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POWELL, APPENA ARRIVATO, GIA' SULLA GRATICOLA
01/03/2018 08:34

Dopo la scivolata di martedì, anche ieri i mercati azionari USA hanno continuato la retromarcia, mettendo in fila la seconda seduta consecutiva con perdite superiori al punto percentuale sui principali indici USA che seguiamo.

Evidentemente le parole di Powell hanno dato l’impressione di una eccessiva ruvidezza comunicativa, poiché ha parlato in modo ritenuto troppo esplicito di futuri rialzi dei tassi ed ha definito “non sostenibile” l’impatto sul bilancio federale dell’enorme estensione del deficit, provocato nei prossimi anni dalla riforma fiscale di Trump. Sono concetti che lasciano trapelare, se non la trasformazione del taciturno politico in un falco rapace, almeno una minore accondiscendenza a sostenere l’avidità dei mercati azionari con politiche monetarie accomodanti. Insomma, quello di Powell è stato un linguaggio che Draghi non avrebbe mai usato, senza quei classici caveat (ad esempio: siamo comunque attenti all’evoluzione dei dati economici e pronti a mutare l’orientamento della politica monetaria se si presentasse la necessità) che tranquillizzano i mercati, come la cintura di sicurezza quando si atterra in aereo.

Wall Street ha perciò lanciato qualche ortaggio sul palcoscenico al termine del debutto di Powell, mostrando di non gradire affatto il linguaggio un po’ troppo diretto, perciò ansiogeno, usato dal neo-presidente FED. Niente di drammatico e definitivo, poiché la correzione, pur proseguendo, non ha ancora annullato il segnale di continuazione rialzista consegnatoci venerdì e lunedì scorsi. Per negarlo SP500, che ieri è retrocesso a 2.714 (-1.11%),  dovrebbe ancora scendere sotto 2.698, il minimo di giovedì 22 febbraio, che è stato il secondo minimo ascendente del recupero partito il 9 febbraio.

Occorre però che Powell ascolti i fischi provenienti dai loggioni di Wall Street ed oggi, nella replica che darà nel teatro del Senato, usi qualche parola dolce per vezzeggiare i mercati. Se lo farà potremo archiviare le due giornate di ribasso senza particolari conseguenze e il rally verso i massimi potrà ripartire. Se non lo farà, insistendo con un linguaggio ruvido, potrebbero nuovamente scatenarsi i venditori, che si sono già fatti sentire negli ultimi due giorni, e potrebbero scontare un inasprimento della politica monetaria superiore a quanto i mercati siano disposti a tollerare. Sull’obbligazionario si potrebbe raggiungere quel fatidico 3% di rendimento sul decennale, da molti visto come la soglia del dolore dei mercati. Sull’azionario tornerebbe nel mirino la media mobile a 200 periodi ed i minimi raggiunti il 9 febbraio a quota 2.532 dell’indice SP500.

Il dollaro, che ha tentato in questi giorni di rialzare la testa sull’euro, andando a testare 1,22, che è il minimo raggiunto il 9 febbraio dalla precedente correzione del cambio EUR/USD, potrebbe rompere con decisione questo livello e dare un segnale ribassista da non sottovalutare. Infatti la fuoriuscita ribassista dal trading range compreso tra 1,22 e 1,255, che ha contenuto il cambio EUR/USD dal 25 gennaio in poi, proietterebbe una ulteriore discesa di 3,5 figure, con obiettivo a 1,185.

Sarebbero pessimi segnali anche per il mercato azionario europeo, perennemente a traino del comportamento americano, che potrebbe violare con facilità i suoi minimi di febbraio.

Pare pertanto che, ancora una volta, i mercati abbiano voluto consegnare alla FED la pistola col colpo in canna. Per dare il via alla ripartenza del rally, oppure per sparare al toro di lungo periodo.

Non è certo una situazione confortevole quella in cui si trova Powell, messo subito dal mercato con le spalle al muro e con la necessità di rivelare subito di che tempra è fatto.

Uccidere il toro per manifestare la sua indipendenza o consegnarsi ostaggio dei mercati, come lo sono stati tutti i presidenti FED negli ultimi 15 anni. Questo è il dilemma di Powell, appena insediato e già sulla graticola.

Ha voluto la bici di Yellen? Oggi vedremo come sa pedalare.

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