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L'AMERICA SPRINTA, L'ITALIA ARRANCA
01/02/2019 08:45

Ieri si è concluso il mese di gennaio anche sui mercati, oltre che sul calendario. I principali indici azionari americani hanno mostrato i muscoli, andando a chiuderlo sui massimi e proseguendo quella sorta di inversione a V che fa a pugni con il crollo subito a dicembre.

SP500, dopo aver perso in dicembre -9,18%, ha concluso gennaio con un recupero da +7,87%. Ancor meglio ha fatto l’indice tecnologico Nasdaq, che ha completamente recuperato il -9,48% di dicembre con un +9,74% di gennaio.

Gli analisti si stanno spremendo le meningi di fronte ad un mercato azionario USA che pare schizofrenico, in preda alla depressione fino ad un mese fa ed all’euforia nelle ultime settimane.

Eppure non siamo di fronte a dati economici disastrosi in dicembre, seguiti da dati magnifici in gennaio. Anzi, tutto fa pensare che il rallentamento dell’economia USA sia in atto, aiutato anche un pochino dall’impuntatura di Trump, che ha provocato un mese di chiusura di parecchi uffici pubblici e generato un danno alla crescita intorno ai 10 miliardi di dollari, circa il doppio del costo del muro col Messico, che non è riuscito ad ottenere. La stima del PIL del 4° trimestre non è stata comunicata in settimana, proprio per colpa dello shutdown, ma quando sarà divulgata dovrebbe mostrare un rallentamento di circa un punto percentuale rispetto al +3,4% della crescita del PIL realizzato nel trimestre precedente. Anche la fila di trimestrali che comincia ad allungarsi presenta i chiaroscuri tipici dei rallentamenti di passo, che non giustificano, né il panico di dicembre, né l’euforia di gennaio, ma caso mai motiverebbero un lento scivolamento dai massimi di settembre 2018.

Perché allora gli indici sono presi da stati d’animo degni dell’interesse di uno psichiatra di quelli bravi?

Forse il motivo di tutto ciò sta nel disastro comunicativo di Powell e della Federal Reserve, che a dicembre ha mostrato una faccia e dopo Natale ne ha mostrata un’altra diametralmente opposta.

Le parole pronunciate a dicembre erano fiduciose che il ciclo economico fosse e rimanesse forte, al punto che la politica di rialzo progressivo dei tassi poteva tranquillamente proseguire con altri due movimenti nel 2019, dopo il rialzo del tasso ufficiale al 2,5%, attuato proprio nella riunione di dicembre. Il fine era di arrivare ad una normalizzazione al 3% circa, che rappresentava il livello implicitamente considerato neutrale. Ma dopo Natale, e dopo gli strali di Trump, che senza mezze misure ha dato dell’incapace a Powell, minacciandone il licenziamento, ma soprattutto dopo lo spavento di vedere rotolare in pesante passivo la performance degli indici azionari nell’ultimo trimestre dell’anno, Powell ha cambiato maschera, o, se vogliamo usare termini meno eleganti, ha calato le brache. Che sia stato per accondiscendenza verso il padrone che lo nominò al posto di nonna Yellen, oppure per tranquillizzare la crisi di nervi dei mercati, poco importa. Quel che la Fed ha mostrato è stata una giravolta tipica di chi si lascia prendere dal panico e procede a tentoni. La FED a gennaio ha smentito se stessa e, senza ammettere che l’economia USA non è più così forte come le sembrava ancora a dicembre, ha fermato il processo di rialzo dei tassi, inaugurando una nuova “era della pazienza”, affermando inoltre che l’attuale livello al 2,5% è già una sorta di tasso neutrale. Ha inoltre addirittura aperto all’ipotesi di fermare prima del previsto il processo, che dura da circa un anno, di riduzione della montagna di titoli di stato presenti nel suo bilancio, accumulati durante i vari QE, che ora avanza al ritmo di 50 miliardi di riduzione mensile.

A mio parere è stato questo atteggiamento ondivago a mandare prima nel panico e poi in visibilio i mercati.

A ben vedere è un atteggiamento che dimostra che il timoniere è un po’ incerto e cambia rotta al minimo refolo di vento. A breve si festeggia, ma nel medio periodo sarà l’economia, più che le sorprese comunicative di Powell, a dettare la direzione ai mercati. Le altalene di Powell generano le altalene sugli indici. Ma queste producono solo volatilità e nervosismo negli operatori, impegnati a interpretare come l’andamento degli indici influirà sulla “pazienza” della FED. Perché pare evidente che, se l’economia USA non rallenterà, la pazienza non avrà più motivo di proseguire, e la Fed tornerà ad alzare i tassi, mandando di nuovo in crisi i nervi degli operatori.

Quello della FED pare un comportamento un po’ dilettantesco, troppo condizionabile da influenze esterne, che non porterà certo maggior stabilità.

Cambiamo brevemente dilettanti, per ricordare che, solo una settimana fa, a Davos, il nostro premier Conte, tra l’ilarità trattenuta a stento degli uditori, annunciava in pompa magna una crescita del nostro PIL di almeno l’1,5% per il 2019. Ieri l’ISTAT ha comunicato il secondo calo trimestrale consecutivo del PIL italiano. Dopo il -0,1% del terzo trimestre, ecco il -0,2% del quarto. E’ una notizia che ha sorpreso solo lui, perché tutti quelli che si occupano seriamente di queste cose lo prevedevano, al punto che nessuna agenzia indipendente credeva alle cifre inserite da Tria nel DEF (crescita all’1% nel 2019) e accettate, pro bono pacis, dalla Commissione UE per non affibbiarci subito la sanzione della procedura di infrazione per debito eccessivo.

Dopo il dato di ieri l’Italia è ufficialmente in recessione tecnica, che scatta quando per due trimestri consecutivi il segno della variazione del PIL è negativo. Tutte le agenzie nei prossimi giorni rivedranno al ribasso le loro previsioni, che ora sono mediamente  intorno al mezzo punto di crescita previsto. Tria dice che il calo è minimo, Conte che è colpa della guerra commerciale tra USA e Cina. Di Maio, indovinate un po’, dà la colpa a Renzi, che non l’ha avvisato che il vento stava cambiando.

Salvini tira dritto, come al solito. Non guarda al PIL, ma al fatto che l’asta dei BOT ha avuto una richiesta pari al doppio dei titoli offerti. Qualcuno gli dica, per favore, che nelle aste la domanda è e normalmente superiore all’offerta, perché se non avviene significa che si è vicini al default.

Tutti sperano che nella seconda parte del 2019 quota 100 e reddito di cittadinanza facciano il miracolo.

Non vi sentite in buone mani?

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