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LA "MISSION IMPOSSIBLE" DI MATTARELLA
06/03/2018 08:34

L’inizio di settimana è stato dominato in Europa dalla necessità dei mercati di scontare nei prezzi i risultati elettorali della domenica.

In Germania la conferma ufficiale della Grosse Koalition CDU-CSU-SPD, con l’approvazione dell’accordo di governo da parte della base SPD, consente alla Merkel di insediarsi ancora una volta al timone della Germania e, col francese Macron, al timone dell’Europa. L’indice tedesco Dax, scombussolato notevolmente la scorsa settimana dalle incertezze politiche ed ancor più dagli annunci protezionistici di Trump, che colpiranno in modo significavo l’industria siderurgica tedesca, ha potuto prendere una boccata d’ossigeno, rimbalzando dal forte ipervenduto con una convinzione che si è rafforzata nel corso della giornata dalle notizie di rimbalzo provenienti anche dagli USA. E’ così riuscito, prima della campanella di fine seduta, a recuperare quota 12.000 punti, che al mattino sembrava definitivamente persa. Il buon recupero tedesco ha incoraggiato anche le altre borse continentali ed Eurostoxx50 ha così potuto mostrare un’eccellente tenuta del supporto di 3.300, seguita da un corposo rimbalzo. Un rimbalzo che non basta a decretare la fine dei problemi, dato che non è riuscito a recuperare per intero il forte calo di venerdì scorso, ma costituisce una dimostrazione di tenuta da parte degli investitori.

L’ottimismo per il lieto fine politico tedesco è riuscito in Europa a compensare le perplessità sulla situazione politica italiana, che pare piuttosto ingarbugliata. Il nostro Ftse-Mib ha passato in negativo tutta la giornata, unico in Europa, anche se il finale spumeggiante sui mercati mondiali è riuscito a ridurre la negatività a fine seduta.

I mercati per ora sul nostro paese restano perplessi. Non si sono ancora lanciati a scontare le scenari futuri. Pare che preferiscano attendere le prime reazioni degli schieramenti e annusare le possibili mosse di Mattarella, su cui grava il compito di trovare una quadra nella formazione di un governo che stia nell’ambito delle compatibilità europee.

L’esito del voto l’ha fatta diventare una “mission impossible”.

I mercati e l’establishment europeo, che scontavano da tempo la impossibilità di avere un governo dopo il voto, avevano assegnato a Mattarella questi obiettivi: tenere fuori dal governo il “populismo”, inteso a Bruxelles come anti-europeismo; far passare più tempo possibile; trovare una maggioranza trasversale (modello larghe intese di Napolitano) che mantenesse l’Italia agganciata all’Europa e logorasse i populismi, sperando che le riforme agli statuti europei, che l’asse franco-tedesco sta preparando per imporlo agli altri paesi, riesca a rianimare un po’ di europeismo, smarrito da tempo.

Lo strumento per farcela passava per l’impronunciabile accordo Renzi-Berlusconi, volgarmente noto come “inciucio”, a cui si sarebbero dovuti aggiungere un numero di parlamentari “responsabili”, che per amor di poltrona e vitalizio, avrebbero dovuto sostenere questo governo.

Le condizioni per tentare questa impresa erano necessariamente due: la tenuta del PD renziano intorno  al 25% dei voti ed il predominio nel centro-destra da parte di Berlusconi, che avrebbe dovuto ottenere la crescita del suo partito vicino al 20% dei voti e mantenere l’alleato-avversario leghista Salvini schiacciato poco sopra il 10% dei voti.

L’esito del voto ha mandato all’aria questo schema, perché lo sconfitto più sconfitto di tutti è proprio l’ipotesi inciucio Renzusconi. Renzi ha portato il suo partito al collasso, scendendo al 19% dei voti, e Forza Italia si è fermata al 14%, ampiamente superata proprio dalla Lega di Salvini, che ora rivendica, secondo i patti con Berlusconi, il ruolo di leader del Centro-Destra e candidato a premier della coalizione.

Di più. Se la speranza era di fermare il populismo, che in sede europea è identificato in Lega e 5Stelle, la missione elettorale pare decisamente fallita, perché i voti di questi due partiti, sommati, fanno esattamente il 50%. In Italia perciò il cosiddetto populismo ha stravinto le elezioni.

Però si tratta di due populismi molto diversi. Quello di Salvini è orientato al sovranismo fascistoide, mentre quello dei 5Stelle ha il baricentro elettorale verso sinistra, da cui ha fatto il pieno di consensi. E’ molto difficile che possano stare insieme, a meno di forti torsioni, che creerebbero difficoltà interne e possibili scissioni, specialmente nei 5Stelle. I quali, oltretutto, non sono abituati alle alleanze e difficilmente concederebbero cedimenti sul programma e spazi alle ambizioni personali di Salvini. Lo stesso Salvini non ha interesse a fare la spalla di Di Maio, quando ormai ha messo il cappello sull’intero centro-destra e può tentare di arrivare presto a nuove elezioni, per sfruttare l’onda della vittoria e dare la spallata finale a quel 40% di voti di coalizione (mancato domenica per soli 3 punti percentuali) che gli darebbe il premio di maggioranza e la possibilità di governare da solo.

Per Mattarella, constatata l’impossibilità di realizzare l’ipotesi inciucio, sembra anche assai difficile percorrere la via del governo tecnico di corto respiro guidato da Gentiloni. L’attuale Presidente del Consiglio provvisorio ha perso anche lui le elezioni, travolto dal crollo del suo partito e dall’incapacità di differenziarsi con decisione dal suo segretario Renzi. Il mesto Gentiloni è destinato a tornare nei ranghi. L’esito elettorale è stato anche una evidente bocciatura del governo Gentiloni, come ha plasticamente evidenziato la sconfitta della sua punta di diamante Minniti, che a Pesaro è arrivato solo terzo.

La matassa che Mattarella dovrà sbrigare si presenta perciò piuttosto ingarbugliata. Anche l’ipotesi che il PD, una volta derenzizzato, si consegni da sconfitto ad un governo con i 5Stelle, alle loro condizioni, pare molto difficile. E’ un’ipotesi che circola nel PD, ma ha diversi ostacoli da superare. Innanzitutto il veto di Renzi, attaccato dai 5Stelle per tutta la campagna elettorale e che ora, permalosamente, ha rinviato le dimissioni fino alla fine delle trattative per il governo e si è chiaramente detto indisponibile a “sostenere populismi”. Ma anche il fatto che non basterebbe un piccolo gruppo di transfughi PD per arrivare ai numeri necessari. Ci vorrebbero quasi tutti i parlamentari PD, che Renzi controlla ancora in buona parte. Anche tra gli elettori, che hanno votato il PD in chiave anti-5Stelle, sarebbe impossibile capire il motivo della giravolta.

Tutto fa pensare perciò all’ipotesi di un governo provvisorio e di breve durata, non si capisce ancora guidato da chi, che ci riporti a votare in autunno. Come capitò in Grecia e Spagna. E allora saranno sorci verdi per l’Europeismo. L’affermazione completa del “populismo” mi pare solo rinviata.

Non resta che prepararci a verificare fino a quando la pazienza dei mercati sopporterà questa mina vagante.

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