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E ADESSO... CHE ORSO SARA'?
18/12/2018 08:45

Dopo il segnale ribassista consegnato ufficialmente dall’indice USA SP500 con la chiusura di venerdì scorso, ieri dall’America è arrivata un’altra significativa sventola di conferma, che fotografa il caos che comincia a regnare nelle menti degli operatori americani, poco avvezze, per mancanza di abitudine, a gestire l’emotività negativa che producono i forti cali dei mercati azionari.

Infatti per quasi 10 anni, a partire dal marzo 2009 in poi, tutte le correzioni sull’indice SP500 sono state occasioni di acquisto, perché sempre l’indice è riuscito a riassorbirle e segnare, a distanza più o meno breve, nuovi massimi, dapprima relativi, poi dal 2013 anche assoluti. Inoltre quasi mai le correzioni sono riuscite a mettere in crisi il trend rialzista di lungo periodo, cioè a sfondare i precedenti minimi relativi. Solo quella dell’inverno 2015-16 generò un segnale di fine trend di lungo periodo. Ma anche in questa circostanza le incertezze vennero spazzate via da una robusta ripresa primaverile che falsificò il segnale ribassista e ripristinò il trend. Un trend che aveva allora ancora molto da regalare, grazie al ciclone Trump. Il periodo dal novembre 2016 (elezione del magnate) a gennaio 2018 è stato, nella storia della borsa USA, il più fulgido esempio mai visto di euforica cavalcata rialzista. La forte correzione che seguì, nei primi mesi di quest’anno, diede una scossa alle convinzioni esuberanti, ma si sviluppò nei canoni del regolare ribasso, dato che i minimi relativi, realizzati con il primo forte sell off di febbraio, non furono abbattuti dalle successive gambe della correzione. La tenuta del trend primario consentì il recupero ed il ritorno estivo ai precedenti massimi assoluti, che vennero addirittura superati a fine agosto scorso, realizzando l’attuale record assoluto a 2.941 punti.

Un record forse destinato a restare tale per un bel po’ di tempo, dato che ad ottobre partì una nuova forte correzione, che generò il 29 un minimo, a quota 2.603 (-11,5% dal massimo storico), ma comunque superiore a quello della correzione precedente. Il trend di lungo periodo non poteva ancora dirsi concluso. Seguì il classico rimbalzo ed un successivo periodo di oscillazione al di sopra di questi valori, protrattosi fino ad una settimana fa. L’abitudine al rialzo e la fiducia incrollabile che anche stavolta l’indice avrebbe tenuto, portò ancora una volta molti investitori USA a comprare quel rimbalzo. Ma stavolta il recupero trovò 2.816 come resistenza invalicabile, che respinse due volte le velleità rialziste degli ottimisti ad oltranza. Il 10 dicembre scorso, SP500 scivolò sotto quei 2.603 punti, decretando un segnale di fine trend di lungo periodo, che però non venne confermato dalla chiusura di seduta. L’intervento delle mani sante riuscì, come tante altre volte in passato, a riprendere in mano la situazione per il rotto della cuffia e riportare l’indice a fine seduta al di sopra del supporto.

L’illusione dello scampato pericolo durò però solo un paio di giorni. Arrivò venerdì scorso la conferma ribassista con l’indice che chiuse seduta e settimana al di sotto, seppure di poco, del minimo di ottobre. Restava da capire che cosa sarebbe successo ieri, alla riapertura del mercato.

In Europa ed anche in Asia la seduta di ieri è iniziata con un certo aplomb, quasi a confidare che anche stavolta le mani sante si sarebbero occupate di sbrigare con successo il fastidio della “volatilità” (è questo il nome che la maggior parte dei consulenti finanziari dà ai forti ribassi, nel tentativo di addolcire la pillola che i clienti debbono trangugiare).

Ma Wall Street stavolta è rimasta pienamente nelle mani dei venditori. Quota 2.603, da ex-supporto, si è trasformato in resistenza e l’indice ha passato tutta la seduta sotto quel livello. Il tentativo di resistere alle vendite è durato fino al momento della chiusura dei mercati europei, che hanno potuto così contenere le perdite intorno ad un onorevole -1%.

Poi è partita l’accelerazione ribassista nella seconda parte della seduta americana e SP500 ha chiuso a 2.546 (-2,08%), togliendo ogni dubbio con una chiusura che è la più bassa del 2018. Ora abbiamo sui grafici daily la certificazione dell’inversione ribassista di lungo periodo e la sorte dei prossimi mesi pare effettivamente appesa ad un sottilissimo filo: quello della candela settimanale, che non deve chiudere sotto 2.603. Altrimenti l’inversione di trend di lungo periodo verrebbe confermata anche sui grafici weekly. Avremmo così il certificato di morte del Toro.

L’impresa da compiere per prolungare l’agonia del bovino appare di quelle ostiche. Anche perché in USA il vecchio Donald ci ha messo del suo per fomentare il caos.

Con dichiarazioni pesantemente intimidatorie nei confronti della FED, è entrato con i piedi nel piatto e pretende che non venga effettuato il rialzo dei tassi al termine della riunione del FOMC che si apre oggi e si concluderà domani.

La mossa di Trump non è soltanto una pesante ingerenza, lesiva dell’autonomia della Banca Centrale USA, ma rischia di suscitare l’effetto opposto, dato che l’istituzione dovrà dare segnali di capacità di non farsi influenzare, e questo potrebbe addirittura irrigidirla, portando ad una sorta di scontro istituzionale mai visto prima.

I mercati non sanno come interpretare questa enorme novità e vengono ulteriormente destabilizzati, come se non bastassero tutti gli altri segnali che rendono il forte rallentamento della crescita USA un evento sempre più probabile e vicino.

La settimana che precede le feste natalizie quest’anno sui mercati non sarà ricordata come un periodo di serenità e di pianificazione di guadagni futuri, come tradizionalmente succede.

La domanda a cui i media specializzati dovranno rispondere nelle pubblicazioni di scenari e prospettive per il 2019 rischia di essere semplicemente questa: “…E adesso? Che orso sarà?”

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