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E' ANCORA PRESTO PER PARLARE DI RIBASSO
31/01/2018 08:39

Le prese di beneficio sono proseguite nella seduta di ieri in modo generalizzato sui mercati finanziari. Senza motivazioni in grado di spiegare in modo decisivo quel che stava succedendo, in tutto il mondo gli indici hanno avuto una seduta negativa. Non capitava da parecchio tempo di vedere il tabellone che riporta le performance quotidiane dei principali indici mondiali uniformemente colorato di rosso, senza eccezioni.

Ma non è stato solo l’azionario a stornare parte dei guadagni accumulati. Anche altri asset finanziari hanno avuto una giornata storta. L’obbligazionario, a dispetto di quanto succede di solito quando i mercati azionari stornano, questa volta non è stato utilizzato come porto sicuro dove ospitare la liquidità in uscita dall’azionario, ed ha proseguito la sua marcia al ribasso delle quotazioni, ed al rialzo dei rendimenti, su entrambe le coste dell’Atlantico.

Anche il petrolio, che era salito praticamente senza sosta per un mese e mezzo, recuperando circa 10 dollari al barile (da 56 a 66), ha corretto con prepotenza, perdendo quasi 2 dollari in una sola seduta.

Persino l’oro, tradizionale bene rifugio dalle tempeste di Wall Street, non è riuscito ad approfittare delle disavventure degli altri asset, ed ha chiuso anch’esso in lieve calo. Il dollaro, colpito da cronica debolezza durante tutto questo inizio di 2018, che è sceso inesorabilmente mentre Wall Street festeggiava, secondo logica avrebbe dovuto recuperare qualcosa in concomitanza con la correzione dell’azionario. Invece, niente. Anche ieri ha avuto una seduta moscia, fallendo il tentativo di rimbalzo e chiudendo la seduta appoggiato precariamente su quota 89 del Dollar Index, mentre EUR/USD tornava sopra 1,24.

Non c’è dubbio quindi che ieri sia stata una giornata di correzione degli eccessi accumulati per quei mercati che avevano festeggiato di più (azionario USA e petrolio) e di continuazione della sofferenza per quelli che erano già deboli in precedenza (dollaro ed obbligazionario).

Ma proprio il fatto che non si siano manifestate quelle catene di eventi da “effetto domino”, che si vedono quando le correzioni vogliono lasciare un segno ben visibile sui grafici, fa pensare che forse  non siamo ancora di fronte ad un serio e durevole movimento correttivo.

Se veramente la paura avesse attanagliato in modo sostanziale gli investitori, avremmo dovuto verificare uno spostamento di fondi significativo dall’azionario all’obbligazionario; l’oro avrebbe dovuto essere comprato con una certa insistenza. Anche il dollaro si sarebbe dovuto ricordare di essere pur sempre la tradizionale moneta forte, rifugio per quelli che temono tempeste finanziarie.

Invece niente di tutto questo è avvenuto, anche se l’indice più rappresentativo di Wall Street, SP500, ha perso oltre l’1% e, con un gap ribassista, ha rotto la trendline piuttosto ripida che ha guidato il rialzo del 2018.

Abbiamo però abbiamo assistito ad un picco di volatilità prezzata sulle opzioni, tipici strumenti di copertura dal rischio. Il Vix, che misura appunto questa volatilità, ha raggiunto ieri i 15 punti e chiuso la seduta a 14,79, superando i massimi raggiunti nelle due precedenti micro-correzioni di metà novembre ed inizio dicembre dello scorso anno. Un chiaro segnale di riconsiderazione del rischio, di cui i mercati si erano a lungo dimenticati. Tuttavia nel 2017 si è visto il Vix raggiungere in ben 3 occasioni (aprile, maggio ed agosto) picchi più alti, oltre i 16 punti, senza che ciò riuscisse a mettere in dubbio un rialzo molto lineare del mercato azionario USA, durato tutto l’anno e oltre.

Insomma. Per parlare di fine della festa, inversioni ribassiste, cambiamenti decisivi di sentiment degli investitori, quel che abbiamo visto non basta.

Ci vogliono ben altre prove di predominio dei venditori, dopo tutte quelle che i compratori hanno mostrato negli ultimi mesi.

Diciamo che ieri abbiamo visto la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso degli eccessi euforici. Un vaso che ci ha fatto vedere una capacità contenitiva sbalorditiva. Ma a tutto c’è un limite. Pertanto la fuoriuscita di liquidità riporta un po’ più di equilibrio nella partita di medio periodo in corso tra tori e orsi. Gli orsi ieri hanno segnato un gol, il gol della bandiera. Ma il punteggio è ancora enormemente favorevole ai tori.

E tale rimarrà anche se la correzione dovesse proseguire ancora per qualche giorno. Infatti la strada rialzista fatta dal mercato è talmente lunga che ci vogliono ancora parecchie vendite per compromettere l’impostazione rialzista del trend di medio periodo. Si pensi che le perdite subite da SP500 nei primi due giorni di questa settimana, che a prima vista sembrano significative, non sono ancora riuscite, per ora, a far raggiungere all’indice il minimo della settimana scorsa. E di settimane rialziste consecutive, solo nel 2018, SP500 ne aveva inanellate ben 4.

Il rialzo del 2018 è stato così potente e lineare che si fa fatica a trovare supporti da indicare come possibile punto di arrivo della correzione. Ci sarebbe spazio in teoria fino a 2.680 (minimo di inizio anno), ma per vedere un arretramento così significativo occorrerà qualche motivazione forte, che ora non intravede.

Anche il discorso sullo Stato dell’Unione, che Trump ha solennemente pronunciato nella notte di fronte al Congresso, con tutto il contorno celebrativo istituzionale, non ha fornito indicazioni, e forse non poteva offrirne.

Trump ha tenuto il comportamento tipico a cui ci ha abituati quando va in trance istituzionale: linguaggio educato e corporeità di stile mussoliniano. Ha magnificato il suo operato, soprattutto i regali fiscali, chiesto collaborazione per togliere regole e controlli che ostacolano, a suo dire, la realizzazione del maxi-progetto di ammodernamento delle infrastrutture da 1.500 miliardi di dollari. Non ha inveito contro gli immigrati, ma ha confermato l’intenzione di fare il muro divisorio con il Messico e ribadito che per fare grande l’America per tutti occorre avanzare col protezionismo e la riscrittura dei trattati commerciali in modo più favorevole agli USA. Niente di nuovo.

Ma potrebbe anche bastare a fermare le prese di beneficio e suscitare un primo tentativo di rimbalzo. Sempre che non sopraggiungano notizie eclatanti, magari sul fronte geopolitico. Come la conferma dei rumor che i media americani hanno diffuso nelle ultime ore, che parlano di preparativi nord-coreani per uno spettacolare lancio multiplo di missili destinati a spaventare gli americani. In Asia nella notte gli indici giapponese e coreano, che stavano rimbalzando, hanno fatto precipitosamente dietro-front.

Il rimbalzo in Europa ed America, se ci sarà, andrà comunque verificato nei prossimi giorni.

Dal fronte delle trimestrali, tra oggi e domani, sono infatti attese importanti comunicazioni. In particolare il mercato terrà d’occhio Apple, che presenta i conti domani, presa nella tenaglia  costituita da vendite deludenti di i-phone X e indagini della Magistratura USA sul rallentamento programmato delle prestazioni dei modelli vecchi di smartphone per invogliare a comprare i nuovi. Potrebbe fornire dati non positivi, che il mercato in parte ha già scontato, ma che potrebbero anche essere peggiori del previsto e causare l’intensificarsi delle vendite. E Apple che crolla non si può accompagnare ad indici che salgono.

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