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IPNOTIZZATI DALLE GIRAVOLTE DI TRUMP
12/03/2018 08:38

Quella passata è stata sicuramente la settimana delle giravolte di Trump, che hanno riportato l’entusiasmo sugli indici azionari USA.

Si è aperta con la paura delle iniziative protezionistiche e si è chiusa con l’entusiasmo per la improvvisa voglia di fare una rapida pace con la Corea del Nord, al punto da accelerare la data dell’incontro faccia a faccia con il dittatore Kim Jong Un, che solo ad inizio mese sembrava fuori luogo anche solo ipotizzare. Miracoli dell’ego smisurato dei due personaggi, che bramano di passare alla storia, dopo aver considerato che è meglio essere ricordati per un trattato di pace che per aver ordinato una guerra nucleare.

Del resto Trump ha riflettuto che se vuole giocare a risiko può farlo con la guerra commerciale, che, parole sue su Twitter, “è facile da vincere”.

Ma anche sulla guerra commerciale le giravolte non mancano. Dopo aver minacciato di applicare dazi senza esenzioni, in settimana ha esentato Canada e Messico, i vicini di casa, promesso l’esenzione di Australia e accettato di discutere con Europa e Giappone, subito arrivati col cappello in mano a negoziare anche per loro il trattamento di favore che si deve riservare agli alleati militari.

Così Trump ha potuto gigioneggiare, ricordando all’Europa che l’ha messa in castigo proprio perché da alleato militare si sarebbe aspettato un maggior impegno europeo nelle spese militari all’interno della NATO, soprattutto da parte dei tedeschi, ben lontani dall’obiettivo di investire almeno il 2% del PIL in armamenti. La strategia di Trump è evidentemente quella, teorizzata in campagna elettorale, di giocare al gatto col topo, chiedendo agli europei la riduzione delle tariffe che applicano su alcuni prodotti USA  se vogliono evitare i dazi a loro danno su acciaio e alluminio. Anzi, ha rilanciato. Se non lo faranno metterà dazi anche sulle auto europee.

La partita negoziale comunque può durare ancora una decina di giorni, fino all’introduzione ufficiale della tassa USA, ed i mercati si debbono essere fatti l’idea che alla fine una quadra si troverà, e sarà favorevole agli USA.

Anche per questo la chiusura di settimana sulle borse USA è stata col botto. Il recupero settimanale è stato +3,54% per SP500, seconda miglior settimana di quest’anno ed appena inferiore a quella che decretò il rimbalzone dopo il crollo della prima metà di febbraio. Il tecnologico Nasdaq100 ha fatto addirittura +4,56% settimanale e soprattutto ha segnato, proprio venerdì scorso, il nuovo massimo storico a quota 7.101 punti, confermando che quando c’è da tirare la volata al toro, i colossi del web e della robotica non si tirano mai indietro.

Non sono state solo le giravolte di Trump a galvanizzare i listini. Venerdì ad infondere nuove dosi di ottimismo agli investitori sono state anche le ottime notizie sul mercato del lavoro, con la creazione in febbraio di ben 313.000 nuove buste paga non agricole, ben oltre le attese di circa 200.000, e con la revisione al rialzo anche dei due mesi precedenti. Quel che incoraggia è anche il ritorno sul mercato del lavoro di un bel po’ di ex-rassegnati, dato che il tasso di partecipazione (cioè la percentuale di americani in età e condizione lavorativa che sta lavorando o cercando lavoro) si è impennato al 63%, dopo 4 mesi di calo. L’effetto positivo del reinvestimento degli sconti fiscali comincia a farsi vedere, mentre quello negativo del protezionismo, per ora è ancora da verificare, e in giro per l’America si diffonde la fiducia che il “grande negoziatore” riesca furbescamente a spaventare la concorrenza mondiale limitandosi ad abbaiare, senza poi arrivare a mordere più di tanto.

Ha destato anche favorevole impressione il fatto che le retribuzioni salgano in modo assai moderato: +0,1% in febbraio, contro il +0,3% del mese precedente ed il +0,2% previsto. Il dato attenua le pressioni inflazionistiche e mette meno fretta alla FED di procedere nel cammino di normalizzazione, consentendo forse di limitarsi a 3 rialzi dei tassi nel corso del 2018, il primo dei quali avverrà quasi certamente nel corso della Riunione del FOMC della FED il 21 marzo prossimo.

L’Europa borsistica, di fronte a tanta manifestazione di salute ed ottimismo da parte degli USA non ha potuto esimersi dal rimbalzare anch’essa, sebbene i numeri positivi della settimana europea siano meno entusiasmanti di quelli USA (+2,88% Eurostoxx50). Ha rimbalzato molto bene invece il nostro indice Ftse-Mib, nella settimana che doveva giudicare i risultati elettorali. Il +3,8% settimanale del nostro indice delle Blue Chip è paragonabile al risultato di SP500 e soprattutto ha riportato il nostro indice a testare le resistenze, dopo aver annullato il pericoloso sfondamento dei supporti avvenuto a caldo lunedì mattina, mentre le maratone televisive elettorali snocciolavano i risultati.

E’ segno che la formazione del governo è vicina? Tutt’altro. Il governo pare piuttosto difficile da mettere in piedi in tempi brevi e l’ipotesi che sta avanzando pare essere quella di un esecutivo di transizione che dia tempo agli approcci dei 5Stelle con quel che è rimasto del PD di giungere ad un matrimonio d’amore o quantomeno di interesse. Se poi non si riuscisse nell’impresa di annacquare il populismo grillino con forti dosi di europeismo democratico, allora si andrebbe al voto il prossimo anno. Intanto, come vogliono i mercati e l’establishment europeo, si piglierebbero due piccioni con una fava. Il primo piccione sarebbe la quello che il DEF di aprile sarà fatto da Padoan ed ai vertici europei delle prossime settimane ci andrà Gentiloni, mentre la legge di stabilità sarà fatta da un governo tecnico “di transizione”, il che significa sostanzialmente da Bruxelles. Il secondo piccione sarà dato dal fatto che l’Italia parteciperà con un scarsa capacità negoziale alla fase di riforma della governance europea, che si aprirà appena la Merkel sarà ufficialmente in carica. Merkel e Macron potranno maramaldeggiare senza che dall’Italia si possa obiettare granché, con un governo balneare.

La speculazioni anti-Italia può attendere.

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