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TRUMP DICHIARA LA GUERRA COMMERCIALE MONDIALE
02/03/2018 08:32

Anche ieri in USA si è visto un mercato a due facce, come ultimamente capita piuttosto sovente.

La prima parte della seduta è stata calamitata dall’audizione di Powell al Senato. Il neo-Presidente della FED, impaurito dalla brutta reazione di Wall Street alle sue parole, pronunciate alla Camera martedì scorso, ha fatto una mezza marcia indietro sulle sue aspettative di inflazione, dichiarando che in effetti non ci sono ancora evidenze certe che l’aumento dei salari debba per forza provocare aumenti nei prezzi finali di beni e servizi, anche se, in tono un po’ più sfumato di martedì, ha confermato che invece l’aumento del deficit, provocato dalla riforma fiscale di Trump, potrebbe agire in tal senso. La correzione comunicativa ha tranquillizzato un po’ i mercati azionari, che hanno tentato, sulle sue parole, un timido rimbalzo.

Ma a rovinare l’umore ha provveduto  in tarda mattinata, ed a borse europee già chiuse,  l’improvviso annuncio di Trump, di fronte ai manager delle principali industrie siderurgiche americane, che la prossima settimana approverà dazi sull’importazione dell’acciaio e dell’alluminio. Le dimensioni della tassa sono superiori a quel che si prevedeva: 25% sull’acciaio e 10% sull’alluminio. La misura, attesa, ma non così presto e non di queste dimensioni, sarà presa “per motivi di sicurezza nazionale”, in base  ad una legge che, quando i motivi sono questi, concede al Presidente ampia discrezionalità, ed evita che il Congresso possa in qualche modo ostacolarlo.

Si tratta di un fulmine a ciel (quasi) sereno, una vera e propria dichiarazione di guerra (commerciale) al resto del mondo. E’ protezionismo allo stato puro. Le conseguenze potranno essere molto pesanti per il commercio mondiale. E’ molto probabile che inneschi il domino delle ritorsioni da parte della Cina e dei maggiori esportatori di acciaio ed alluminio in USA, che sono i paesi vicini: Canada, Brasile, Messico. Ma anche l’Europa ha già reagito duramente per bocca di Juncker. Guardando invece ai vantaggi competitivi immediati, si sono messe a festeggiare le imprese siderurgiche americane, i cui lavoratori sono stati grandi elettori di Trump.

Improvvisamente i mercati azionari si sono ritrovati di fronte un cambio di scenario. Di colpo tutte le riflessioni sulla possibile inflazione hanno lasciato il posto alle meditazioni sugli effetti recessivi di queste misure, specie se effettivamente si sviluppasse una vera e propria guerra commerciale mondiale. Lo spettro di un consistente rallentamento economico globale è apparso davanti agli occhi degli investitori, che hanno immediatamente ed emotivamente gettato una doccia gelida sul tentativo di rimbalzo degli indici. Vendite cospicue hanno fatto precipitare in pochi minuti in profondo rosso, intorno al -2%, gli indici USA, e solo un flebile rimbalzo finale ha limitato un po’ i danni.

Il saldo di giornata è comunque molto negativo. SP500 ha violato profondamente al ribasso quota 2.700, chiudendo la seduta a 2.667,7 (-1,33%, terzo calo consecutivo superiore al punto percentuale), annullando il segnale di continuazione rialzista dato venerdì e lunedì scorsi.

Ora lo scenario grafico si riapre ad ogni possibile esito e riprende decisamente quota la possibilità di un secondo ritorno a testare la media mobile a 200 periodi ed i minimi raggiunti il 9 febbraio a quota 2.532.

La prospettiva di rallentamento economico ha invece rianimato un po’ le quotazioni dei Treasury americani e ridotto i rendimenti intorno al 2,80%, allontanando per il momento i timori di inflazione.

L’euro ha ovviamente ripreso vigore ed è rimbalzato, ancora una volta, decisamente al di sopra di 1,22 sul dollaro, che non è stato certo favorito dalla decisione di Trump.

Oggi verificheremo le reazioni delle altre borse mondiali, che debbono ancora scontare la dichiarazione di guerra di Trump. In Asia quel che si vede al momento in cui scrivo non è propriamente rassicurante.   Tutti i mercati sono in calo e l’indice Nikkei ha già chiuso la sua seduta con un pesante -2,71%.

L’azionario europeo andrà quasi certamente ad aprire la seduta con un tonfo rilevante. Del resto in Europa le cose ieri andavano maluccio anche quando l’America tentava il rimbalzo iniziale dopo le parole di Powell. Molto debole appare nelle ultime sedute il Dax tedesco, che sta sottoperformando rispetto all’indice globale dell’eurozona Eurostoxx50. Anche ieri ha perso quasi il 2%, mentre Eurostoxx50 ha fatto -1,33% e gli altri indici europei tutti intorno al -1%. Relativamente meglio ha fatto il nostro Ftse-Mib, che ha limitato i danni a -0,7% ed è stato il meno peggio d’Europa. Eppure tutti avevano pronosticato sfaceli con l’avvicinarsi delle elezioni. Manca ormai una sola seduta prima del grande evento nazionale, che coincide domenica prossima con il termine delle votazioni della base del Partito Socialdemocratico tedesco, chiamata ad approvare la grande coalizione. Forse sui mercati c’è più timore che in Germania si mandi all’aria il progettato governo Merkel di quanta ce ne sia dell’arrivo del populismo al governo italiano. In Italia da alcuni giorni non si possono più fare sondaggi, ma all’estero li fanno e li valutano. Evidentemente i mercati sono convinti che in Italia non vincerà nessuno e che si andrà ad un governo provvisorio, guidato dal mesto Gentiloni, con Padoan a sorvegliare i conti ed eseguire gli ordini di Bruxelles. Infatti il nostro spread, anziché impennarsi, come prevedevano i guru, si sta ammosciando intorno ai 130 punti, rivelando che per ora niente preoccupa i mercati sul fronte politico italiano.

Poi, si sa, le sorprese sono sempre possibili. Gli indecisi potrebbero decidersi in modo bizzarro e magari far raggiungere a qualche schieramento il 40% dei voti, dandogli il premio di maggioranza.

Ma per ora i mercati non ci credono e sembrano molto più preoccupati dell’attuale governo americano che del futuro governo italiano.

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