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CRESCE LA DIVERGENZA TRA BOND E AZIONI
22/03/2019 08:45

La giornata di ieri è stata abbastanza movimentata, a causa delle difficile interpretazione della comunicazione che la FED ha dato mercoledì sera ai mercati finanziari, e anche per le vicende Brexit, che continuano ad ingarbugliarsi, mentre il tempo passa.

Basta osservare l’andamento di Eurostoxx50, l’indice delle blue chips europee per farsi un’idea: apertura in ribasso, a scontare le incertezze che avevano fatto chiudere in negativo Wall Street il giorno prima, nonostante i regali FED; recupero di una lieve positività a fine mattinata; forte scivolata ribassista a cavallo dell’ora di pranzo; deciso recupero fino a tornare in positivo alle 17; arretramento finale per chiudere in ribasso (-0,15%) la seduta.

Quel che è successo in Europa è stato l’effetto di trascinamento dell’andamento ondivago degli indici USA, che hanno cambiato più volte l’interpretazione da dare alle decisioni abbastanza sorprendenti della FED. Anche perché sul mercato obbligazionario l’interpretazione è stata invece abbastanza stabile. Partiamo dall’osservazione di quel che è successo sui Treasury Bond. Su questo mercato l’interpretazione è stata univoca ed immediata, già mercoledì sera. La serie di misure, che ho illustrato nel commento di ieri (tassi fermi per il resto dell’anno, riduzione a maggio ed interruzione a settembre del Tightening sui titoli obbligazionari in bilancio) ha sorpreso i mercati, perché ha mostrato una “colombizzazione” marcata della FED, pur in assenza di previsioni sulla crescita economica USA che la giustifichino. Soprattutto stride questo enorme cambio di visione a soli 3 mesi dall’ultimo aumento dei tassi che doveva essere seguito da altri due aumenti nell’anno corrente.

L’impressione è che la “pazienza” a proseguire nella normalizzazione, che era stata annunciata dalla FED nella precedente riunione per calmare i mercati dopo lo scivolone dello scorso dicembre, sia sostituita ora dall’intenzione di smettere del tutto la normalizzazione. Anzi, l’arresto del Tightening prima che venga raggiunto il livello normale dei tassi (a sua volta abbassato al 2,75%, oltre un punto in meno rispetto a quello che la FED in passato considerava normale) costringerà a definire nuovamente “accomodante” la politica monetaria USA. Tutto questo, si noti, senza che la stessa FED abbia comunicato una revisione significativa al ribasso della crescita USA. La limatura all’aumento del PIL per l’anno in corso è di soli 2 decimi (dal +2,3% al +2,1%). Troppo poco per giustificare una svolta di così ampia portata. Anche perché, nel frattempo, è venuto meno anche lo spauracchio del calo dei mercati azionari, che hanno recuperato ormai anche più della scivolata di dicembre e sono ad un soffio dai massimi storici.

Perché la FED si è mostrata così benevolente? I mercati obbligazionari hanno immediatamente ipotizzato che dietro il comportamento FED ci siano timori inconfessati ed inconfessabili di guai in vista sul fronte della crescita USA. Hanno portato indietro immediatamente il rendimento su tutta la curva, mentre sui futures sono addirittura arrivati a scontare una probabilità vicina al 50% che tra un anno i tassi verranno addirittura tagliati, e non alzati, come ha dichiarato la FED.

Il T-Note decennale ora rende il 2,52%, mentre il tasso ufficiale è 2,50% ed il tasso a due anni è al 2,40%. La curva dei rendimenti, che è già invertita da alcuni mesi per tutte le scadenze fino a 5 anni, ieri ha aggiunto anche la scadenza dei 7 anni al club dei differenziali negativi, mentre ormai al decennale rimangono soli 12 punti base da rosicchiare per far scattare il fatidico momento in cui il differenziale tra la scadenza a 10 anni  e quella a 2 anni diventerà negativo. E’ quello il momento in cui tutti i discorsi sulla recessione dovranno preoccuparsi non se avverrà, ma solo di quando avverrà, dato che il conto alla rovescia sarà avviato.

I mercati azionari invece hanno mostrato molta incertezza interpretativa, ed hanno alternato visioni del bicchiere mezzo pieno (a caldo e ieri) con visioni più dubitative (nella parte finale della seduta di mercoledì).

Sembrerebbe comunque prevalere una visione ottimistica. Ieri SP500 ha intrapreso un minirally (+1,09%) che gli ha permesso di recuperare tutte le incertezze delle due sedute precedenti e riprendere la corsa verso i massimi storici.

Come se gli operatori dell’azionario ipotizzassero che, sebbene la festa debba finire, la FED stia fornendo l’opportunità per un giro di giostra finale, magari fino ai massimi storici o anche più in là.

Stiamo a vedere.

Intanto in Asia oggi è prevalsa la cautela, con indici piatti un po’ dappertutto.

Il pallino direzionale, come sempre, è in mano a Wall Street.

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