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PRIME VERIFICHE DOPO IL RIMBALZO TECNICO
02/01/2019 08:45

Col passaggio al nuovo anno si è chiuso uno dei peggiori anni borsistici del dopoguerra e si possono fotografare i consuntivi del 2018. Il bilancio è stato particolarmente pesante per i mercati azionari e lo dimostra il fatto che tra tutti i principali indici mondiali solo quello brasiliano e quello indiano abbiano avuto una performance positiva nell’anno appena passato. Ma, attenzione, solo in valuta locale. Perché i relativi ETF, che sono quotati in euro, non si sono salvati dalla performance negativa.

La palma del peggiore spetta alla Cina, che sull’indice di Shanghai ha perso oltre un quarto del valore, mentre, ancora peggio, su quello di Shenzen oltre un terzo, in un solo anno. In Asia anche il Giappone (-12%) ed Hong Kong (-14%) hanno pianto, al pari dell’Europa, che archivia un anno deprimente, con Eurostoxx50 che ha perso circa il -15%, mentre l’indice peggiore è stato quello di Atene (-25%), seguito dal Dax tedesco (-18%), il nostro Ftse-Mib (-16%) e dall’indice spagnolo (-15%). Nessuno dei 18 settori Eurostoxx ha terminato il 2018 in positivo. Banche ed auto hanno perso intorno al -25%.

Persino gli USA, che dopo il 2008 hanno inanellato una serie incredibile di anni positivi, che fino a settembre sembrava voler annoverare anche il 2018 (con la sola marginale perdita inferiore al punto percentuale nel 2015), nell’ultimo terribile trimestre hanno ceduto di schianto, portando in negativo su tutti gli indici (SP500, Dow Jones, Nasdaq100 e Russell2000) il risultato dell’anno appena passato. La perdita finale è stata a cifra singola, perciò meglio di quel che ha combinato il resto del mondo ma, se guardiamo l’ultimo trimestre 2018, dobbiamo costatare perdite comprese tra il -12% del Dow Jones ed il -20% dell’indice delle small cap Russell2000, passando per il -14% di SP500 ed il -17% del tecnologico Nasdaq100. Le distanze tra la virtuosa America e la deludente Europa si sono così ridotte, ma purtroppo non perché l’Europa abbia importato il toro americano, ma piuttosto perché in USA il toro è stato sostituito dall’orso.

L’eccezionalità del 2018 si riscontra anche nel fatto che abbiano sofferto anche gli altri comparti, anche quelli che tradizionalmente vengono considerati porti sicuri quando infuria la tempesta sull’azionario. Obbligazioni, commodity, persino i metalli preziosi non sono riusciti a sottrarsi all’andamento negativo, sebbene, specialmente per i preziosi, si sia intravisto nell’ultimo trimestre, un tentativo di inversione rialzista nel trend, che potrebbe consolidarsi nel 2019, specialmente se gli altri asset continueranno ad essere avari di soddisfazioni.

Nei commenti pubblicati a ridosso di Natale, che si possono comunque trovare sul sito Borsaprof.it,  ho già allertato i lettori sulla necessità di non snobbare il giovane orso, che si è mostrato molto agguerrito.

Mi rendo conto che molti investitori, specialmente quelli che non seguono quotidianamente i mercati, ed operano con ottiche di medio-lungo termine, possono essere stati spiazzati dalla rapidità e dalla violenza dell’ultima scivolata dei mercati americani, avvenuta nel corso del mese di dicembre, un mese per giunta, tradizionalmente favorevole al mercato azionario, che sviluppa quasi sempre i famosi Rally di Natale. Invece quest’anno l’indice SP500, tra l’apertura della prima seduta di dicembre, avvenuta a 2.790 punti, e la chiusura della vigilia di Natale, a 2.351, ha realizzato un inedito -15,7%.

Sufficiente a cambiare clamorosamente il segno di un anno che a fine settembre ha realizzato l’ennesimo massimo storico.

La ferita è stata così profonda e sorprendente, che non può essere archiviata come un semplice incidente di percorso. Il grafico di SP500, con qualunque compressione temporale lo si voglia osservare (giornaliera, settimanale, mensile), ci mostra invariabilmente la fine del trend rialzista primario, quello durato dal marzo 2009 al settembre 2018 e che ha visto solo due correzioni intermedie (5 mesi nel 2011 e 7 mesi dall’agosto 2015 a febbraio 2016). Quella che è nata lo scorso ottobre è stata classificata come correzione fino alla prima settimana di dicembre, ma la rottura del minimo della prima gamba ribassista di ottobre e la successiva e profonda scivolata che ne è scaturita, ha certificato la morte del toro e invertito la direzione di marcia del principale indice azionario mondiale, che ora è destinato ad attraversare il difficile guado del 2019 in compagnia dell’orso.

Tratteremo nei prossimi giorni degli obiettivi ribassisti di lungo periodo che possiamo individuare, così come delle grosse incognite che insidieranno il cammino dei mercati in questo difficile 2019, che è appena iniziato ma porta il fardello dei grossi problemi che la fine del 2018 ha palesato agli occhi degli investitori.

Qui evidenzio ancora quel che è successo dopo Natale sul mercato USA. Le quattro sedute di apertura, totale o parziale, del mercato azionario, hanno presentato il classico rimbalzo tecnico, doveroso dopo la forte scivolata delle precedenti 7 sedute, che portò l’indice a ritracciare il 50% dell’ultimo impulso rialzista, partito il 10 febbraio 2016 e culminato con l’ultimo massimo storico del 21 settembre 2018, a quota 2.941 (prendiamo nota, perché è destinato a durare piuttosto a lungo).

Il rimbalzo post-natalizio non ha grande significato anche perché è avvenuto quasi in solitaria, dato che le altre borse mondiali hanno attuato molte chiusure per festività dopo il 23 dicembre, e con volumi di contrattazione ridotti proprio dall’assenza di molti operatori in vacanza. E’ comunque riuscito a far rientrare l’indice all’interno del canale ribassista che stava seguendo prima che l’accelerazione negativa del 20 dicembre lo portasse addirittura a sfondare il bordo inferiore. Il secondo merito è quello di aver ridotto il ritracciamento dell’indice al 38,2%, in area 2.500 punti. E’ un bel recupero, ma non basta a lenire la profonda ferita inferta dall’orso di dicembre.

Le tre giornate residue di questa prima settimana di gennaio sono chiamate a fornire qualche conferma, sebbene fino alla prossima settimana i mercati non tornino a pieno regime.

Le bevute e l’allegria di Capodanno potrebbero convincere gli investitori che gli eccessi di dicembre sono stati una crisi di panico non motivata dalle condizioni di salute dell’economia USA e provare a riaccumulare qualcosa proprio per approfittare di quelli che sembrano veri e propri prezzi di saldo sui listini abituati a salire da quasi dieci anni.

Oppure il rimbalzo potrebbe già esaurirsi in un semplice quanto fisiologico pullback, mostrando che l’orso non ha nessuna intenzione di mollare il centro della scena, ed è ancora affamato.

A rendere probabile questa evenienza è intervenuto il 31.12 il brutto dato dell’indice PMI manifatturiero cinese, che è piombato per la prima volta in terreno di allarme recessione, scendendo a 49,4 punti, al di sotto della barriera di 50 punti, che separa le aspettative di crescita da quelle di rallentamento.

Le borse asiatiche aperte oggi si sono mostrate tutte infastidite e perdono significativamente terreno, iniziando il 2019 col piede sbagliato. Si preannuncia una partenza in calo anche per gli indici europei, che poi vorranno verificare l’umore americano nel 2019.

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