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L'ELEFANTE NELLA CRISTALLERIA
17/12/2018 08:45

La settimana trascorsa ha definitivamente archiviato ogni speranza di rally di Natale da parte dei mercati azionari. Anzi, per gli indici principali americani si è trattato di crollo delle illusioni fornite da  un lunedì, iniziato malissimo, con la rottura di quota 2.600 da parte di SP500, ma terminato in forte recupero. I giorni seguenti hanno visto esaurirsi mercoledì il tentativo di rimbalzo e lasciare il passo alle sedute di giovedì e venerdì, incaricatesi di riportare SP500 sotto i supporti di 2.620 e realizzare a 2.600 punti esatti la più bassa chiusura giornaliera (e settimanale) da aprile scorso.

Ciò significa che non solo è abortito il rimbalzo, ma è stata fornita una conferma di continuazione al trend ribassista in atto e che, dopo aver segnato sul grafico massimi discendenti in ciascuno dei mesi successivi a settembre, SP500 ora ha anche ripreso la serie di minimi discendenti, che si era vista a ottobre, ma che novembre aveva interrotto, con la tenuta del precedente minimo relativo di 2.603.

Ora la realizzazione lunedì scorso di 2.583 e la conferma sotto 2.603 in chiusura della settimana sembra indicare un segnale di inversione ribassista di importanza primaria, in grado di decretare la fine del trend pluriennale e l’inizio di una fase ribassista di lungo periodo, di cui quel che abbiamo visto finora appare solo come un già indigesto antipasto.

Fino a qualche anno fa, alla visione del grafico di SP500 che si vede ora, non avrei avuto dubbi nel lanciare la chiamata ufficiale di fine della festa e decretare l’inversione ribassista.

Ora lo faccio un po’ più sottovoce, perché oggi le possibilità manipolative da parte di mani forti e autorità di controllo sui naturali comportamenti dei mercati sono molto più potenti di una volta e la stessa capacità predittiva dei grafici, per questo motivo, si è decisamente ridotta, almeno in ottica di breve periodo.

Ma quel che vedo è un elefante nella cristalleria che ha cominciato ad aprire gli occhi e sta pensando di svegliarsi. Aumentano le probabilità che quel che è già andato in frantumi venga sommerso da quel che ancora potrebbe spaccarsi, appena l’elefante comincerà a provare il panico dei fallimenti e la recessione arriverà sulla porta della cristalleria.

La settimana entrante riveste l’importanza enorme della sfida finale tra un toro ferito ed un orso che sta diventando sempre più affamato, poiché sente l’odore del sangue.

L’importanza sta nel fatto che mercoledì abbiamo la riunione della FED che alzerà i tassi e potrebbe con questa mossa causare la definitiva inversione della curva dei rendimenti sui Treasury Bond americani. Ora abbiamo già constatato che la prima parte della curva dei rendimenti, quella che esprime il differenziale tra la durata 5 anni e la durata 2 anni è già invertita. All’inversione del tratto più lungo (quello tra i 10 anni e i 2 anni) mancano ancora 15 punti base. Se oltre al rialzo di 25 punti base dei tassi ufficiali Powell e gli altri membri perderanno un po’ di fiducia sulla solidità della crescita USA e decideranno di comunicare un cospicuo periodo di pausa di riflessione in attesa di vedere l’evoluzione del primo trimestre 2019, allora è possibile che l’inversione del tratto lungo venga per ora evitata e che i mercati possano gioire (lo so che è paradossale) delle incertezze dell’economia reale, rinviando ancora una volta la vittoria dell’orso e provando a fermare la caduta degli indici azionari.

Al contrario, se Powell & c. non muteranno significativamente la loro precedente visione, e comunicheranno più di un solo rialzo dei tassi nel prossimo anno, allora il ribasso dovrebbe accelerare e tagliare fuori anche coloro che pervicacemente si ostinano ad essere ottimisti per il 2019.

Avremmo perciò un evento, cioè la chiusura fortemente negativa del mese di dicembre, che staticamente è una rarità, poiché quel che si vede di solito è una sorta di rally che serve a chiudere bene l’anno ed accumulare commissioni di performance e bonus per i gestori dei fondi.

Performance che quest’anno non ci saranno, dato che una statistica provvisoria ci comunica che oltre il 90% degli asset è in perdita da inizio anno. Perciò, dato che non ci sono bonus da difendere, è ipotizzabile quest’anno le resistenze al calo siano inferiori al passato.

Del resto il contesto economico globale si sta deteriorando abbastanza rapidamente. La scorsa settimana abbiamo avuto segnali di rallentamento in Europa, con indici PMI in calo e ormai al confine tra la previsione di crescita e quella di recessione, ed anche in Cina, con significativi ridimensionamenti nella produzione industriale e delle vendite al dettaglio.

Sebbene Trump si ostini a mandare tweet ottimistici sulle trattative con i cinesi, il mercato osserva che da gennaio Donald perderà la sua maggioranza alla Camera e le sue vicende giudiziarie potrebbero subire accelerazioni a lui sfavorevoli, mentre tra qualche giorno potrebbe scattare un altro shutdown con il blocco dell’attività di alcuni ministeri in mancanza di accordo per il loro finanziamento.

Intanto le imprese USA vedranno esaurirsi l’effetto scalino sugli utili netti del taglio fiscale di un anno fa e nel 2019 dovranno guadagnare senza ulteriori aiutini fiscali.

Al contrario la pressione in Europa sta mostrando qualche segnale di allentamento, dopo tanti mesi di sotto-performance rispetto agli indici USA. Sabato scorso si è affievolita la protesta anti-Macron da parte dei Gilet gialli, ed oggi per l’Italia dovrebbe arrivare il tanto agognato accordo con la Commissione UE per evitare la procedura di infrazione. Al momento non ci sono dettagli, ma sarebbe veramente strano se, dopo aver portato così avanti la trattativa e ceduto su tutti i fronti pur di evitare la bocciatura europea, qualcosa si inceppasse a pochi miliardi dalla conclusione positiva.

E’ pertanto presumibile che i mercati europei, magari trainati addirittura dalla nostra Piazzaffari,  possano proseguire con il recupero di forza relativa rispetto agli USA, che già la scorsa settimana hanno mostrato, concludendola in positivo a differenza degli indici USA.

Certo, sovraperformance non significa a tutti i costi performance positiva. Anche scendere meno degli USA sarebbe compatibile con un recupero di forza relativa.

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