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WALL STREET TORNA A GALOPPARE
27/02/2018 08:34

Il segnale rialzista affidatoci dagli indici americani nella seconda parte della seduta di venerdì scorso, di cui ho parlato nel commento di ieri, ha prodotto le prime conferme. Il primo giorno della settimana ha mostrato una ragguardevole estensione del movimento di recupero per tutti e tre i principali indici azionari USA (SP500, Dow Jones e Nasdaq100), che hanno aggiunto a quanto realizzato nelle due settimane precedenti un altro balzo di oltre un punto percentuale. I primi due, con un movimento graficamente molto simile, hanno superato alla grande, e addirittura con un gap rialzista iniziale, l’ultimo dei 3 canonici livelli di ritracciamento di Fibonacci (il 61,8% della scivolata dai massimi avvenuta dal 26 gennaio al 9 febbraio scorsi), hanno lasciato alle spalle le medie mobili di medio e di breve periodo (50 e 20 sedute), e portato il rally ad un soffio dal recuperare il 75% del ribasso. Questo livello, che equivale a 2.787 sull’indice SP500, dista ormai soli 7 punti e rappresenta l’ultimo diaframma che separa l’indice principale dai suoi massimi assoluti. Credo sarà oggetto di strenua resistenza da parte dei venditori prima di cedere definitivamente il campo alla rivincita del toro.

L’indice tecnologico Nasdaq100, tradizionale apripista nel bene e nel male, poiché portatore di una volatilità implicita sempre superiore a quella dei due cugini più “tradizionali”, ha fatto addirittura meglio, dato che il suo recupero è già arrivato a soli 34 punti (lo 0,5%) dal suo massimo storico di 7.023 punti del 26 gennaio scorso. Se vedremo nuovi massimi sarà certamente questo indice a mostrarcerli per primo.

Se cerchiamo le motivazioni di questo rally in qualche fatto reale, non ne troviamo, così come oggettivamente non era successo nulla di eclatante nell’economia reale quando i mercati hanno deciso di correggere ad inizio mese le euforie di gennaio.

Ieri ha certamente tranquillizzato gli investitori vedere un consolidamento dei rendimenti sui titoli di stato USA al di sotto del 2,90% sul decennale, che ha ridotto l’ansia di vedere raggiunto fin da subito quel 3%, che alcuni osservatori identificano come il punto in cui la convenienza dell’obbligazionario andrebbe a far troppa concorrenza ai rendimenti attesi sull’azionario, scatenando la fuga da Wall Street per dirottare i quattrini sui Bond.

Non deve aver fatto dispiacere ai trader americani neppure vedere il dollaro sempre debole e non in grado di ricacciare l’euro sotto 1,23, nonostante le parole di Draghi nel pomeriggio abbiano fatto il possibile per stimolare le vendite della moneta unica europea. Nell’audizione al Parlamento Europeo Super Mario ha usato tutte le sue doti affabulatorie per convincere che, nonostante la crescita europea sia superiore alle attese (merito suo, ovviamente), l’inflazione strutturale non si è ancora consolidata sui livelli vicini al target  del 2%, e ci vorrà ancora pazienza ed altra politica accomodante per raggiungere il risultato. L’invito sottinteso è a non dare per scontato che i tassi in Europa debbano per forza salire presto e non assegnare all’euro una robustezza che il sistema ancora non possiede.

Ma i mercati hanno riflettuto solo pochi minuti sulle sue parole, perchè ormai a Draghi non credono più come una volta, perché vedono nei suoi discorsi l’ostinazione di un personaggio che sta avvicinandosi alla fine del suo mandato col prestigio minato dai gossip, che cominciano a spifferare di grandi manovre franco-tedesche per individuare nel tedesco Weidmann il suo successore.

Forse il vero motivo del rabbioso rialzo USA è psicologico: la voglia di dimenticare presto la brutta paura vissuta nelle due settimane di crollo, per ripristinare il sogno di rialzo infinito di un ciclo rialzista che sta per giungere al nono compleanno.  

Di fronte a quel che succede in USA non resta che sottolineare, ancora una volta, la debolezza relativa degli indici europei. Anche ieri la tenuta dell’euro ha intimidito il tentativo di seguire la baldanza americana e, dopo un inizio positivo, gli indici principali si sono appiattiti e sono poi riusciti a chiudere in rialzo la seduta solo grazie alla forza che nel frattempo mostravano le borse USA. Eurostoxx50 ha tentato lo strappo rialzista, ma quel che ha recuperato finora non ha ancora smesso i panni del semplice pullback verso la resistenza di 3.470, ex supporto frantumato il 6 di febbraio. Inoltre la distanza dai massimi del 23 gennaio è ancora siderale: 219 punti, cioè il 6,3%. Dax e Ftse-Mib ieri sono rimbalzati ancor meno dell’indice globale europeo. Piazzaffari ha ripreso solo in extremis il segno positivo, smarrito per gran parte del pomeriggio, e sente il peso dell’avvicinarsi delle caotiche elezioni.

In mancanza di ripresa del dollaro è difficile immaginare per oggi un film molto diverso da quello visto ieri: Europa trascinata al rialzo solo dalla forza altrui ed accentuazione della sotto-performance rispetto a Wall Street. Viene proprio da chiedersi che ne sarebbe se dalle urne italiane domenica sera uscisse una maggioranza populista ed euroscettica. Magari non è probabile. I sondaggi ora sono vietati e si procede al buio. Ma con l’alto numero di indecisi, che decideranno nei prossimi giorni, è ancora largamente possibile.

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