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E' IL PROTEZIONISMO, BELLEZZA
04/01/2019 08:45

Il protezionismo che Trump ha insistentemente magnificato, e poi realizzato, nel suo primo biennio presidenziale, comincia a presentare i primi drammatici conti all’economia globale.

Le preoccupazioni degli economisti, delle istituzioni economiche sovranazionali (FMI, OCSE, WTO), delle banche centrali, che da molti mesi hanno avvisato il mondo delle pesanti ricadute della guerra commerciale sulla crescita globale, non sono bastate a far desistere il vanitoso inquilino della Casa Bianca dal suo folle progetto di aumento generalizzato dei dazi contro la Cina e gran parte del resto del mondo.

Ora i nodi cominciano a venire al pettine ed sono i mercati finanziari a dare la sveglia all’egocentrico magnate, con una esemplare lezione a suon di crolli borsistici, che stanno scontando un forte rallentamento della Cina e dell’economia globale e forse anche la caduta in recessione degli USA per la fine di quest’anno o l’inizio del prossimo.

La seduta di ieri è stata l’esemplare anticipazione del copione che il 2019 potrebbe riservarci.

Segni di rallentamento della crescita cinese si sono affastellati negli ultimi mesi del 2018, man mano che si sviluppava la guerra commerciale dichiarata da Trump, e l’ultimo dell’anno l’indice PMI Manifatturiero, quello che riflette le previsioni di un campione di manager sul futuro dell’economia cinese, ha mostrato, nella rilevazione di dicembre, una discesa a 49,4, ben sotto il limite di 50, che separa aspettative di crescita (al di sopra) da quelle di rallentamento (al di sotto).

In un’economia globalizzata, che Trump si ostina a rifiutare, come rifiuta, con modalità che, se non fossero tragiche, sarebbero ridicole, anche l’esistenza del cambiamento climatico, le debolezze di qualcuno contagiano tutti. Pertanto, dopo la prima seduta borsistica del 2019, il colosso Apple ha dovuto comunicare una forte revisione al ribasso delle previsioni di ricavo per il trimestre appena terminato, dovuta, guarda un po’, prevalentemente al rallentamento della domanda cinese.

Il boomerang dei dazi ha così fatto in fretta a tornare in faccia a chi l’ha lanciato. Ieri Apple è stata scaricata da chi per anni l’ha adorata ed ha perso in un solo giorno un decimo della sua capitalizzazione, sotto una bordata incessante di vendite. Per chi crede ai grafici, la chiusura sui minimi di seduta poco sopra i 142$, ha travolto il forte supporto di 150 ed iniziato un nuovo violento impulso ribassista, che se non si arresterà in area 134, potrebbe addirittura farle assaggiare l’onta di scendere sotto i 100$. E pensare che solo 3 mesi fa, il 3 ottobre scorso, la società di Cupertino aveva realizzato il suo ultimo massimo storico sopra i 233$. In 3 mesi ha perso il 39% del suo valore.

L’importanza di Apple per l’azionario USA ha contagiato tutto il resto del listino tecnologico, ed in particolare il settore dei semiconduttori, causando una vera e propria debacle al Nasdaq100 (-3,36%), ma ha trascinato in forte ribasso anche gli altri indici (-2,83% il Dow Jones e -2,48% SP500). Il più importante indice mondiale, SP500, con il tonfo di ieri ha già restituito quasi il 50% del vistoso rimbalzo generato tra Natale e Capodanno, ed oggi si troverà a dover decidere se continuare fin da subito a scendere verso il supporto pre-natalizio di 2.351. Intanto, a corollario della debolezza dell’azionario, continua la caccia ai metalli preziosi, visti come rifugio anti recessione ed ai Bond americani, altro porto sicuro nei momenti di turbolenza. Sui Treasury i continui acquisti stanno schiacciando i rendimenti, che sul decennale ora sono scesi al 2,55%, ben 70 punti base in meno di soli due mesi fa, mentre la curva dei rendimenti è appiattita come non mai.

La giornata odierna dovrà interpretare la notizia, diramata nella notte da Pechino, che una delegazione USA la prossima settimana si recherà in Cina per il primo appuntamento negoziale dopo la tregua di 90 giorni stipulata in dicembre da Trump e Xi. L’obiettivo è quello di cercare una via d’uscita onorevole dalla guerra commerciale che, ormai è chiaro, rischia di far deragliare entrambe le economie dal sentiero virtuoso. Sarà sufficiente a restituire un po’ di fiducia agli investitori sempre più impauriti?

Stamane le borse cinesi sembrano crederci, e stanno tentando un discreto rimbalzo. Non così l’indice Nikkei giapponese, che ha chiuso la seduta a -2,47%.

L’azionario europeo ieri ha continuato a seguire l’andamento americano, ma in modo decisamente meno emotivo che in passato. La volatilità in Europa è assai meno intensa che in USA, e questo è un dato positivo. Del resto se l’epicentro della crisi è nei rapporti tra le due sponde del Pacifico, l’Europa può defilarsi un po’ da centro della scena. Gli indici europei non hanno, ovviamente, né la forza né i motivi per fare buon viso alla cattiva sorte americana, ma ieri hanno mostrato di non cedere agli isterismi, chiudendo con un passivo meno evidente di quello americano (-1,29% l’Eurostoxx50). Il nostro Ftse-Mib ha contenuto le perdite ad un onorevole -0,61% e per parte della seduta è stato addirittura positivo.

Oggi si respira aria di rimbalzo, almeno in apertura di seduta, sulla scia della fiducia cinese. Poi occorrerà verificare l’andamento americano, come sempre. Però la forza relativa che ultimamente sta evidenziando il nostro indice, se sarà accompagnata da un rimbalzo americano, potrebbe anche fargli chiudere seduta e settimana al di sopra dello scoglio di 18.400 punti. Era un supporto, ceduto dopo Natale, che avrebbe potuto provocare vistosi scivoloni. Gli scivoloni non si sono visti, ma hanno interessato più le altre borse che la nostra. Perciò non mi stupirei che il segnale ribassista venisse negato ed aprisse la strada ad un po’ di recupero.

In fondo, come dicono i vecchi lupi di borsa, “se quel che deve scendere non scende, significa che vuol salire”.

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