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CRISI DI NERVI NATALIZIA A WALL STREET
27/12/2018 08:45

Non si era mai vista prima, nella storia dei mercati finanziari, una crisi di nervi paragonabile a quella che si è materializzata a ridosso delle festività natalizie.

Il mese di dicembre è tradizionalmente un mese rialzista, in cui quasi sempre quel che non viene speso in acquisti natalizi è investito sui mercati. Quel che invece si decide di destinare all’acquisto di prodotti sempre più tecnologici produce utili nelle casse delle imprese, che giustificano gli investimenti fatti e alimentano il trend rialzista delle borse almeno fino a fine anno. Quasi sempre, ma quest’anno no.

Il mese di dicembre ci ha fatto vedere una vera e propria fuga dal mercato azionario, come se tutto quel che per quasi 10 anni è stato accumulato senza paura e senza sosta, di colpo bruciasse nelle mani dei possessori, costringendoli a precipitose liquidazioni. Se eccettuiamo due momentanee incertezze nel 2011 e nel 2015, quando l’indice SP500 effettuò le due maggiori correzioni del decennio 2009- 2018, arrivando a perdere poco più del 20% dagli ultimi massimi realizzati, gli ultimi 10 anni sono stati una cavalcata continua per realizzare sempre nuovi record, passando dal minimo di 667 punti del 6 marzo 2009 ai 2.941 punti del 21 settembre 2018. Un rialzo del 341% in meno di 10 anni dalle ceneri del marzo 2009, al termine del terribile mercato orso che causò la perdita -57,6% dal 10 ottobre 2007 al 6 marzo 2009, la seconda catastrofe borsistica più violenta della storia, dopo quella del 1929, quando in meno di 3 anni venne bruciato l’86% della capitalizzazione borsistica di Wall Street.

E’ abbastanza naturale che dopo aver moltiplicato i valori iniziali di marzo 2009 per circa 4 volte e mezzo, gli investitori abbiano un po’ di vertigini. Del resto le mani forti, dopo la lunga cavalcata rialzista prodotta nel biennio 2016-2017 e culminata con i fuochi artificiali di gennaio di quest’anno, già in febbraio e marzo fecero le prove generali di inversione e decisero che il semestre aprile-settembre avrebbe dovuto essere all’insegna della distribuzione, poiché forse il mercato rialzista era oltre la frutta, ai brindisi finali.

Infatti i mercati vennero pilotati ancora una volta verso i massimi, lentamente ma costantemente, consentendo ai grossi investitori di ridurre l’esposizione azionaria, mentre il popolo del fai da te, inebriato dall’apparente invincibilità del toro, che anche quella volta sembrava averla spuntata sul cucciolo di orso, già pregustava nuove vette da scalare “verso l’infinito ed oltre” (copyright Buzz Lightyear di Toy Story).

E, come ci insegnano i manuali di analisi dei cicli di mercato, dopo la distribuzione non può che arrivare l’inversione di tendenza primaria, quella che decreta la morte del toro e la conquista della scena da parte dell’orso di lungo periodo, destinato a far razzie per un numero significativo di mesi, fino a quando la sbornia delle esagerazioni non verrà completamente smaltita.

Fino a qualche settimana fa, a chi mi chiedeva quando avrebbe potuto arrivare l’inversione, rispondevo, oltre al doveroso caveat di non possedere la sfera di cristallo, che il momento più probabile avrebbe potuto essere nel primo trimestre del 2019. Ritenevo che le mani forti in USA avrebbero cercato di difendere la performance positiva anche per l’anno in corso, rinviando la resa dei conti al prossimo anno e rispettando così la tradizione del rally di Santa Klaus, che in USA è quasi un appuntamento fisso, segnato sui calendari.

Invece quest’anno la fiducia degli investitori è stata messa a dura prova fin da ottobre, con una serie di imprevisti che hanno provocato un primo forte shock, causato dall’inasprimento della guerra commerciale e da qualche segnale di rallentamento del ciclo economico in USA, mentre la politica accomodante delle banche centrali arrivava al naturale epilogo un po’ in tutto il mondo. Non è bastata la tregua di 90 giorni firmata da Trump e da Xi a novembre, perché nel frattempo il funambolico Presidente USA ha perso la maggioranza alla Camera, frenato nella sua capacità di promettere e realizzare e diventando anatra zoppa dal prossimo gennaio.

Poi ha combinato parecchi altri guai nel mese di dicembre. Sul versante geopolitico ha deciso il ritiro delle truppe USA da Afghanistan e Siria, abbandonando al loro destino i curdi, che larga parte hanno avuto nella vittoria contro l’ISIS, ed ora rischiano di essere annientati dall’esercito turco di Erdogan, a cui Trump ha appaltato il presidio della Siria. La mossa ha causato dimissioni a catena per protesta nel dipartimento della Difesa USA, a partire dal Ministro ed ex generale Mattis, subito sostituito dal vice.

E’ subito arrivato il prevedibile plauso di gatto Putin, che non vede l’ora di papparsi il topo siriano senza la fastidiosa ostilità dell’esercito USA nella zona. 

Ma il peggio di sé Trump l’ha dimostrato nei confronti della Federal Reserve e del suo Presidente Jerome Powell, da lui stesso nominato solo pochi mesi fa. La continua serie di ingerenze affinché non venissero alzati i tassi e fosse promossa una politica accomodante, ha spinto la FED ad irrigidirsi, per mostrare autonomia, e ad insistere nella politica di normalizzazione dei tassi, che i mercati non gradiscono più. La risposta di Trump è stata quella di far trapelare addirittura l’intenzione di licenziare Powell. Una mossa inaudita e senza precedenti storici, che mette a repentaglio la credibilità futura dell’istituzione su cui si basa la fiducia dei mercati.

Intanto l’assurda impuntatura sui 5 miliardi di $ per realizzare il muro di separazione dal Messico ha causato lo shutdown di 7 dipartimenti governativi, con blocco delle attività e paralisi fino a quando non si troverà un accordo per approvare il budget.

Non basta. La vigilia di Natale, tanto per alleggerire la tensione, il Segretario di Stato Mnuchin ha convocato le principali banche d’affari USA per accertarsi della liquidità disponibile ed il Working Group che si occupa della sorveglianza delle emergenze sui mercati. Come se si fosse in guerra.

Tutto questo caos ha fatto saltare i nervi agli operatori, che hanno continuato a vendere senza badare al prezzo. SP500 ha così inanellato prima della sosta natalizia ben 10 candele nere e 7 sedute in perdita delle ultime 8, con un calo dai massimi di settembre del -20%, entrando così anch’esso ufficialmente nel mercato orso, dopo che Nasdaq 100 vi era entrato un paio di giorni prima.

Il ribasso ha coinvolto anche il petrolio, che è sceso fino al supporto di poco superiore ai 42 $ al barile.

La violenza del calo è stata tale che gli indicatori di eccesso sono precipitati in territorio di forte ipervenduto ad un livello che raramente è stato superato in passato.

Situazioni così estreme chiamano al rimbalzo tecnico.

La pausa di Natale ha così permesso agli animi di calmarsi ed ha consentito un forte rimbalzo nel giorno di Santo Stefano. Un rimbalzo eclatante, nell’ordine del +5% per tutti gli indici USA e +7% per il petrolio, che rivela che probabilmente il fondo (provvisorio) è stato toccato ed ora si apre una finestra di recupero che vada ad alleggerire la pressione e consenta di ragionare a mente un po’ più fredda e non in preda al panico.

La fortuna delle borse europee è stata quella di aver fatto un lungo ponte, mentre i mercati USA andavano sull’ottovolante. Oggi riapriranno limitando i danni, o addirittura potranno persino pensare di salire un po’ per rendere un po’ meno indigesto il risultato del 2018.

La volatilità è comunque regina incontrastata di dicembre ed i suoi effetti sballotteranno ancora i mercati, grazie anche alla poca liquidità presente in queste giornate dove molti operatori mancano dalle postazioni.

Il dato che mi pare abbastanza consolidato è che il mercato toro di lungo periodo è finito. Il resto, per ora, è volatilità. Guai a farsi illudere dai rimbalzi.

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