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IL RIMBALZO HA GIA' IL FIATO CORTO
14/12/2018 08:45

Il rimbalzo dei mercati azionari comincia ad avere il fiato in po’ corto, una volta giunto alla terza giornata, ed in prossimità delle prime resistenze da affrontare.

La seduta europea ieri ha presentato due facce. L’iniziale esuberanza dell’indice italiano, arrivato a guadagnare ben oltre il punto percentuale nelle prime battute, ha sorretto l’avvio moderatamente positivo anche dell’indice globale dell’Eurozona Eurostoxx50. Evidentemente gli investitori hanno apprezzato le parole di Juncker, che ha accolto bene la marcia indietro del governo italiano, quasi come il padre buono della celebre parabola, che a braccia aperte va incontro  al figliol prodigo, appena lo vede tornare contrito e in cerca del perdono paterno. Sebbene la sottrazione di 36 centesimi di punto di PIL all’obiettivo del deficit per il 2019 non sia una grande prova  di contrizione, Juncker ha optato per la benevolenza politica, poiché da qualche giorno un altro figliolo francese si è fatto riottoso e indisciplinato ed ha deciso di sfondare ampiamente il tetto del 3% di deficit del suo bilancio 2019.

Per equità politica non è parso opportuno concedere ad un figlio di infrangere le regole liberamente e chiudere la porta in faccia a quello italiano, che ha dato qualche prova di ravvedimento.

Ma, come hanno ben presto constatato i mercati, la partita italiana non è ancora né vinta, né conclusa. Infatti il Commissario Moscovici (francese, vorrà dire qualcosa?) si è affettato a concedere il benevolo lasciapassare all’indisciplina di Macron, mentre ha subito evidenziato che l’Italia non è confrontabile con la Francia e che, pur apprezzando gli sforzi italiani, bisogna ancora che il nostro governo faccia qualche altro passo nella direzione giusta per evitare la procedura di infrazione per debito eccessivo. L’uscita di Moscovici provoca un evidente fastidio al nostro ego nazionalistico. Un fastidio che condivido, soprattutto se consideriamo che è vero che la Francia sta complessivamente meglio di noi, ma è anche vero che negli ultimi anni ha fatto molto per avvicinarsi alle nostre precarie condizioni. 

Però, se guardiamo con un po’ di oggettività i numeri della nuova manovra presentati a Bruxelles dal duo Conte-Tria, non possiamo fare a meno di osservare che la mossa di Conte per dimostrare che il nostro rapporto debito/PIL il prossimo anno calerà, e quindi la UE non ci deve sanzionare per debito eccessivo, ha come architrave la previsione di cessione di beni dello Stato per 18 miliardi (un punto percentuale di PIL) da portare a termine nel 2019. Ma negli ultimi anni le privatizzazioni in Italia sono state molto difficoltose e mai sono riuscite a realizzare più che una minima percentuale delle somme ipotizzate. Fidarsi della promessa di vendere rapidamente 18 miliardi di beni pubblici presuppone una forte volontà politica di chiudere la questione, che è ancora da verificare.

Inoltre l’ipotesi di Conte si basa su previsioni di crescita del PIL mantenute invariate al +1,5%, nonostante che gli ultimi mesi abbiano mandato segnali di vistoso rallentamento della crescita dell’economia italiana, al punto da rendere possibile addirittura la caduta in recessione il prossimo anno. Salvo miracoli, perciò, sarà molto difficile il prossimo anno evitare l’aumento del rapporto debito/PIL.

Questi ragionamenti hanno cominciato ieri a serpeggiare tra i commissari UE ed i leader degli altri 18 paesi dell’Eurozona e le perplessità sono aumentate. Perciò la seduta europea si è infiacchita, sebbene l’indice Ftse-Mib abbia mantenuto il segno positivo e lo spread abbia chiuso in calo, a 268 punti. Ma le quotazioni che si sono viste in mattinata erano nettamente migliori. Gli indici europei hanno tutti azzerato i guadagni e solo quello spagnolo ha mostrato un rialzo superiore a quello del nostro Ftse-Mib.

Peraltro anche gli indici USA faticano molto a rimbalzare e non sono riusciti a mettere molti punti di distacco dai minimi segnati nella prima parte della seduta di lunedì scorso. Se guardiamo il più rappresentativo degli indici USA, SP500, osserviamo che da martedì in poi ha realizzato tre sedute positive (o non negative), ma sempre con chiusure inferiori alle aperture e lontane dai massimi di giornata. Come se il rimbalzo fosse zavorrato da una sorta di “vorrei ma non posso”.

Effettivamente in USA, con l’approssimarsi della fine dell’anno, comincia a salire la pila dei report che disegnano gli scenari per il prossimo anno e nessuno vede prospettive di accelerazione della crescita, mentre molti elencano una serie nutrita di incertezze che potrebbero far deragliare nella seconda parte del 2019 o all’inizio del 2020 l’economia USA verso la recessione.

Aggiungiamo poi che i guai giudiziari di Trump potrebbero aumentare, ora che il suo ex avvocato di fiducia Cohen, dopo la condanna, ha dichiarato che prossimamente farà altre rivelazioni sui loschi traffici di Trump, che si è incaricato di coprire per anni, ricevendo il carcere come ricompensa.

Sono tutti elementi che rendono perplessi i mercati e non invogliano a comprare. Il finale d’anno rischia di non riuscire nemmeno a recuperare parte delle perdite accumulate finora da tutti i listini.

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