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SILENZIO, PARLA DRAGHI
13/09/2018 08:39

Ancora una seduta di borsa nervosa, ma con oscillazioni di corto respiro, ha caratterizzato la giornata di ieri, che ha traghettato i mercati all’appuntamento odierno con le banche centrali (Europea, Inglese e Turca). L’attesa è stata ingannata a seguire il viaggio dell’uragano Florence verso la costa della Carolina e l’esodo di quasi 2 milioni di americani evacuati. Il timore per le devastazioni che potrebbe provocare hanno spinto ancora in alto il prezzo del petrolio, che è tornato a sfiorare i massimi della scorsa settimana, oltre i 71 dollari, anche per colpa del dato settimanale sulle scorte di greggio in USA, comunicato nel pomeriggio, che ha riportato un calo superiore alle attese.

La cavalcata del petrolio dovrebbe comunque esaurirsi oggi, dato che nella notte l’uragano ha perso molta potenza e dal livello 4 che ha conservato ieri per tutta la giornata, nella notte è diminuito ad un più modesto livello due (tempesta) in grado di provocare magari qualche inondazione, ma non le terribili devastazioni che si temevano fino a poche ore fa.

L’attenzione dei mercati è sempre rivolta alla guerra commerciale USA-Cina e alla caccia ai rumor su questo argomento. Ieri l’inizio cauto di Wall Street, che nelle ultime sedute ha l’abitudine di partire in ribasso, è stato seguito da un repentino e forte rimbalzo durato mezz’ora (dalle 14 alle 17,30) quando è circolata una soffiata che il governo americano avrebbe chiesto ai cinesi di riprendere i negoziati.

La voce non ha trovato conferma e gli indici USA hanno chiuso poi in sostanziale parità, ma è bastata ad imprimere un impulso rialzista ai mercati europei, che in quella mezz’ora stavano chiudendo la loro seduta. Le chiusure europee sono state perciò positive di circa mezzo punto e sui massimi di giornata, dimenticando le incertezze che per molta parte della seduta hanno invischiato gli indici.

Incertezze imputabili almeno in parte alle convulsioni della compagine governativa italiana, dopo le unanimi manifestazioni di resa alla “legge di Tria”, cioè ad un bilancio 2019 parsimonioso ed attento al rispetto dei vincoli europei, che hanno provocato il rialzo di Piazzaffari e la diminuzione dello spread ad inizio settimana. Negli ultimi giorni, dopo il botta e risposta polemico Di Maio-Salvini sul rispetto della magistratura, che ieri ha collezionato anche una tirata d’orecchi a Salvini da parte di Mattarella,  l’armonia tra i due galletti del pollaio è in deciso ribasso e si acuiscono le divergenze sulle scelte che dovranno essere fatte nella stesura della legge di bilancio. Le risorse disponibili per stare nei parametri della “legge di Tria” sono poche, anche perché le fantasie di recuperare 20 miliardi col maxi-condono sono state bruscamente ridimensionate a 3 miliardi dai tecnici di Tria. Allora pare che pochi dei cavalli di battaglia del contratto di governo possano essere adeguatamente alimentati. Alla Flat Tax è già stata messa una pietra tombale e dovrebbe essere solo estesa la platea delle partite Iva che potranno entrare nel regime forfettario. Inoltre, se si fa il reddito di cittadinanza che vada oltre una simbolica elemosina, non si può fare la mitica “quota 100 anti-Fornero” per tutti i pensionati.

Salvini ha sparato contro il reddito di cittadinanza per ottenere la quota 100 a partire dai 62 anni. Di Maio risponde che, se non arrivano almeno 10 miliardi per il reddito di cittadinanza, Tria viene rimandato a fare il professore. Sono dissidi che, se c’è armonia, si risolvono nel chiuso di una stanza. Se invece c’è voglia di litigare, finiscono nelle interviste e nelle sparate su Facebook o Twitter.

Pare questo quel che sta succedendo ora. Per non parlare della politica estera, dove ieri in Parlamento Europeo la Lega ha votato in difesa di Orban, il socio sovranista di Salvini, sulla mozione per applicare all’Ungheria l’art. 7 del Trattato Europeo e togliere il diritto di voto all’Ungheria, perché viola i principi fondamentali alla base della UE. I rappresentanti dei 5 Stelle invece hanno votato a favore, contribuendo all’approvazione della mozione.

Sono segnali di insofferenza politica tra le due anime del governo, anche se è difficile ipotizzare una crisi proprio ora, con Salvini che spopola sui Social e nei sondaggi elettorali, e potrebbe vincere facilmente eventuali elezioni con il solo Centro-Destra, conquistando la maggioranza assoluta dei seggi.  Una simile eventualità equivarrebbe al suicidio politico di Di Maio.

Abituiamoci pertanto allo stillicidio delle frecciate, dei distinguo e delle minacce, fino a fine mese, quando finalmente dovrebbe nascere il DEF e la bozza della legge di bilancio da presentare alla Commissione Ue per l’esame preliminare ai sensi del Fiscal Compact. E nel frattempo alle oscillazioni di borsa e spread, a seconda di come soffia il vento politico di giornata.

Oggi comunque è il giorno di Draghi. Non credo che comunicherà alcuna modifica al percorso previsto ed annunciato a giugno, che comporta: la diminuzione del volume di acquisti di titoli per il QE dai 30 miliardi mensili attuali a 15, fino a dicembre; la conclusione del QE a fine anno; tassi invariati per un lungo periodo e disponibilità a valutare in futuro l’evolversi della situazione per eventuali cambiamenti futuri alla road map.  Non credo che i segnali di rallentamento della crescita in Europa bastino a modificare questo percorso, anche se probabilmente verrà fatta qualche revisione al ribasso delle stime BCE per questo ed i prossimi due anni. A dire il vero comincia a destare una certa preoccupazione la frenata italiana, dato che anche ieri è arrivato un dato sulla produzione industriale molto negativo.

Ma l’Italia non è l’Europa e Draghi non può farsi accusare a fine mandato di concedere aiuti spudorati al suo paese, almeno fino a quando la situazione non va fuori controllo. E Tria sembra garantire ancora un certo controllo. Per ora.

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