentendo quella percezione che il peggio fosse passato, che sull’azionario europeo si era fatta strada da un mese a questa parte ed aveva sostenuto il rally dell’indice Eurostoxx50.

Il risultato di venerdì è stato quello di una pesante resa dei conti, sia in Europa che in USA, con perdite generalizzate e piuttosto significative sul Nasdaq100 (-2,23%), sul Russell 2000 delle small cap (-3,6%), su Eurostoxx50 (-1,83%). Anche il nostro Ftse-Mib, sebbene sia stato ancora una volta tra i meno peggio d’Europa, non ha potuto evitare un significativo calo (-1,38%)  

La settimana, che nella prima parte pareva di continuazione rialzista, ha così mutato i connotati, evidenziando modelli correttivi che fanno pensare ad un arretramento molto probabile anche in quella che inizia oggi.

Del resto i mercati asiatici stamane si sono allineati alla negatività occidentale, con perdite di oltre 3 punti percentuali in Giappone e di circa 2 sugli indici cinesi.

E non dimentichiamo che la Brexit è sempre più preda del caos politico in Gran Bretagna, a soli 5 giorni dalla scadenza del 29 marzo. Le forze politiche inglesi sono nel caos e, dopo l’imponente manifestazione di ieri, che ha chiesto un secondo referendum, non sanno che pesci pigliare, mentre si vocifera di dimissioni del governo May. Gli analisti di Goldman Sachs hanno intanto pubblicato sulla vicenda Brexit una loro ipotesi probabilistica, che parla di una uscita con accordo scesa al 50% delle probabilità, mentre la Brexit No Deal sale al 15% ed il restante 35% è addirittura assegnato alla revoca della Brexit.

Con questi chiari di luna come biasimare chi vende?    

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