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ARRETRANO I LISTINI ED IL GOVERNO
10/09/2018 08:36

Settembre ha mostrato una faccia in parte diversa da ottobre. Il ritorno dalle vacanze di molti investitori è servito a riequilibrare gli eccessi che agosto ha portato su diversi mercati.

Notiamo innanzitutto la brusca frenata per gli indici USA, in particolare il tecnologico Nasdaq100, che ha mostrato una brutta candela settimanale, costata quasi un -3% di arretramento rispetto al venerdì precedente, ed ha fornito un primo segnale di debolezza, tornando al di sotto dell’area dei 7.500 punti, euforicamente superati nell’ultima settimana di agosto.

Anche SP500, sebbene con minore volatilità, potrebbe aver aperto una fase correttiva, effettuando ben sei sedute negative consecutive, che hanno anch’esse annullato lo slancio della parte finale di agosto. In USA comincia a preoccupare non tanto la interminabile farsa, a colpi di scoop ed indiscrezioni sulla vita privata di Trump e sul caos che regna alla Casa Bianca, quanto l’ormai imminente inasprimento  della guerra commerciale contro la Cina, quando verranno ufficializzati altri dazi su un ammontare di importazioni cinesi 4 volte superiore a quello finora coinvolto.

Inoltre negli ultimi giorni si comincia a vedere qualche pressione inflazionistica, in particolare sui salari pagati dalle imprese, che rende praticamente automatico il rialzo dei tassi nella riunione FED del prossimo 26 settembre e assai probabile una successiva mossa anche a dicembre. Se così fosse i tassi ufficiali in USA arriverebbero a fine anno al 2,50% e, a meno di un completo appiattimento della curva, dovrebbero inasprirsi oltre il 3% anche quelli sul decennale, con conseguenze restrittive sempre maggiori sulle condizioni monetarie per il finanziamento delle attività produttive. Non dimentichiamo che ad ottobre la Fed porterà anche pienamente a regime, a 50 mld$ al mese, l’ammontare di titoli di stato che non verranno rinnovati, inasprendo così il Quantitative Tightening. Queste percezioni hanno dato slancio al dollaro, che sta nuovamente attaccando il livello di 1,15 nei confronti dell’euro, e indotto un po’ più di cautela negli investitori USA.

Finché le trimestrali hanno pompato ottimismo questi scenari hanno potuto essere tranquillamente ignorati da mercati entusiasti dei regali fiscali di Trump, ma ora diventa sempre più difficile chiudere gli occhi e continuare a sognare.

Con l’America che corregge è sempre molto difficile vedere un’Europa salire. Infatti la settimana passata è stata un calvario anche per gli indici europei, rappresentati dal capostipite Eurostoxx50. La perdita settimana le è stata -2,9% ed ha sottolineato ancor di più la debolezza europea rispetto all’azionario USA, che dura da maggio del 2017 ed ha avuto solo un flebile rimbalzo a marzo ed aprile di quest’anno. Eurostoxx50 è ora arrivato assai vicino ad un importante bivio: il minimo di 3.262 del 26 marzo scorso, da cui partì la effimera ma impetuosa riscossa di circa il 10% che durò un mese e mezzo. Rispetto ad allora l’indice arriva alla prova del fuoco senza divergenze rialziste, ma con un eccesso ribassista (ipervenduto) evidente. Pertanto le possibilità che si assista nuovamente ad un rimbalzo ci sono. Anche perché le elezioni politiche in Svezia, che si sono svolte ieri e non hanno prodotto il temuto arrembaggio sovranista, potrebbero rilassare un po’ i nervi tesi degli investitori, preoccupati per il rallentamento della crescita nell’Eurozona e per il pericolo di instabilità che potrebbero portare le elezioni europee che si svolgeranno la prossima primavera.

Ad aiutare potrebbe essere anche la ritirata tattica dei due sovranisti italiani, che hanno momentaneamente ceduto alla disciplina europeista di Tria.

Salvini e Di Maio per tutta la settimana hanno professato moderazione e fedeltà alle compatibilità di bilancio imposte dall’Europa, negando di voler forzare la mano, come invece per tutto il mese di agosto avevano lasciato intendere.

E’ possibile che nella stesura del DEF e della legge di bilancio, a cui si sta affannosamente lavorando, si trovi un compromesso tra l’obiettivo di Tria (1,6% nel rapporto deficit/PIL, ben maggiore di quel 0,9% che abbiamo come compito assegnato dalla Commissione UE, ma assai inferiore allo sfondamento del 3% che si vagheggiava in agosto) e l’esigenza politica di avviare le tre riforme bandiera del mitico “Contratto di Governo per il cambiamento”: Abolizione della Legge Fornero, che piace a tutto il governo; Reddito di Cittadinanza, bandiera dei 5 Stelle; Flat Tax, vessillo leghista.

Pare che il compromesso si realizzerà con due modalità tipiche della vecchia politica più deteriore. Innanzitutto un gran condono fiscale, a beneficio delle vittime di Equitalia, ma soprattutto dei grandi evasori, a cui sembra si voglia fare uno sconto del 90% delle imposte accertate e da pagare. Poi lo svuotamento delle promesse elettorali, che dalle originarie sembianze di riforme urgenti, da approvare nei primi 100 giorni (sono già passati, per chi non se ne fosse accorto), hanno cambiato i connotati e sono diventati provvedimenti da avviare nel 2019 e completare nei 4 anni successivi. Pertanto la Legge Fornero rimarrà in gran parte immutata e verranno introdotti correttivi per accontentare una platea di poche decine di migliaia di aspiranti pensionati; il Reddito di cittadinanza sarà probabilmente una rimodulazione con cambiamento di nomi, ma non di sostanza, degli 80 euro di Renzi e del Reddito di inclusione di Gentiloni, mentre la mitica Flat Tax che dovrebbe rivoluzionare e semplificare il rapporto col fisco si ridimensionerà ad una semplice riduzione di un punto percentuale dell’aliquota minima che si paga sul primo scaglione (tanto fumo per una riduzione media delle tasse circa 100 euro l’anno).

Pare che tra il prendere in giro l’Europa e prendere per i fondelli gli italiani, per ora la scelta cada sul secondo obiettivo. Se così fosse, e le proteste dell’elettorato penta-leghista venissero zittite a suon di bugie comunicative e post arrembanti contro gli immigrati, che ultimamente vanno sempre bene per scaricare la colpa di tutte le sciagure, lo spread potrebbe mantenersi per qualche mese sotto controllo, fino alla campagna elettorale europea.

I mercati sono ancora abbastanza diffidenti ed il calo dei rendimenti e dello Spread italiano è ancora ben inferiore a quello che si attenderebbe da un ravvedimento completo del nostro governo. Il Ftse-Mib ha tentato all’inizio della scorsa settimana un rimbalzo, per ridimensionarlo notevolmente nei giorni seguenti. Sembra che gli investitori vogliano vedere scritte le cifre prima di fidarsi completamente, anche perche finora questo è stato certamente il governo del cambiamento, ma del cambiamento di idea.

Può darsi che la settimana entrante ci dia qualche indicazione in più. Al momento sembra che i rischi siano ancora superiori alle opportunità.

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