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FA PIU' PAURA LA GUERRA COMMERCIALE DELLA POLITICA ITALIANA
08/03/2018 08:36

Il sentimento che ha prevalso ieri, tra i monitor degli operatori è stato quello dell’attesa per l’evento che potrebbe segnare l’evoluzione futura dei mercati.

Mi riferisco alla dichiarazione formale di guerra commerciale da parte di Trump, che dovrebbe arrivare entro fine settimana con la firma dell’ordine esecutivo presidenziale, che varerà formalmente i dazi sull’importazione di acciaio ed alluminio, già annunciati da una settimana. Trump sembra molto determinato, ma assai meno la sua Amministrazione ed il Partito Repubblicano, da sempre favorevole alla libertà di scambio. Ieri sono arrivate le dimissioni del consigliere economico Gary Cohn, ex Goldman Sachs e mente della riforma fiscale. La cosa non è piaciuta ai mercati azionari USA, che hanno reagito con un deciso calo all’inizio di seduta. Ma poi sono trapelate indiscrezioni sulle possibili “eccezioni” sui dazi, che potrebbero salvare le importazioni dal Canada e forse da qualche altro paese. I mercati hanno così recuperato sostanzialmente tutte le perdite, pensando ad un ammorbidimento di Trump. Intanto già l’Europa aveva ripreso coraggio e chiuso in positivo una giornata che ha consentito di certificare la prosecuzione del rimbalzo dai supporti per l’indice Eurostoxx50. E’ salita ancora la borsa italiana (+1,22% il Ftse-Mib), fiduciosa che Mattarella sappia gestire il difficile passaggio istituzionale. Però dal PD, mentre l’accantonamento di Renzi procede con l’affidamento della gestione del partito al vice-segretario Martina,  sembra giungere un coro di No a Di Maio, da parte di tutti i grandi nomi (ora un po’ meno grandi) del partito, compreso il neo-iscritto Calenda, ma soprattutto dalla base, prontamente “sondaggiata”, che ha risposto compatta di non gradire l’accordo con chi ha schiaffeggiato il PD durante tutta la campagna elettorale. La porta del PD sembra perciò definitivamente chiusa, nonostante l’offerta di Di Maio della presidenza della Camera al PD e del posto di Ministro dell’Interno a Minniti, per tentare i democratici. E’ curioso che chi, 5 anni fa, aveva stoppato il PD di Bersani, sbeffeggiandolo col celebre “streaming”, oggi si trovi nella stessa condizione a parti invertite.

D’altra parte non sembra praticabile un’alleanza formale tra Lega e 5Stelle, sia per le differenze programmatiche sia, soprattutto, per le ambizioni personali di Salvini e Di Maio. Nessuno dei due vuole cedere il posto di premier ed accettare un ruolo subalterno all’altro.

Prende perciò quota l’ipotesi minimale, che prevede innanzitutto che la presidenza del Senato vada alla Lega (Calderoli, il padre del Porcellum, è in pole position), mentre quella della Camera ai pentastellati (Fico?). Inoltre l’accordo con la Lega potrebbe limitarsi alla riforma della legge elettorale per consentire tra pochi mesi un nuovo voto con regole che determinino la maggioranza dei seggi a chi vincerà le elezioni. Una sorta di spareggio tra queste due forze politiche, con il vincitore che riceverà le chiavi di Palazzo Chigi.

Se questa ipotesi si affermasse Mattarella sarebbe costretto ad affidare l’incarico ad una terza persona, che faccia da arbitro tra i due galletti e gestisca l’ordinaria amministrazione, in attesa del voto risolutore.

I mercati e l’Europa si sono perciò messi in paziente standby sull’Italia, anche se ieri si sono già udite le prime dichiarazioni ufficiali della Commissione UE (Moscovici e Dombrowski) dopo il voto. Pur con la prudenza tipica dell’ufficialità, non è mancata qualche velata forma di pressione e di preoccupazione da parte di Bruxelles per il nostro debito pubblico e le pensioni, così come la constatazione che la ripresa italiana è pur sempre tra le più deboli d’Europa e occorre ancora proseguire sulla strada delle riforme (che nel linguaggio di Bruxelles non significano certo ampliamento del deficit, che arriverebbe cospicuo dall’attuazione dei programmi di Lega e 5Stelle).

Comincia a manifestarsi la presenza dell’oste, con il quale non si può evitare di fare i conti. La via politica su cui Mattarella dovrà tentare di passare si fa decisamente più stretta ed i proclami alla Terza Repubblica, fatti da Di Maio, dovranno confrontarsi con lo stretto crinale, rappresentato dalle compatibilità con le regole europee, su cui il nostro paese deve procedere.

Riassumendo: troppe incertezze spingono i mercati all’attesa. Sembrano intenzionati ad oscillare ancora in laterale, senza andare con decisione da nessuna parte. Il movimento forte dovrebbe arrivare quando si capiranno meglio le dimensioni della guerra commerciale e si verificherà se Trump la combatterà col bazooka oppure con la pistola giocattolo.

Anche le convulsioni politiche italiane, per ora, sono uscite dai radar dei mercati, che si sono resi conto che i tempi saranno lunghi e l’arrivo del populismo al potere non è immediato.

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