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... CI MANCAVA SOLO IL CROLLO DI WALL STREET
11/10/2018 08:45

Se la pazienza dei mercati nei confronti del nostro governo è finita da quando è stato presentato il DEF, ieri abbiamo constatato che sembra finita anche quella nei confronti dell’azionario americano, che ieri ha vissuto una giornata campale di ribasso, come raramente si vede.

L’attenzione dei media, calamitata da giorni sul rischio-Italia, ha cominciato ad occuparsi del rischio USA e degli effetti sulle imprese americane dei tassi in costante crescita e della guerra commerciale con la Cina, che si fa sempre più tesa, con nuove minacce da parte di Trump di mettere dazi anche su  quella parte di prodotti cinesi che ancora non è stato colpito.

Il nervosismo degli indici USA l’ho già segnalato nei giorni scorsi, nel poco spazio che ci concedono le convulsioni e le liti del governo italiano con UE, agenzie di rating, tecnici ed agenzie di controllo parlamentari, mercati.

Avevamo notato che la correzione della scorsa settimana, più significativa sul Nasdaq che su SP500, si era arrestata nelle prime due sedute di questa settimana, ma gli indici non erano riusciti a rimbalzare. Questo comportamento è anomalo per le borse USA, abituate da mesi a non correggere più di poche sedute e poi ripartire immediatamente per ritoccare i massimi precedenti. Tuttavia sembrava che l’atteggiamento fosse di attesa dell’apertura della stagione delle trimestrali, che avverrà domani con un primo gruppo di banche. Quel che si notava era comunque l’assoluta indifferenza per le vicende italiane, che riescono a mettere il nervosismo alle borse europee, ma non agli indici USA.

Però ieri gli investitori hanno cominciato a prendere atto dell’impennata dei rendimenti che negli ultimi giorni si sono visti sui Treasury decennali, arrivati a rendere fino al 3,25%, ed hanno constatato che quel rendimento è superiore alla stragrande maggioranza dei dividendi distribuiti dalle società che compongono l’indice SP500. Detto in altri termini, i sicuri titoli di stato USA fanno di nuovo concorrenza all’azionario, specie se il contesto economico dovesse aumentare i rischi di frenata. Poi hanno pensato che con rendimenti così vivaci e destinati, secondo le parole e i comunicati della FED, a continuare a salire per tutto il 2019, oltre che a dicembre prossimo, le difficoltà a procurarsi capitali da parte delle imprese USA (ma anche dei paesi emergenti) aumenteranno, così come aumenterà il numero dei soggetti che andranno in apnea perché gravati da un debito fuori controllo e scarsa capacità di rinnovarne le scadenze a tassi crescenti. Aggiungiamoci infine l’inasprirsi delle schermaglie commerciali tra USA e Cina, che portano a pensare che, alla lunga, la guerra dei dazi finirà per sottrarre in modo consistente crescita futura all’economia mondiale, che già subirà gli effetti non positivi della forza del dollaro e dei tassi di interesse USA sulla salute delle economie emergenti.

Insomma. Il tipico cocktail di nubi all’orizzonte, che esiste da mesi, ma che gli investitori con la memoria corta hanno snobbato, nella convinzione che come negli ultimi 10 anni si sono diradate tutte le nubi precedenti, altrettanto succederà in eterno.

Ma, siccome esiste la forza di gravità, mentre l’accelerazione delle speranze porta a perdere il contatto con la realtà, ecco che, quando meno te lo aspetti, scattano le prese di beneficio. Anche questa volta è successo. Basta la classica goccia che fa traboccare il vaso che tutte le certezze svaniscono ed i più rapidi corrono ad intascare. E quando questa idea viene a troppi investitori contemporaneamente succede quel che è capitato ieri: una seduta “bagno di sangue”, con SP500 sceso a 2.785 punti (-3,29%) e Nasdaq100 a 7.044 (-4,44%). Tanto da oscurare le già brutte performance che si sono viste in Europa: Eurostoxx50 -1,66%, il nostro Ftse-Mib -1,77% ed il Dax, su cui è piombata anche al revisione al ribasso della crescita attesa per l’economia tedesca, -2,22%.

E probabilmente non finirà qui, dato che stamattina le borse asiatiche ripetono il bagno di sangue americano. Il Nikkei giapponese ha già chiuso a circa -4% e l’indice cinese di Shanghai sta segnando mentre scrivo intorno a -5%.

Prevedere un tonfo europeo in apertura è un gioco da ragazzi. Meno semplice è capire dove si fermerà il calo. SP500 ieri ha travolto tutti i minimi segnati dal 12 luglio in poi, superando al ribasso anche l’area 2800, che avrebbe dovuto costituire un buon supporto. Se oggi non verrà prontamente recuperata l’obiettivo successivo è 2.690, con probabile addio alle intenzioni di segnare quota 3.000 entro fine anno.

Complicata è anche la vita di Dax ed Eurostoxx50, che ieri hanno raggiunto i minimi di marzo, da cui era partito l’ampio recupero di aprile e maggio. Oggi dovrebbero sfondare in gap questi livelli e solo una incredibile (infatti io non ci credo) capacità di recupero potrà evitare il segnale di continuazione ribassista con obiettivo nell’ordine di altri 7-8 punti percentuali di ribasso.

Stendiamo un velo pietoso sul nostro Ftse-Mib, che già ci ha messo del suo e proprio non sentiva il bisogno di essere trascinato al ribasso anche dal contesto internazionale.

Bastavano già Salvini e Di Maio.

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