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Il mini-dollaro aiuta Wall Street e frena l'Europa
18/01/2018 08:36

La cautela con cui ho commentato il segnale di inversione ribassista che martedì i mercati azionari USA hanno consegnato  agli euforici investitori, sembra sia stata opportuna.

L’aver ipotizzato un “come non detto” tra i possibili esiti di un segnale ribassista è stata una cautela necessaria, dato che gli indici USA ci hanno fatto scordare da mesi che cosa sia una correzione.

E forse anche quello di martedì potrebbe aggiungersi alla lista dei falsi segnali che i principali indici USA potrebbero decretare fin da oggi.

A dire il vero, l’indice Dow Jones, che martedì era già quello retrocesso di meno nel momento della ritirata dei compratori, la negazione del segnale l’ha già prodotta fin da ieri, andando a segnare un nuovo massimo storico a quota 26.130 e riprendendo il movimento rialzista, dopo la breve interruzione, con un brillante +1,25%.

Gli altri non hanno ancora negato il segnale di inversione ma, sia SP500 che Nasdaq100, sono ad un soffio dall’impresa, essendo riusciti a recuperare quasi tutto il terreno perso dai massimi di martedì. Basterà quindi che la giornata odierna si chiuda con il segno positivo per decretare l’annullamento del segnale ribassista, e magari produrre una ulteriore frustata al Toro, per l’ennesimo balzo.

Intanto prosegue la battaglia dell’EUR/USD contro l’area 1,23, raggiunta nella notte tra martedì e ieri, che però si sta mostrando un ostacolo piuttosto difficile da superare. Del resto ieri sono intervenuti grossi calibri della BCE (il Vice-Presidente Constancio è il più alto in grado) ad influenzare il mercato, manifestando preoccupazioni sulla forza dell’euro. Questi interventi, dopo l’impennata del cambio di 4 centesimi in 4 sedute, sono bastati a provocare l’arretramento della moneta europea, che in serata è tornata sotto 1,22.

La debolezza del dollaro anche in questo inizio di 2018 è una tra le cause non secondarie del vigore all’azionario americano, già galvanizzato dalle iniezioni di euforia che forniscono le proiezioni positive sugli utili dei bilanci societari del 2018, ingrassati dagli sconti fiscali di Trump alle imprese USA. La debolezza del dollaro, che stride con la forza dell’economia USA che gli economisti vedono per i trimestri futuri, rappresenta ulteriore benzina sul fuoco delle aspettative rialziste, dato che favorisce la competitività internazionale delle imprese americane.

Per questo una correzione degli indici azionari diventa molto difficile se il dollaro non riuscirà a recuperare un po’ di terreno.

Sulle borse europee si deve fare il discorso rovesciato. Qui la forza dell’euro è troppa e tarpa le ali agli indici dell’Eurozona, che non riescono a star dietro al vigore di quelli americani. Ieri, mentre SP500 e company recuperavano gran parte delle perdite del giorno prima, sia Eurostoxx50 (-0,32%) che il Dax tedesco (-0,47%) hanno passato in negativo quasi tutta la seduta, ed il nostro Ftse-Mib, che ultimamente è l’indice più forte del continente, non è andato oltre un lievissimo segno positivo (+0,08%).

Sono ulteriori conferme che la forza relativa sta ancora, e sempre più, dalla parte americana, mentre l’indecisione regna sovrana in Europa.

Per questo possiamo ipotizzare che solo il recupero del dollaro, oltre a qualche clamoroso flop nelle trimestrali di qualche big, potrebbe calmare gli animi a Wall Street e far retrocedere un po’ gli indici americani, mentre darebbe forse qualche motivo in più per orientare gli investimenti in Europa, aiutando così il ritorno degli indici europei sui massimi dello scorso anno. Sempre che lo spavento per la eventuale correzione americana non tolga il vantaggio dato dal calo dell’euro.

 

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