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IL GOVERNO DEI PRESTANOME CERCA FIDUCIA
04/06/2018 08:50

Si è conclusa con un mezzo sospiro di sollievo la pazza settimana dello spread, che ha caratterizzato la travagliatissima formazione del governo Salvini-Di Maio (prestanome Conte). Un tira e molla sul nome di Savona, diventato suo malgrado l’emblema del bene (per i sovranisti) e del male (per gli europeisti), che Mattarella ha inizialmente respinto, lanciando Cottarelli a cercarsi un gruppo di tecnici, mentre lo spread ha preso il volo fino oltre quota 300 punti. Poi, il colpo di scena di Mattarella, dapprima minacciato di impeachment e poi supplicato da un Di Maio che rischiava di perdere, insieme alla possibilità di governare, anche la fiducia della Casaleggio e Associati. Quella soluzione tipicamente italiana, che domenica non si è voluta trovare, è apparsa magicamente giovedì. Savona è stato spostato di sedia ed all’Economia è stato messo un altro prestanome (Tria, noto come amico di Brunetta).

Tutta la tensione si è dissolta, l’Italia ha applaudito Mattarella, i giornali e le televisioni si sono velocemente riposizionati su un atteggiamento bonario e speranzoso nei confronti del nuovo governo, non più composto da incapaci e rozzi principianti, ma da statisti lungimiranti che forse sapranno applicare il contratto di governo senza spaventare l’Europa e porteranno agli italiani il costoso cambiamento tanto agognato. Si sa, in Italia tutti “tengono famiglia” . I principi e le idee sono una bella cosa, ma il vincitore è pur sempre il vincitore ed il salto sul suo carro resta, da sempre, lo sport più praticato nel nostro paese.

Concentriamoci un attimo sul comportamento dei mercati. E’ un fatto che spread BTP-Bund e indice Ftse-Mib, a partire da mercoledì scorso, quando il cielo della politica romana si è via via schiarito, abbiano iniziato un deciso movimento di correzione degli eccessi registrati in precedenza, fino all’apice di martedì scorso. Il motivo credo stia più nel fatto che la mediazione trovata ha consentito di allontanare lo spettro di elezioni quasi immediate e combattute sul dilemma dentro-fuori dall’Euro. Per i mercati i sovranisti non sono diventati amici da vezzeggiare, mentre prima erano lo spauracchio. Restano lo spauracchio, ma la soluzione Mattarella, che ha obbligato i sovranisti a negare ufficialmente ogni volontà di uscire dall’euro. Piuttosto cercheranno di rivoltare come un calzino le regole europee per adattarle alle esigenze italiane. Come se fosse facile convincere 18 paesi che con noi condividono l’Eurozona a permettere debiti a gogò, quando molti di essi vorrebbero casomai irrigidire le attuali norme esistenti.

I mercati lo sanno che l’impresa dei due sovranetti italiani è impossibile. Ma intanto Mattarella ha comprato un altro po’ di tempo, che consente un alleggerimento momentaneo della tensione, sperando magari che i due innamorati si trasformino in litiganti sulle prime decisioni che dovranno elargire al loro elettorato, affamato di regali.

Lo spread negli ultimi 3 giorni della settimana scorsa ha così recuperato il forte rialzo di martedì scorso ed ha chiuso venerdì a quota 239. E’ un valore ancora molto alto, poiché per ritrovarlo indietro nel tempo occorre arrivare alla fine del 2013. Venerdì il mercato ha mostrato di sentire come supporto quota 212, che è stato il massimo del 2017, quando la sconfitta di Renzi al referendum del dicembre 2016 aveva portato al Governo il mesto Gentiloni, che piano piano era poi riuscito in un anno a recuperare la fiducia dei mercati, riportando lo spread quasi a 100 punti.

Sarà molto importante ora verificare se la luna di miele col nuovo governo riuscirà a ripristinare un percorso stabile di riassorbimento delle paure esplose in maggio. Al momento possiamo registrare soltanto che la discesa è ancora da interpretare come correzione di un eccesso e non come inversione di tendenza, anche se così ce la stanno presentando i media, che sono sempre filogovernativi.

Non sarà un gioco da ragazzi scendere sotto i 200 punti e, comunque è solo sotto quota 180 che potremo parlare di ritorno verso la normalità.

Il Ftse-Mib ha dimostrato ancora una volta che le rotture dei supporti debbono essere prese con cautela e che quando avvengono è sempre meglio attendere una conferma il giorno successivo. Era già capitato ai primi di gennaio e il 5 marzo, giorno dopo le elezioni. Mercoledì il film si è ripetuto. La forte scivolata di martedì 29.5 sotto il supporto di quota 21.500 è stata prontamente recuperata il giorno successivo e, sullo slancio l’indice delle blue chips italiane ha messo a segno le tre classiche candele correttive. Il rimbalzo si è fermato esattamente sulla percentuale di ritracciamento del 38,2% del forte impulso ribassista partito dal massimo del 7 maggio a quota 24.544 ed esauritosi a quota 21.122 martedì scorso. Venerdì il mercato è stato respinto da 22.450 ed ha chiuso quasi 300 punti sotto questo livello. I media ci hanno parlato di giornata rialzista, perché a fine giornata è stato registrato un segno positivo (+1,49%). Ma in realtà abbiamo visto due facce ben diverse. La prima, fortemente rialzista, con il gap iniziale e la permanenza su variazioni vicine al +3% fino alle 14. Poi un calo abbastanza significativo, che ha rosicchiato quasi metà del guadagno iniziale del mercato.

Anche per il Ftse-Mib sarei pertanto cauto ed attenderei il superamento di 22.450 prima di parlare di rilassamento delle tensioni, e lo sfondamento dei 23.000 punti prima di decretare l’inversione di tendenza rialzista.

Fuori dall’Italia si respira un’aria rilassata in USA e in Asia, mentre in Europa le vicende italiane e spagnole, dove la sinistra è andata al potere sfiduciando Rajoy, hanno regalato una settimana ancora correttiva all’indice Eurostoxx50, mitigata solo in parte dal recupero di venerdì.

Morale della favola: attenzione a non scambiare una correzione per una inversione di tendenza.

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