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LA SETTIMANA DI PASSIONE
26/03/2018 08:33

I mercati azionari avevano già dato segni di nervosismo nella settimana centrale di marzo, che fallì il tentativo di riportare gli  indici USA sui massimi storici (con la euforica eccezione del tecnologico Nasdaq100) ed avviò l’inizio di una nuova gamba correttiva.

Ma è nella settimana appena passata che la Quaresima dei mercati ha manifestato appieno le sue esigenze penitenziali.

Due gravi fatti nuovi, di cui uno parzialmente già scontato, hanno imposto un nuovo pesante arretramento ai mercati azionari globali, guidati al ribasso proprio dagli indici USA.

Il primo è la deflagrazione della guerra commerciale dichiarata da Trump. Se l’entrata in vigore dei dazi ha portato la variante, rispetto agli annunci, di una sospensione dei medesimi per molti paesi, ancora considerati “amici” degli USA, in attesa che si ridefiniscano accordi bilaterali di commercio più favorevoli agli americani, la guerra delle tariffe ha preso chiaramente di mira Cina, Russia e India, cioè tre quarti degli emergenti BRIC (il Brasile è finito tra gli amici). Ma è soprattutto con la Cina che Trump ha deciso di calcare la mano, annunciando una seconda bordata di dazi su centinaia di prodotti importati dal colosso industriale asiatico, proprio nel giorno in cui sono entrati in vigore quelli su acciaio ed alluminio.

Le ritorsioni sono attese a breve e dovrebbero essere pesanti, rischiando di avvitare l’intera economia globale in una spirale recessiva innescata dal blocco del commercio estero.

Ma non è solo l’impatto diretto dei dazi a preoccupare i mercati. I cinesi tra le possibili ritorsioni non hanno escluso un forte ridimensionamento dei bond americani nei loro portafogli. Questa è una sorta di “arma nucleare” economica, che Trump pare non aver tenuto abbastanza in considerazione quando ha deciso di attivare la sua furia tariffaria contro la Cina.

I cinesi posseggono 1.700 miliardi di dollari di Treasury Bond, che a gennaio hanno già mostrato, riducendone l’ammontare per circa 20 miliardi, di saper vendere senza pensarci troppo.

Gli USA invece sono alla disperata ricerca di finanziamenti per sostenere il piano di riduzione delle tasse sulle società e l’estensione della spesa pubblica già varata dal Governo per aumentare gli armamenti e quella che verrà realizzata per il piano di ammodernamento delle infrastrutture.

Per di più oggi il Segretario al Tesoro Mnuchin non può più avvalersi del sostegno della FED, che ha deciso da tempo di interrompere il quantitative easing ed ha deciso di ridurre progressivamente anche il rinnovo dei titoli in scadenza per normalizzare il suo bilancio.

Se anche la Cina smette di comprare il debito americano, anzi si mette a venderlo, l’impatto sui tassi di interesse rischia di farsi piuttosto pericoloso e di ridurre gli USA a mendicare prestiti come l’ultimo dei bancarottieri.

Il secondo forte elemento di disturbo è arrivato dalla vicenda Datagate, lo scandalo che ha coinvolto il colosso dei social media Facebook, che ha allegramente venduto dati di 50 milioni di utenti ad una società pirata che poi li ha usati per condizionare il voto alle presidenziali americane a favore di Trump e il referendum in Gran Bretagna a favore della Brexit.

Il caso sta suscitando finalmente un dibattito sulla lacunosità delle attuali leggi sulla privacy e sull’enorme potere, ora si scopre anche politico, mentre quello economico lo si era già percepito da tempo, che oggi hanno le 4-5 più grandi società che dominano internet.

Il fatto che i politici si stiano finalmente muovendo pone seri dubbi sulla progressione futura degli utili di queste società ed induce gli investitori, da diversi anni molto generosi nei confronti delle regine del Nasdaq, ad innestare la retromarcia, vendendo precipitosamente quel che solo due mesi fa compravano senza alcun timore.

L’effetto è stato la peggior settimana dell’anno per SP500, che ha lasciato sul terreno il 5,95% in 5 sedute, peggio che nella terribile seconda settimana di febbraio, che chiuse a -5,16%.

Stesso andamento per il Dow Jones (-5,66% settimanale), mentre il Nasdq100 ha fatto addirittura peggio, con una performance settimanale di -7,29%.

Una debacle che ha portato il grafico giornaliero di SP500 a chiudere venerdì sera proprio nei pressi della media mobile a 200 periodi. Questa media è molto importante, poiché tradizionalmente viene considerata la porta che divide il paradiso del toro dall’inferno dell’orso. Quando i prezzi scendono sotto si deduce che la tendenza di lungo periodo è ribassista. L’ultima volta che SP500 ha trascorso un periodo sotto questa media è stato durante la correzione che lo ha impegnato nei primi due mesi e mezzo del 2016. Da allora questa media ha sempre sostenuto il rialzo del mercato e sorvegliato dal basso l’impennata dell’indice azionario durante la love story con Trump, durata dalla sua elezione fino alla fine del gennaio scorso.

La scossa tellurica di inizio gennaio ha riportato l’indice delle 500 più grandi società USA a testarla nelle battute iniziali di venerdì 9 febbraio. La chiamata dei compratori in difesa del toro non andò deserta. Partì il rimbalzo che in un mese recuperò i tre quarti dello scivolone di febbraio. Ma nelle 5 terribili sedute della scora settimana la fiducia dei compratori è nuovamente mancata e l’indice è tornato a testarla, arrivando ad un solo punto da essa e chiudendo seduta e settimana solo 3 punti al di sopra di essa.

Ci vuole poco a capire che questa settimana, a partire da oggi, si gioca la partita decisiva. Se all’andata il toro ha sconfitto l’orso, la rivincita di questa settimana è chiamata a decretare se il ciclo rialzista ha ancora qualche cartuccia da spendere, oppure se è venuto il momento per il toro quasi decennale di esalare l’ultimo respiro a causa delle profonde ferite inferte dalle zampate dell’orso ribassista.

Oggi è possibile che i mercati provino a rimbalzare. Almeno, così sembrerebbe, constatata la sostanziale tenuta dei mercati asiatici.

Ma la partita è molto equilibrata e non si risolverà certo rapidamente.

La prudenza è d’obbligo, così come diventa necessario credere a quel che i grafici ci faranno vedere, senza dare per scontato né la morte né la risurrezione del vecchio toro. Del resto quella che si apre è la settimana della Passione.

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