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LA FARSA DEL PASTICCIO FISCALE
18/10/2018 08:45

Come ho scritto nel commento di ieri, mi aspettavo l’arrivo di prese di beneficio, dopo il rimbalzo attuato dai mercati nella prima parte della settimana, ma, devo ammetterlo, non così presto.

Invece ieri i mercati europei, dopo un gap rialzista iniziale, che è andato a concludere l’impulso rialzista nato lunedì mattina e proseguito per tutta la giornata di martedì, hanno già cominciato a moderare gli entusiasmi, sull’onda delle prime prese di beneficio.

Il risultato è stato perciò una seduta moderatamente negativa sul Dax tedesco (-0,53%) e su Eurostoxx50 (-0,44%), ma piuttosto negativa sul nostro Ftse-Mib (-1,33%), che è tornato ad essere il peggior indice europeo dopo il fuoco fatuo del rally di martedì. Non ha aiutato l‘Europa la scivolata iniziale dei mercati americani, che dopo l’apertura hanno accumulato perdite di circa un punto percentuale. Le perdite sono però state praticamente recuperate nella seconda parte della seduta, che ha riportato i principali indici (SP500, Nasdaq100 e Dow Jones) a chiudere praticamente in parità.

La debolezza italiana si è fatta significativa a partire dal pomeriggio, quando anche lo spread BTP-Bund, che aveva iniziato in calo fino a 292 punti, si è riportato in area 300 ed ha continuato a salire fino a 309 punti delle battute finali, praticamente sui massimi già realizzati la scorsa settimana a 310.

Dietro questa improvvisa ed affrettata voglia di disfarsi di titoli obbligazionari ed azionari italiani c’è la strana vicenda della manina misteriosa, che ha trasformato in thriller la telenovela della manovra.

Lunedì scorso, a notte fonda e a tempo scaduto, i trionfanti leaderini ci hanno comunicato il varo del decreto fiscale, che è il primo passo concreto della manovra. Come a volte accedeva con i precedenti governi e sempre è accaduto con l’attuale “governo del cambiamento”, i provvedimenti vengono prima annunciati e poi scritti, per arrivare al testo ufficiale con parecchi giorni di ritardo. Ricordiamo tutti il difficile parto del “Decreto dignità” e del “Decreto Ponte Morandi”. Il motivo è che per la schiera di giovani leoni da tastiera che occupano la stanza dei bottoni è molto più facile scrivere un post trionfale su Facebook o uno sgrammaticato insulto agli avversari su Twitter che il testo di una legge.

Anche per il decreto fiscale ci siamo acconciati ad attendere pazienti che, dopo le anticipazioni per sommi capi diramate ai giornalisti, che non possono più fare domande in conferenza stampa, il testo ufficiale arrivasse prima all’attenzione del Capo dello Stato, che, secondo la Costituzione, lo deve vagliare e poi firmare, poi a quella del “popolo sovrano”, che magari avrebbe piacere ci capire le novità e le incombenze che il cambiamento gli riserva per il prossimo anno.

Siccome si pensava che la scrittura sarebbe stata non breve, i mercati si erano presi un po’ di respiro con il rimbalzo di lunedì e martedì. Ma ecco il colpo di scena.

Uno scuro e stizzito Di Maio denuncia direttamente nel tribunale di Bruno Vespa che una manina misteriosa ha manipolato le norme sul condono, chiamato elegantemente “pacificazione fiscale”. Non solo vengono cancellati i debiti fiscali fino a 1.000 euro, concessa la rottamazione ter delle cartelle esattoriali, chiuse le liti fiscali con lo sconto del 50% e consentita la dichiarazione integrativa per redditi  e contributi non dichiarati pagando solo il 20% delle imposte dovute. Ce ne sarebbe già abbastanza per far arrabbiare non poco quelli che le multe e le tasse le hanno pagate tutte e sempre. Secondo Di Maio è stato inserito di soppiatto e in modo truffaldino “anche lo scudo fiscale per i capitali all’estero e la non punibilità per chi evade”. Perciò il decreto è stato bloccato immediatamente dal maggiordomo Conte e oggi Di Maio farà un esposto alla Magistratura contro ignoti.

Di Maio non lo dice, perché significherebbe far cadere il governo, ma evidentemente pensa a qualche sotto-segretario leghista. La vicenda perciò, oltre a trasformare la manovra in una fiction a metà tra il giallo e la farsa, inasprisce in modo brusco i rapporti tra i due piatti del delicato equilibrio governativo, e certamente non aumenterà la credibilità del governo agli occhi di Unione europea e agenzie di rating, che debbono esaminare e giudicare la manovra.

Lo squarcio di sereno sembra già richiuso e fin da oggi sui mercati si potrebbe tornare in trincea.

Non perché si possano temere conseguenze istituzionali dalla vicenda della manina misteriosa. Non ho dubbi che la questione si chiarisca in fretta. Credo che il “governo del cambiamento dei decreti” riuscirà prontamente a trovare un colpevole (io scommetto su un povero funzionario qualunque del ministero di Tria), su cui verranno scaricate tutte le colpe, e la concordia di facciata tornerà tra i due giovani leader. Piuttosto perché la piazzata di Di Maio costituisce l’ennesima figuraccia internazionale di questo governo di esperti gaffeur, che conferma ancora una volta  la nomea di simpatici e bugiardi pasticcioni che all’estero contraddistingue gli italiani.

Poi pretendiamo che ci prestino i soldi…

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