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IL GIORNO DEL BRACCIO DI FERRO
21/02/2019 08:45

Con molta cautela e circospezione, gli indici americani si avvicinano sempre più alla resistenza chiave rappresentata dai massimi del 3 dicembre scorso. SP500 aprirà la seduta odierna a soli 16 punti di distanza dallo scoglio di 2.800, ed il tecnologico Nasdaq100 a soli 55 punti dal suo a quota 7.107.

Un’inezia, che difficilmente oggi impedirà a questi indici di rinviare ulteriormente la battaglia campale tra compratori, convinti che il trend abbia ormai svoltato al rialzo e gli indici USA siano nuovamente diretti verso nuovi massimi assoluti, ed i venditori, che pensano invece che il lungo movimento di recupero che dura da quasi due mesi sia soltanto una forte correzione di un trend principale ribassista destinato a rivedere e forse superare i minimi del dicembre scorso.

L’analisi del grafico, in base a chi vincerà il braccio di ferro sulla resistenza, risolverà il dubbio, anche se sarà necessario comunque attendere domani, quando potrebbero esserci trappole tese che falsifichino eventuali segnali generati oggi. Non dimentichiamo che ultimamente la validità dell’analisi grafici si è un po’ deteriorata perché le mani forti tendono spesso tranelli e falsificano segnali molto più che in passato. Domani l’eventuale responso troverà conferma (o smentita) dalla chiusura della settimana e fornirà indicazioni anche a chi ha un’ottica più tranquilla, di medio periodo, e segue i grafici a barre settimanali anziché quelli daily, che vengono preferiti da chi ha un’operatività di breve termine.

Segnalo che intanto l’indice Europeo Eurostoxx50 ha superato la sua resistenza. E’ strano che lo abbia fatto in anticipo, ma è stato favorevolmente condizionato dalla buona performance, dopo tante difficoltà, dell’indice tedesco Dax, che ha segnato un discreto +0,82. Praticamente immobile il nostro Ftse-Mib, che fatica a digerire le batoste congiunturali. Non mi illudo, comunque, che l’Europa possa andare al rialzo a lungo senza la partecipazione americana.

Oggi avremo molti dati economici, tra cui gli indici PMI europei e americani, ed i verbali della ultima riunione BCE.

Ieri intanto sono stati pubblicati quelli dell’ultimo FOMC della Federal Reserve, tenutosi a fine gennaio, che ha sorpreso i mercati con un atteggiamento molto accomodante, che ha smentito la precedente visione di dicembre ed ha fornito il carburante per proseguire il rialzo dell’azionario in febbraio, fino a tutt’ora. I verbali hanno evidenziato una sostanziale unanimità nel sospendere i rialzi dei tassi in attesa di capire se il rallentamento della crescita americana, che dovrebbe essersi già registrato nel 4° trimestre 2018 (per colpa dello shutdown questa volta i dati americani sul PIL sono in forte ritardo, ed usciranno solo la prossima settimana), e proseguire anche nel primo trimestre di quest’anno, sarà seguito da una ripresa nel prosieguo dell’anno, oppure se la debolezza sarà superiore a quel che si aspetta la FED. Nel primo caso potrebbe essere ripreso a fine anno il processo di normalizzazione dei tassi, che dipenderà anche dall’inflazione che nel frattempo si consoliderà. Nel secondo caso la politica di normalizzazione verrà sostituita da un ritorno all’orientamento accomodante, abbandonato da tre anni. Quel che mi ha sorpreso, poiché non era scontato, è il buon numero di membri del FOMC propenso anche ad interrompere nel corso del 2019 la politica di riduzione della montagna di titoli di stato presenti nel bilancio FED, che ora ammonta a circa 3.900 miliardi. Il Quantitative Tightening ora procede al ritmo di riduzione di 50 miliardi al mese. Ma se si interrompesse quest’anno rimarrebbero in bilancio una quantità di titoli enormemente più alta di quella, di circa 900 miliardi, che si aveva in tempi normali, cioè prima della grande crisi del 2008.

Il significato sembra chiaro. Il tempo della “repressione finanziaria”, con tassi quasi azzerati e liquidità abbondante e quasi gratuita, potrebbe vivere una seconda giovinezza ed accompagnarci per un tempo molto più lungo di quel che si credeva solo pochi mesi fa. Le conseguenze sarebbero di enorme portata, tali da snaturare del tutto il DNA della finanza, mandare in crisi sistemi pensionistici a capitalizzazione, rendere cronicamente non remunerativo il sistema bancario, mantenere vive le bolle speculative gonfiate negli scorsi anni, spingere ulteriormente alla crescita smisurata del debito globale, e caricare un fardello insopportabile sulle generazioni future.

Niente male come programma!  

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