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LA GUERRA TELEFONATA NON PREOCCUPA I MERCATI
16/04/2018 08:34

La seconda settimana di Aprile è stata sostanzialmente positiva per le principali borse azionarie occidentali, che hanno ancora una volta tentato di allontanarsi dai supporti, che hanno testato più volte in febbraio ed a cavallo tra marzo ed aprile.

Ad aiutare quello che è sembrato essere un tentativo di ripresa delle quotazioni un po’ più solido dei precedenti, è stato l’inizio della stagione delle trimestrali societarie, che entrano nel vivo proprio in questi giorni con i rendiconti del primo trimestre 2018 e sono attese con forti speranze dai mercati. La previsione media degli analisti per il complesso delle società comprese nell’indice USA SP500, è per un decollo degli utili di oltre il 18% rispetto al primo trimestre dello scorso anno. Una variazione così positiva è motivata dagli effetti del forte taglio fiscale sui profitti societari varato da Trump al termine dello scorso anno come regalo di Natale, che entra in vigore sui conti del 2018.

I mercati USA hanno dato l’impressione di voler sfondare le prime resistenze, costituite su SP500 dai livelli 2.675, massimo che da fine marzo tiene schiacciato l’indice nei pressi della media mobile a 200 giorni, e 2.680, dove sta passando la media mobile a 50 giorni, che il mercato ha sfondato al ribasso il 19 marzo senza più riuscire a recuperare.

Il superamento confermato di questi livelli sarebbe significativo, poiché porrebbe le basi per un recupero meno effimero dei precedenti, che potrebbe estendersi anche a verificare la successiva resistenza di 2.800, dove si sono arenate finora le speranze di tornare ai massimi di fine gennaio.

Nonostante l’indice ci abbia provato sia giovedì che venerdì scorsi, per ora queste resistenze hanno fermato l’indice.

Ovviamente chi non crede ai grafici dirà che l’indice non è stato fermato dalle resistenze, ma dalle incertezze geopolitiche che in Siria lasciavano presagire un attacco missilistico da parte degli USA.

La sostanza è comunque che il mercato lì si è fermato.

Nel week-end il temuto attacco è avvenuto, con la collaborazione di Francia e Gran Bretagna, che quando c’è da bombardare (vedasi, in passato, Iraq e Libia) non si tirano mai indietro.

L’attacco è stato ben presentato mediaticamente, proprio per evidenziare un rafforzamento dell’asse occidentale, e doveva costituire una punizione ad Assad che avrebbe usato armi chimiche contro la popolazione di Douma. Uso il condizionale poiché nessuno ha potuto accertare nulla. E ad Assad, che era ad un passo dalla definitiva resa degli oppositori a Douma, usare il gas non conveniva affatto. Ma è un classico delle guerre moderne quello di utilizzare pretesti non dimostrati per scatenare attacchi e bombardamenti.

Sta di fatto che l’operazione si è svolta in modo da massimizzare gli effetti dimostrativi e minimizzare i rischi di escalation. I russi sono stati avvisati prima affinché si scansassero dai razzi. Infatti non si è avuta alcuna vittima. L’intento è sembrato esclusivamente quello di mostrare i muscoli dell’alleanza occidentale, senza nessuna volontà di intensificare il coinvolgimento occidentale nella zona.

Trump infatti non ha cambiato idea sul ritiro dei 2.000 soldati USA dalla Siria. Assad ha vinto la sua battaglia contro i ribelli appoggiati dagli USA ed ha rinsaldato il suo potere al vertice della martoriata Siria. Nessuno ritiene che sia possibile oggi sostituirlo, e Russia ed Iran si sono ormai da tempo garantite una posizione di forza nella regione, grazie alla vittoria sull’ISIS, sostituendo l’antica influenza americana.

In Siria USA ed occidente hanno perso e questi missili sembrano più che altro una ripicca, come la moglie abbandonata dal marito che manda in frantumi i piatti della cucina.

Direi che gli esiti bellici del week end ci consegnano una situazione che non è precipitata in una escalation incontrollata. La tensione militare sembra abbassarsi dopo i fuochi artificiali dei missili intelligenti e la vibrata ed ovvia protesta, ma nulla più, di Russia ed Iran.

Tutto ciò dovrebbe rassicurare i mercati e le borse potrebbero fare oggi quel che le incertezze hanno impedito giovedì e venerdì: rompere le resistenze e riprendere la salita verso i massimi di gennaio.

C’è tuttavia un particolare da non sottovalutare, che potrebbe costituire un colpo di coda in grado di danneggiare i mercati.

Gli USA, per bocca della rappresentante all’ONU Nikki Haley, astro sempre più splendente nell’Amministrazione Trump, hanno anticipato che oggi vareranno altre sanzioni economiche alla Russia, dopo quelle molto dolorose di pochi giorni fa, che hanno fatto precipitare rublo e borsa russa.

Quel che ai mercati non riescono a fare le bombe, possono farlo le sanzioni economiche, poiché danneggiano non solo gli interessi del nemico, ma anche quelli delle imprese locali che commerciano con lui. Nel caso della Russia, poi, è noto che le sanzioni americane, normalmente adottate anche dagli alleati europei, provocano più danni agli interessi europei che a quelli USA. Con esse Trump prende due piccioni con una fava, poiché colpisce il nemico (?) Putin e fa lo sgambetto agli europei.

Occorrerà perciò valutare l’entità dei provvedimenti che Trump estrarrà dal cilindro e quali ritorsioni adotteranno i russi, prima di cantare definitivamente vittoria.

Questo vale in particolare per gli indici europei, che hanno inanellato la terza settimana positiva consecutiva e si sono avvicinati ulteriormente alle loro resistenze. Il Dax tedesco dista solo mezzo punto percentuale dal massimo di fine febbraio di 12.601, che rappresenta la più ampia reazione compiuta dopo il crollo delle due settimane nere di inizio febbraio; Eurostoxx50 appena qualcosa di più dalla sua resistenza di 3.476. Da quelle parti i venditori non mancano. Il nostro Ftse-Mib aveva già scavalcato la sua resistenza alla fine della  settimana precedente ed ha proseguito al rialzo senza troppi patemi, mostrandosi l’indice migliore del continente. Questa settimana il suo compito, sanzioni permettendo,  è quello di avvicinare ulteriormente l’obiettivo dei massimi dell’anno a 24.050. La strada da fare è ancora molta, ma meno di quella che è già stata fatta, nonostante l’incapacità di formare il Governo. O forse proprio grazie a questo stallo, che lascia nelle mani del mesto, ma apprezzato Gentiloni, detto “moviola”, il timone della nostra Italietta tra le onde tempestose della geopolitica. Su cui, si è visto chiaramente nel week end, quelli che il popolo ha designato a prendere in mano la guida della nazione, hanno ancora parecchio da imparare.

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