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IN USA SALGONO AZIONARIO E BOND. QUALCUNO STA SBAGLIANDO?
14/03/2019 08:13

La farsa della Brexit è ormai uscita dal radar dei mercati, dopo che i voti parlamentari hanno certificato uno stallo che porterà al rinvio della data di uscita della Gran Bretagna dalla UE e rimanderà la questione Brexit a macerare in attesa del miracolo. Ieri il Parlamento britannico, dopo aver bocciato martedì l’accordo May-Juncker, ha bocciato anche il “no deal”, come tutti prevedevano, ma non prima di dare un nuovo schiaffo alla May, approvando un emendamento al testo governativo che rafforza la scelta di rigettare l’ipotesi no deal. Ma non è ancora finita, perché per evitare il no deal bisognerà approvare oggi una richiesta di proroga dei tempi di uscita e, soprattutto, bisognerà rimettersi a negoziare con un’Unione Europea che pare non aver alcuna intenzione di concedere altro rispetto a quanto concesso alla May e rifiutato martedì dal Parlamento.

Oggi verrà approvata la richiesta di proroga e le opzioni paiono essere due. La prima è il rinvio della data di uscita di poche settimane (non oltre il 22 maggio, altrimenti la Gran Bretagna dovrebbe partecipare alle elezioni per il Parlamento Europeo), per fare ancora un tentativo di migliorare l’accordo con la UE e confezionare quel che in due anni non è stato possibile: un piano di uscita regolata, votabile dal Parlamento britannico e potabile per la UE. Facile come trovare un ago in un pagliaio.

La seconda ipotesi, di gran lunga preferita dalla UE, prevede un rinvio molto più lungo, magari fino al 2021, con ripartenza da zero dei negoziati. Intanto il caos politico nel Regno Unito verrebbe risolto da nuove elezioni o da un nuovo referendum. La speranza, in ambito UE, è che il tempo uccida la Brexit. In tal caso, ovviamente, gli inglesi sarebbero ancora rappresentati nel Parlamento Europeo e dovrebbero partecipare al voto del 23 maggio.

Stasera dovrebbe risolversi anche questo residuo dubbio.

I mercati hanno chiaramente mostrato di essere nauseati da questa manfrina ed hanno cominciato ad ignorarla. Del resto, se il dubbio è solo quanto lungo sarà il rinvio, diventa difficile appassionarsi alla vicenda. A meno di prendere in considerazione l’ipotesi demenziale che stasera vengano bocciate entrambe le opzioni e il no deal arrivi per inerzia, dovuta alla paralisi decisionale. Che però certificherebbe anche la paralisi delle facoltà mentali dei parlamentari inglesi.

Le Borse europee ieri non avevano molto da dire ed hanno passato la giornata a seguire quel che arrivava da Wall Street, realizzando alla fine una crescita moderata (Eurostoxx50 +0,59%, Ftse-Mib +0,57%), che ha avvicinato ancora i massimi del 6 marzo.

Wall Street era reduce da due giornate di deciso recupero ed il buonumore è proseguito, alimentato da dati macro positivi: i prezzi alla produzione sono saliti meno delle attese, e questo favorisce il prolungamento della “pazienza” della FED sui tassi; gli ordini di beni durevoli di febbraio sono saliti più del previsto, segno di una ripresa degli investimenti.

SP500 ha così esteso il rimbalzo fino a rientrare, per la terza volta in pochi giorni, all’interno della fascia di resistenza di area 2.800 – 2.820. La chiusura è stata a 2.811 (+0,70%) e oggi potrebbe anche essere il giorno in cui il toro proverà ad assestare l’incornata decisiva, per abbattere quel muro che separa l’indice dai massimi assoluti di 2.941. Anche perché ieri l’indice tecnologico Nasdaq100 ha già svolto il suo compito e, dopo averli testati già martedì,  siha superato i massimi della scorsa settimana ed si è già aperto la strada verso il massimo storico.

Contrariamente alla logica, la ritrovata forza dell’azionario non si è accompagnata alla debolezza dell’obbligazionario. Anzi, i rendimenti del decennale USA non riescono a rimbalzare in modo significativo dai minimi intorno al 2,60%, e questo significa che i bond continuano ad essere molto ben comprati. La salita contemporanea di azionario ed obbligazionario non è sana, né sostenibile a lungo, poiché chi compra i bond teme il rallentamento economico, mentre chi compra le azioni prevede crescita. Non possono avere ragione entrambi, per cui entro pochi giorni dovremmo assistere al dietrofront di uno dei due asset. Infatti, se prevarrà l’ipotesi di rallentamento della crescita e dalle trattative USA-Cina non arriveranno segnali credibili di progresso, l’azionario dovrebbe tornare indietro. Se invece prevalesse l’ipotesi che le paure di rallentamento possono essere accantonate e l’azionario ripristinasse il toro con nuovi massimi, anche la Fed dovrebbe riprendere il cammino di normalizzazione dei tassi, recentemente sospeso. Ciò andrebbe a provocare un rialzo dei rendimenti ed una correzione sul mercato obbligazionario. Perciò l’anomalia che sale tutto dovrebbe risolversi a breve.

A meno che il mercato voglia scontare l’ennesimo sbandamento della FED, che, dopo aver cambiato idea e sospeso il rialzo dei tassi, ora rimanga immobile anche se sul mercato azionario tornasse l’euforia, per non dover ammettere di aver sbagliato ad interrompere la normalizzazione.

Sarebbe l’ennesima conferma che i banchieri centrali americani sono ostaggio dei mercati e di Trump.

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