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ASPETTA (TRUMP) E SPERA (IN DRAGHI)
24/01/2019 08:45

E’ proseguita anche ieri la pausa di riflessione, che i mercati azionari hanno deciso di prendersi dopo ben 4 settimane consecutive di rialzo da parte degli indici USA (3 quelle delle borse europee).

Una pausa che, al momento, non pare ancora particolarmente preoccupante, per chi ha seguito il movimento rialzista di recupero attuato in questo mese di gennaio. Del resto Eurostoxx50, prima di rimangiarsi nel finale la strada fatta nella prima parte della seduta, ieri sembrava addirittura in grado di riprendere il rialzo interrotto venerdì scorso. Ma la retromarcia che ha innestato l’indice USA SP500 subito dopo un’apertura in rialzo, ha riportato le borse europee a sedersi intorno alla parità, e rinviato al futuro le velleità di continuazione rialzista.

Wall Street si è fatta decisamente più cauta ed equilibrata delle scorse settimane ed inizialmente ha addirittura subito una crisi d’ansia, retrocedendo nella prima parte della seduta, fino a sfondare di una manciata di punti il minimo segnato martedì da SP500. Poi è tornato qualche acquisto che ha risollevato l’indice in lieve positività (+0,22% a fine seduta), senza però impedire che il grafico evidenziasse la seconda candela giornaliera nera consecutiva, dopo la serie di 12 bianche realizzate dal 4 gennaio in poi. L’indice più rappresentativo della borsa americana pare aver moderato l’euforia delle scorse settimane, ma rimane in piena zona di supporto. Incoraggia il fatto che il livello di 2.630, dopo essere stato violato sia martedì che ieri, in entrambi i casi sia stato recuperato. Ma l’equilibrio presente tra le forze in campo conferma che l’area compresa tra i 2.600 ed i 2.700 appare al momento difficile da superare, senza prima vedere il rasserenamento di qualche torbida situazione.

I motivi di apprensione sono infatti ancora molti. Uno è l’esito delle trattative di pace tra le delegazioni di USA e Cina sui dazi. Gli unici che sanno veramente come stanno le cose, cioè le due squadre di negoziatori, o restano abbottonati (i cinesi), oppure lasciano trapelare rumor decisamente ondivaghi e contradditori (gli americani), che non aiutano a farsi un’idea affidabile, anche perché accanto ai negoziati di pace sui dazi, proseguono le battaglie legali contro Huawei, accusata di spionaggio da diversi paesi occidentali.

L’altro fronte ambiguo è il comportamento delle banche centrali. Oggi avremo la riunione mensile della BCE e Draghi dovrebbe indicare ai mercati le intenzioni future per aiutare l’economia europea, sempre più zoppicante, dopo la fine del Quantitative Easing. I mercati attendono dettagli del progetto di TLTRO (aste di finanziamento a tassi agevolati per 4 anni a favore delle banche europee che prestano soldi all’economia), che potrebbe essere riesumato a marzo. Se Draghi ne parlerà, potremmo assistere ad una ripresa immediata di fiducia da parte degli indici europei. Se invece farà capire che in seno alla BCE non c’è quella disponibilità a riallargare fin da subito le maglie della politica monetaria, poche settimane dopo averle strette con la fine del QE, i mercati potrebbero reagire male.

Al tempo stesso ci si chiede che cosa farà prossimamente una silente FED. Quando le borse USA colavano a picco, un mese fa, Powell comunicò l’intenzione di sospendere i rialzi dei tassi, piegandosi così al volere di Trump e alle paure degli investitori. Ma ora le borse hanno recuperato metà delle perdite, e, se continuasse il recupero, magari annullerebbero quasi tutto il crollo dello scorso trimestre. Siamo così sicuri che in tal caso la FED si mantenga paziente come promesso?

A questi due focolai di incertezza, nella giornata di ieri si sono aggiunti altri due argomenti di riflessione. Uno è il braccio di ferro tra Trump ed i democratici sullo shutdown, che non accenna a ricomporsi e produce danni sempre più consistenti all’economia ed al consenso dei cittadini nei confronti dei politici USA. Pare che possa essere rinviato, per l’impossibilità di garantire la sicurezza, anche il Discorso sullo Stato dell’Unione, che Trump dovrebbe tenere il 29 gennaio davanti al Congresso.

Il secondo focolaio di instabilità è il colpo di stato in atto in Venezuela, dove il leader dell’opposizione Juan Guaidò si è autoproclamato presidente del Paese, spodestando Maduro. Trump ha subito riconosciuto il nuovo presidente, seguito da molti paesi sudamericani e dal Canada. Intanto nelle strade di Caracas crescono gli scontri con decine di morti. Trump ha minacciato di intervenire se il regime cercherà di soffocare l’insurrezione con la forza. Maduro ha reagito invitando i diplomatici USA  ad andarsene entro tre giorni. Intanto l’Europa, da par suo, si guarda bene dall’esporsi ufficialmente prima di individuare il vincitore, anche se appaiono prese di posizione a titolo personale a favore di Guaidò. Le forze in campo sembrano in effetti spropositate e la fine di Maduro pare segnata, anche se a decidere la partita sarà, come sempre in queste situazioni, la mossa dei generali dell’esercito. L’eventuale uscita di scena di Maduro verrebbe salutata positivamente dai mercati, specialmente se fosse rapida e poco cruenta.

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