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MERCATI IN BALIA DI TRUMP
26/01/2018 08:34

La guerra commerciale, dichiarata al mondo intero dall’Amministrazione Trump, prima di recarsi a Davos, dove oggi il leggendario “guastatore” di tutti gli equilibri terrà il suo attesissimo spettacolo, ha prodotto effetti tellurici di ampia portata sui mercati azionari europei, su quelli delle materie prime, ma soprattutto sul Forex valutario.

Il dollaro, che aveva iniziato la giornata a 89,10 sul Dollar Index e a 1,239 nel cambio EUR/USD, ha continuato ad essere bersagliato dalle vendite di investitori in fuga, evidentemente timorosi che l’inasprirsi delle ostilità commerciali possa precipitare il mondo nel protezionismo, con effetti perversi sulle prospettive della crescita globale.

La corsa al ribasso del Dollar Index (l’indice che misura il comportamento del dollaro rispetto ad un paniere che contiene le 6 principali valute mondiali, ma non il Yuan cinese) ed al rialzo di EUR/USD ha avuto la sua apoteosi proprio durante la Conferenza Stampa di Mario Draghi, intorno alle 15 italiane, quando il Dollar Index ha toccato il suo minimo di giornata a 88,27 e l’Euro-Dollaro il suo massimo a 1,2536.

Il motivo di questa bordata di vendite di dollari si può ritrovare nelle parole piuttosto esplicite di Draghi, che ha voluto lanciare,a mio parere, tre ammonimenti. Innanzitutto non ha esitato ad attribuire la colpa di quel che sta succedendo non alla forza dell’euro, ma ad annunci e politiche attuate “altrove”, e tutti i giornalisti hanno capito che altrove significa in USA. In questo modo ha di fatto accusato anche lui l’amministrazione Trump di destabilizzazione degli equilibri valutari, violando gli impegni presi ad ottobre, al G20, da tutte le potenze mondiali, di astenersi dalle svalutazioni competitive.

Poi ha ammesso la preoccupazione da parte di molti membri dell’esecutivo della BCE per l’esacerbarsi del protezionismo e quelle conseguenze negative sulla crescita futura. Il terzo messaggio è stato che un rafforzamento eccessivo dell’euro, indotto dalla debolezza del dollaro, renderebbe più faticoso il raggiungimento dell’obiettivo di inflazione al 2%, verso cui l’economia europea sta lentamente convergendo, e potrebbe causare la necessità di estendere la politica monetaria accomodante oltre gli orizzonti attualmente previsti.

A caldo i mercati hanno considerato soprattutto i primi due messaggi, che di fatto giustificano la decisione di molti investitori di scappare dal dollaro, ed hanno esagerato il movimento, in atto da giorni, fino al raggiungimento dei livelli indicati su Dollar Index e EUR/USD.

Subito l’effetto domino si è esteso alle materie prime, con il petrolio che ha portato a 66,66 il suo massimo annuale e sull’azionario europeo, che ha subito cali piuttosto consistenti soprattutto sui titoli industriali, condizionati dalla perdita di competitività di prezzo. Il Dax tedesco (-0,87%), pieno di titoli industriali, ha toccato un minimo a 13.222 e violato la trendline che ha sostenuto il recupero da inizio anno, falsificando così la rottura dei massimi assoluti avvenuta martedì 23 gennaio. Scherzetto analogo  ha fatto anche l’indice delle blue chip dell’Eurozona Eurostoxx50 (-0,46%). Il nostro Ftse-Mib ha invece beneficiato della buona cera del settore bancario ed è riuscito a mantenersi positivo (+0,41%), figurando anche ieri come il migliore d’Europa. Il buon andamento delle banche non deve sorprendere più di tanto, perché sconta, da un lato, il rialzo dei rendimenti che il mercato comunque si attende, e dall’altro la notizia positiva arrivata mercoledì con la dichiarazione di Daniele Nouy, responsabile dell’Organismo di Vigilanza BCE, che il famigerato addendum, che obbligherà le banche a coprire più in fretta il rischio sui NPL, subisce un rinvio di qualche mese nell’entrata in vigore.

A Wall Street gli indici sono partiti in rialzo, perché il dollaro debole ed i dazi favoriscono nel breve le imprese USA, e il traino positivo dell’America è riuscito a risollevare un pochino dai minimi di seduta le borse europee.

Poi però, a mercati europei chiusi, alle 20 ora italiana, l’istrionico Donald ha voluto mostrare al mondo il suo potere di influenzare i mercati, vestendo la divisa del poliziotto buono con una dichiarazione sorprendente (ma non troppo, per chi ricorda che anche altre volte l’aria dei summit mondiali gli dona un po’ di quella giovialità che non è di casa nello Studio Ovale né, tantomeno, su Twitter). Ha affermato che Mnuchin è stato travisato. In realtà il dollaro si rafforzerà grazie alla crescita USA che le sue politiche stanno stimolando. In ogni caso lui vuole un dollaro forte, come l’America.

Siamo abituati a sentire Trump sconfessare i suoi collaboratori, e spesso anche licenziarli in tronco. Siamo abituati anche alle menzogne del ricco vanesio. Ma una simile dichiarazione i mercati forse non se l’aspettavano. O non così presto. E siccome tra gli operatori del Forex ci devono essere ancora parecchi che lo stanno a credere, ecco che sono scattate immediatamente le ricoperture ed il Dollar Index è risalito ai valori con cui aveva aperto la giornata, mentre l’EUR/USD è ritornato persino sotto 1,24, per poi assestarsi poco sopra nella notte. Dal canto loro gli indici hanno restituito i guadagni iniziali, andando a chiudere intorno alla parità. La solita eccezione, in positivo, è stata il Dow Jones (+0,54%), che ha segnato l’ennesimo record storico.

La giornata odierna si dovrebbe perciò aprire con un po’ di recupero dell’azionario europeo, su cui non mi farei troppe illusioni, ma poi sarà dominata dall’incertezza su che cosa dirà Trump nel suo intervento a Davos, che avverrà alle ore 14 in punto ora italiana.

Ogni ipotesi è del tutto inutile. Il mondo finanziario è nelle sue mani, da un anno a questa parte. Sta a ciascuno di noi decidere se sia una fortuna o una sventura.

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