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PIAZZAFFARI IN RUMOROSO RIALZO
26/09/2018 08:45

Chi sperava che i mercati azionari mondiali archiviassero rapidamente il colpo di freni assestato lunedì scorso agli entusiasmi della settimana precedente, ieri ha dovuto prendere atto che forse la digestione dei dubbi non è ancora stata completata e non lo sarà prima che la FED fornisca la sua chiave di lettura della situazione un po’ caotica che si respira nel mondo.

Un caos che è plasticamente rappresentato in questi giorni all’Assemblea Plenaria delle Nazioni Unite, quel luogo dove un tempo le nazioni cercavano, sebbene con alterni risultati e spesso senza poi riuscire a trasformare i principi in azioni concrete, di affrontare i grandi problemi della convivenza umana con uno sguardo globale e soprattutto cooperativo, dato dal fatto che ognuno dei 193 Stati aderenti, piccolo o grande che sia, esprime un voto di importanza uguale agli altri.

Ora, a sentire il discorso fatto ieri da Trump, pare diventato il teatrino del bullismo di leader minacciosi, che sfruttano il palcoscenico mediatico del Palazzo di Vetro per aizzare all’odio i propri elettori.

I mercati debbono aver osservato con qualche perplessità la debordante manifestazione di odio e vanità offerta anche quest’anno dal Presidente USA, che, evidentemente, quando ha pronunciato una delle sue tipiche frasi di autocompiacimento (“Ho fatto più di qualunque altro nella storia”) pensava di trovarsi al cospetto delle folle osannanti che lo adorano nei suoi feudi elettorali. Invece i capi di stato ed i diplomatici presenti ad ascoltarlo hanno reagito con una sonora risata, come al circo, durante la performance del clown.

Un po’ sorpreso dalla reazione, ma per nulla condizionato, ha proseguito minacciando il nemico di turno, che quest’anno è l’Iran, che ha preso il posto occupato lo scorso anno dalla Corea del Nord come simbolo del male. Trump ha promesso nuove sanzioni ed invitato gli altri stati ad isolare il regime di Teheran. Poi ha elencato gli altri nemici del momento: l’OPEC, che deve smettere di aumentare i prezzi del petrolio, e la Cina che deve accettare scambi giusti e che sarà nuovamente punita se gli attuali dazi non basteranno a farla tornare sulla retta via. Ha poi concluso “educatamente”, con il disprezzo verso la casa che lo stava ospitando, che ha definito “burocrazia globale non eletta e non perseguibile”. Risultato diplomatico: zero applausi al termine dell’intervento.

La conferma del bullismo trumpiano, se può aver entusiasmato qualche elettore dell’Alabama, non ha fatto altrettanto a Wall Street, che ha preferito mostrare cautela in attesa dell’evento clou della settimana, previsto per questa sera alle 20. La Federal Reserve USA comunicherà le decisioni di politica monetaria al termine della riunione mensile del FOMC e, a seguire, presenterà l’aggiornamento trimestrale delle previsioni economiche, che saranno illustrate dal Governatore Powell in Conferenza Stampa.

La quasi totalità degli osservatori si attende il rialzo dei tassi dal 2% al 2,25%, come previsto nel percorso annunciato ad inizio anno verso la “normalizzazione” delle condizioni monetarie. Ad ottobre il QT (Quantitative Tightening, cioè il progressivo abbassamento della montagna di titoli di stato presenti nel bilancio della FED) raggiungerà la velocità di crociera di 50 miliardi di dollari mensili, che rimarrà costante da ottobre in poi. Quel che è meno scontato è l’aggiornamento delle previsioni per l’economia USA relative al futuro e le intenzioni della FED da qui a fine anno. Il piano di normalizzazione monetaria prevedrebbe un ulteriore rialzo dei tassi sui FED Fund al 2,5% a dicembre, per poi arrivare al 3% nel corso del 2019. Il mercato attende lumi da Powell per capire se questo programma sarà confermato o meno. Personalmente credo di sì, poiché l’economia USA viaggia a velocità sostenuta e i dazi non stanno ancora erodendo la crescita USA. Però è vero che Trump sta premendo su Powell per renderlo più accomodante e che la guerra commerciale per ora sembra lungi dal terminare, e, se gli esperti non topperanno completamente le previsioni funeste, un qualche effetto recessivo dovrebbe pur averlo.

D’altra parte stiamo già osservando i primi effetti dell’inasprimento dei tassi americani sugli anelli più deboli dell’economia mondiale. Cominciano ad essere parecchi i paesi emergenti molto indebitati che subiscono tempeste valutarie consistenti. Venezuela, Argentina, Turchia sono gli esempi più eclatanti e da tempo in grave difficoltà, ma situazioni sempre più critiche si vedono in Brasile, Sudafrica, Russia e ultimamente anche in India.

Non che i mercati si stiano preoccupando, poiché ieri il calo di Wall Street è stato appena accennato (SP500 a -0,13%), mentre gli indici europei, che lunedì avevano stornato un po’ di più, hanno persino recuperato qualcosina.

Fa eccezione, questa volta in positivo, Piazzaffari, che viaggia in preda ai rumor sul compromesso che si starebbe raggiungendo sul numerino da inserire nella Nota di Aggiornamento del DEF alla casella “Rapporto Deficit/PIL”. Questo documento, che sarà reso pubblico domani, è quello che fisserà i saldi al bilancio 2019, che la Legge di Bilancio dovrà poi rispettare. Il numerino che Tria inserirà esprime il grado di adeguamento del nostro paese ai vincoli europei. Ufficialmente Bruxelles chiede ancora 0,9%, ma tacitamente la Commissione Europea ha fatto capire che accetterebbe 1,6%, che è il target che Tria sta lottando per strappare ai due giovani sovranisti che guidano il governo (Conte riesce solo a fare la “velina”, come abbiamo visto nella umiliante fotografia in cui viene ritratto accanto al suo padroncino e con in mano la scritta #decretosalvini).

Salvini e soprattutto Di Maio vorrebbero un deficit decisamente più alto, vicino al 3%.

Ma, dato che Salvini pare accontentarsi di rifilare ai migranti mazzate giuridiche che portano più voti della flat tax, e crede di riuscire a raccontare agli italiani di aver eliminato la legge Fornero anche se la correzione è piena di trucchetti che ne riducono fortemente la portata, i mercati cominciano ad accarezzare l’ipotesi che Tria, almeno formalmente, venga accontentato. Di Maio si sta rassegnando e conterebbe di recuperare i soldi per reddito e pensione di cittadinanza direttamente in Parlamento, con il classico assalto alla diligenza della legge di bilancio e l’allargamento della platea dei condonati dalla “Pace Fiscale”.

Il nostro Ftse-Mib allora ha messo il turbo, trascinato dalle banche, a loro volta beneficiate dalla riduzione dello spread, ed ha realizzato un rumoroso +1,54% che lo ha posto in cima alle performance mondiali di giornata. Faccio notare che l’indice delle blue chip italiane, arrivando a 21.669, non ha solo recuperato tutto il calo del giorno precedente, ma ha scavalcato chiaramente l’area dei 21.500 punti ed anche il massimo raggiunto venerdì scorso. Il prossimo obiettivo è la resistenza di 21.950 e poi quella più tosta di area 22.250.

… DEF permettendo.

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