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LA UE PERDONA, LA FED NO
20/12/2018 08:45

Il giorno in cui il listino italiano è stato galvanizzato dall’accordo tra governo italiano e Commissione UE, che ha evitato, per ora, al nostro paese la procedura di infrazione per eccesso di debito, si è concluso in USA in modo decisamente negativo, per colpa della FED, che ha alzato i tassi ed ha pronunciato parole non abbastanza accomodanti sui suoi passi futuri.

Andiamo per ordine. La seduta europea, che già si sapeva che si sarebbe conclusa prima del “momento FED”, è stata dominata dalla notizia del “perdono” del figliol prodigo italiano da parte dei commissari UE. Si tratta di un perdono provvisorio, poiché l’apertura del procedimento d’infrazione può essere attuata fino a settembre, e condizionato all’attenta verifica che i “numerini” riscritti sulla legge di bilancio vengano approvati in Parlamento senza modifiche e che la concreta attuazione delle misure e l’evoluzione dell’economia italiana nei prossimi mesi li confermi come realistici. Non è affatto scontato che in primavera tutto quadri. Anzi. La crescita italiana rischia di essere strozzata assai più di quel che oggi si prevede al punto da rendere irrealistico anche il nuovo obiettivo fissato al +1%. In tal caso tutto sarebbe da rivedere. Ma intanto il fatto che per ora l’Italia abbia evitato la bocciatura è bastato a far tirare un grosso sospiro di sollievo alle colombe del nostro Governo ed ai mercati, che hanno prontamente reagito con un calo vistoso dello spread BTP-Bund decennale di 13 punti base, con approdo a quota 254, ovvero un’ottantina di punti in meno dei livelli massimi toccati nelle drammatiche giornate del 19 ottobre e del 20 novembre scorsi, quando i due leader bulletti giocavano ancora a braccio di ferro con l’Europa. Il netto cambio di clima ha premiato il settore bancario, che da una discesa dello spread ha tutto da guadagnare, e così il nostro Ftse-Mib, che è zeppo di banche, ha svettato in cima alla classifica di giornata delle borse europee, con un +1,59% che ha trascinato in positivo anche l’indice Eurostoxx50 (+0,37%).

Dopo l’armistizio europeo ufficializzato ieri, è partita la corsa delle dichiarazioni di vittoria da parte di tutti gli attori in commedia, come si conviene in questi casi. Mi sembra perciò giusto rendere onore a chi veramente ha remato perché l’accordo si raggiungesse. Da parte italiana cito in primis il Presidente del consiglio Conte, che in questa difficile impresa, portata a termine con successo, ha smesso i panni del “maggiordomo dei due padroni”, appellativo che gli ho affibbiato per molti mesi nel citarlo, e che da ora in avanti non userò più, per guadagnarsi i galloni di “statista”. Le sue doti di avvocato civilista esperto in trattative e mediazioni, gli hanno consentito di entrare nelle grazie di Juncker e di ottenere dall’Europa molto più del nulla ricevuto con i ringhiosi insulti di Salvini e le presuntuose impuntature di Di Maio. Onore anche al mesto ministro dell’Economia Tria, preso a pugni e sconfessato più volte dai due leaderini (soprattutto da Di Maio), spesso sull’orlo di dimissioni che Mattarella è riuscito a stento ad evitare, ma che alla fine ha avuto ragione. I numeri esatti erano quelli che fin da settembre lui voleva inserire in bilancio. Gli hanno imposto numeri truccati, lo hanno obbligato ad andare a difenderli mettendo a repentaglio la sua credibilità di economista. Ma ora la Commissione UE ha preteso che tornassero i suoi. Onore al Ministro degli Esteri Moavero, tra i massimi esperti in Italia di burocrazia europea, quasi sempre presente alle trattative, instancabile nel silenzioso lavorio di cesello dietro le quinte. Esempio dell’Italia migliore, che lavora sodo e non chiacchiera. Infatti nessuno ricorda una sua dichiarazione pubblica in questi mesi. Ma il suo lavoro nell’ombra è stato determinante.

Nel campo europeo occorre riconoscere gli enormi sforzi compiuti da Juncker per far digerire un accordo molto politico ai commissari più riluttanti (erano parecchi) ed il ruolo di intercessione compiuto dalla Merkel ed indirettamente, anche da Macron, che con il suo sfondamento del 3% del rapporto deficit/PIL ha spianato la strada a concessioni all’Italia maggiori di quanto non si sarebbe ottenuto se a violare le regole fossero stati solo gli italiani.

Il moderato festeggiamento da parte dei due vice-presidenti del Consiglio testimonia la loro sconfitta politica. Non puoi vendere agli italiani il libro dei sogni in campagna elettorale, presentare una sgangherata manovra senza capo ne coda e con stime truccate, urlare a ripetizione “non ci muoveremo di un millimetro” quando l’Europa ce lo rimprovera, provocare decine di miliardi di perdite sui risparmi degli italiani con la lievitazione dello spread, per poi accettare un sonoro ridimensionamento dei due provvedimenti bandiera (reddito di cittadinanza e quota 100), che i cittadini scopriranno assai meno sostanziosi di quanto promesso in campagna elettorale, ed infine presentarti sorridente dichiarando: “Nessun cedimento!”. Se gli italiani non si sono bevuti il cervello la punizione dovrebbe arrivare.  

La loro speranza, a questo punto, è che la disillusione arrivi dopo le elezioni europee.

Torniamo ai mercati. Italia a parte, le altre borse europee sono state più caute ed hanno passato la seduta in attesa che la FED dettasse la linea. Ed alle 20 è arrivata la sentenza FED. SE l’Europa perdona, la FED no.

Non solo, come anticipato a ripetizione, ha alzato i tassi ufficiali portandoli a 2,5%, ma ha voluto dimostrare con i fatti ed anche poi a parole che “la politica non entra nelle decisioni della Federal Reserve”. Una secca risposta a Trump, che ha cercato di condizionarla nei giorni scorsi, ma anche ai mercati, che con i forti ribassi hanno cominciato a scontare un deciso rallentamento futuro dell’economia a stelle e strisce, forse anche una caduta in recessione a fine 2019 o inizio 2020.

Un rallentamento che invece la Fed non vede ancora così minaccioso, sebbene abbia preso atto che i mercati da settembre hanno aumentato la loro volatilità. Infatti le proiezioni economiche hanno rivisto la crescita 2018 e 2019 solo leggermente al ribasso. Powell in Conferenza Stampa ha ribadito la solidità dell’economia USA, dichiarando che “il 2018 è stato l’anno migliore dalla crisi finanziaria del 2008”. Nel 2018 il PIL è cresciuto più del previsto, la disoccupazione è ai minimi e stanno cominciando a crescere anche i salari. In questa situazione non c’è alcun bisogno di stimoli. Il prossimo anno i rialzi dovrebbero essere 2 anziché 3, limando un po’ l’aggressività della normalizzazione. Anche perché la FED ritiene che il livello neutrale dei tassi ufficiali sia intorno al 2,75%. Ha comunque concesso la frase, ovvia, che la FED guarderà attentamente l’evoluzione delle dinamiche economiche future, pronta a rimodulare, se necessario, la traiettoria monetaria così comunicata.

Powell ha poi lanciato una stoccata anche a Wall Street, affermando che un po’ di volatilità sui mercati non è normalmente in grado di mutare in modo sostanziale il quadro macroeconomico. Perciò il messaggio sembra essere: sfogate pure le vostre ansiose aspettative, ma noi diventeremo accomodanti  solo quando l’economia darà maggiori segni di rallentamento.

Evidentemente non era questo che i mercati volevano sentire. La delusione ha portato immediatamente gli indici sotto zero, dopo la pubblicazione del comunicato, mentre la successiva Conferenza Stampa di Powell, con la sua orgogliosa manifestazione di indipendenza dagli umori dei mercati e di Trump, ha provveduto a portare gli indici a chiudere con cali abbastanza pesanti: -1,54% per SP500, che ha chiuso a quota 2.507 punti e -2,29% per il Nasdaq100, zavorrato dal -7,25% di Facebook, al centro di un nuovo scandalo sulla privacy. L’indice tecnologico ha così sfondato anch’esso i minimi di novembre e si è allineato alla negatività segnalata già da qualche giorno da SP500.

La settimana sta diventando molto pesante e le speranze di evitare una chiusura settimanale di SP500 sopra 2.603, al fine di annullare il forte segnale di inversione ribassista del trend di lungo periodo, appaiono ridotte al lumicino.

Oggi cade sul mercato anche il brutto calo subito dall’indice giapponese Nikkei (-2,89%) e la negatività diffusa in tutte le borse asiatiche. Non contribuirà a rasserenare il clima nemmeno la notizia di nuove sanzioni americane contro la Russia, in particolare contro funzionari ed agenti dei servizi segreti.

Ha da passà a nuttata…

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