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TORNA "DONALD MANI BUCATE" E WALL STREET RECUPERA
13/02/2018 08:36

Si rivede “Donald mani bucate” ed i mercati ritrovano subito fiducia.

Dopo due settimane di terrore, con SP500 che nel momento di massimo panico è arrivato a perdere, venerdì scorso, -11,84% dal massimo storico del 26 gennaio, ieri è proseguito il rimbalzo iniziato nella seconda parte della seduta di venerdì, a partire dal minimo di 2.532,69. E così, dopo il recupero di 87 punti dal minimo, già realizzato venerdì, ieri l’indice è risalito di altri 37 (+1,39%).

La prosecuzione del rimbalzo era attesa, basta rileggersi il mio commento di ieri.

Le motivazioni grafiche sono parecchie. La seduta di venerdì, dopo aver chiuso un gap rialzista aperto il lontano 5 ottobre scorso, ha proseguito la sua corsa ribassista fino a ritracciare il 75% del movimento rialzista partito nell’agosto scorso e culminato il 26 gennaio. Una volta travolti i livelli di Fibonacci (il 61,8% fu violato già giovedì) il 75% è spesso la strenua difesa contro l’annullamento dell’intero movimento originario, ed anche questa volta ha funzionato. L’indice USA ha anche testato con successo, rimbalzandovi, la media mobile a 200 periodi, che passava venerdì da 2.538, e che rappresenta ufficialmente il muro che separa il mercato toro dal mercato orso. Infine la forte discesa delle ultime due settimane ha fatto segnare un doppio minimo in ipervenduto all’indicatore di eccesso RSI(14), che venerdì è rimbalzato da questo eccesso per la seconda volta.

Tutte queste indicazioni grafiche deponevano per un probabile esaurimento della spinta ribassista e per la necessità di un rimbalzo non effimero.

A queste motivazioni tecniche si sono poi aggiunte altre motivazioni, più politiche.

Donald Trump, con tempismo da trader (sarebbe interessante conoscere le operazioni fatte nei giorni scorsi dai manager dell’area finanza del suo impero), ieri ha varato in pompa magna il piano di interventi di ammodernamento delle infrastrutture da 1.500 miliardi di dollari (o forse addirittura 1.700).

Si tratta di un piano demenziale, benché la rete infrastrutturale americana sia diventata un ferrovecchio che necessita da anni interventi sostanziali. Così com’è dovrebbe avere ben poche possibilità di passare, poiché pensa di attribuire il costo dei progetti faraonici in parte indefinibile alla privatizzazione di alcune opere pubbliche, in parte minima al bilancio federale (comunque altri 200 miliardi di deficit aggiuntivo) e la parte sostanziale di circa il 60-70% ai singoli stati ed alla municipalità, che dovrebbe trovare i soldi che lui non riesce a trovare nel bilancio federale. Per la finanza locale si tratterebbe di un duro colpo ai propri conti, già oberati di deficit.

Ora la riforma dovrà ottenere il placet di ben 11 Commissioni al Congresso, e uscirà probabilmente stravolta, se uscirà, dalla morsa sia dei democratici che di ampi settori repubblicani. I primi non accettano che siano le spese sociali ed i poveri a pagare per rifare strade, ferrovie ed aeroporti, mentre ai ricchi vengono tagliate le tasse. Molti repubblicani vedono invece di cattivo occhio i 200 miliardi di ulteriore deficit, che si aggiungerebbero alla proposta di budget per il prossimo anno, appena presentata da Trump, che prevede già un deficit di quasi 1.000 miliardi su 4.400 di spesa federale, l’aumento delle spese militari e drastici tagli alla sanità ed alla cultura.

Certamente il progetto infiammerà il dibattito politico USA dei prossimi mesi.

Ma intanto l’effetto annuncio punta ad infiammare la fervida mente speculativa dei mercati, sperando che non sia stata bollita dalla botta ribassista subita nei giorni scorsi.

Sarà pertanto molto interessante verificare dove arriverà il rimbalzo. Un primo scoglio non facile da superare si trova a 2.728 punti, massimo raggiunto dalla falsa ripartenza di mercoledì 7 febbraio. Oltre questo livello il campo si aprirebbe fino all’area 2.805 – 2.815, dove c’è il secondo gap lasciato aperto dalla discesa impetuosa di inizio febbraio.

Ma è bene procedere per step. Anche perché domani avremo il dato sull’inflazione americana, che i mercati da qualche settimana stanno scontando in rialzo, ed hanno fatto salire i rendimenti obbligazionari. C’è molto posizionamento ribassista sull’obbligazionario USA, segno che l’attesa è per un’inflazione core in rafforzamento. Se le attese venissero confermate, potremmo assistere a nuovi balzi dei rendimenti, con effetto depressivo anche sull’azionario. Se invece arrivasse la sorpresa di un’inflazione che non rialza ancora troppo la testa, i mercati potrebbero festeggiare sia sull’obbligazionario che sull’azionario, perché la FED potrebbe mantenersi non troppo aggressiva.

Comunque il rialzo dei tassi a marzo è dato per certo e non dovrebbe dipendere dal dato in arrivo.

L’azionario europeo si è fin dal mattino allineato al recupero americano, rimbalzando anch’esso con un certo vigore, soprattutto con l’indice tedesco Dax (+1,45%) ed il globale Eurostoxx50 (+1,50%). Il nostro Ftse-Mib ha tenuto il passo rialzista un po’ più faticosamente (+0,77%), gravato dalle banche che in genere non hanno brillato, ed è stato tra i peggiori indici del continente.

In Europa la dipendenza dagli USA è comunque evidente, ed il futuro degli indici continentali dipenderà anche oggi da quel che farà Wall Street. Come sempre.

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