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Ancora un segnale di correzione. Sara' quello buono?
17/01/2018 08:39

La riapertura dei mercati americani ha riportato ieri il solito faro che illumina e dirige l’andamento degli altri indici. E si è visto.

Infatti le borse europee hanno tentato per metà seduta un rimbalzo che intorno a mezzogiorno ha raggiunto anche spessore significativo, circa un punto percentuale e che ha permesso all’indice tedesco Dax di testare nuovamente la resistenza di 13.330 e ad Eurostoxx50 di superare ampiamente la sua di 3.630. Anche il nostro Ftse-Mib non è stato da meno, arrivando in area 23.700. Tutto sembrava andare per il meglio, e un semplice consolidamento ha atteso l’apertura americana. La quale è stata scoppiettante ed ha realizzato su tutti i principali indici USA, un notevole gap rialzista e, manco a dirlo, l’ennesimo massimo storico, con il raggiungimento anche di importanti soglie psicologiche: SP500 ha raggiunto e superato quota 2.800 punti, il mitico Dow Jones i 26.000, ed il meno noto Russell 2000 delle mid cap quota 1.600.

A trascinare l’entusiasmo degli investitori, oltre alla crisi di astinenza da rialzi, dovuta alla festività che lunedì li ha tenuti lontano dal monitor, anche la constatazione che le prime trimestrali, che hanno aperto la stagione delle comunicazioni societarie dei risultati dell’ultimo quarto del 2017, sono state generalmente molto toniche, con la grande maggioranza dei risultati al di sopra delle stime degli analisti.

Ma pochi minuti dopo l’apertura qualche investitore deve aver guardato in basso e, constatando l’altezza raggiunta dagli indici, deve aver provato uno sgradevole senso di vertigine. Gli indici hanno cominciato a perdere terreno e via via le vendite hanno preso il sopravvento, trascinando in rosso il risultato della seduta. Tutti i 4 indici principali hanno così cambiato decisamente aspetto, chiudendo con un segno meno non elevato (eccetto che per il Russell 2000, che ha fatto -1,22%), ma significativo.

Un cambio di direzione che per Russell 2000 e per SP500 ha significato anche la formazione di una figura di inversione di tendenza (outside bar sui massimi), che ha un discreto grado di efficacia predittiva, specie quando arriva in situazioni di ipercomprato, come questa volta.

La perdita di entusiasmo degli indici USA ha ovviamente condizionato non poco le chiusure dei mercati azionari europei, che hanno restituito quasi completamente i cospicui guadagni fin lì realizzati. Dax ed Eurostoxx50 sono riusciti a mantenere il segno positivo, anche se striminzito, ma hanno fallito ancora una volta l’attacco alla resistenza che li contiene da diverse settimane e li separa dai massimi del 2017. Peggio, per una volta, è andata al nostro Ftse-Mib, che dopo ben 9 sedute di rialzo consecutive ha dovuto registrare un segno negativo, il secondo del 2018. Il nostro indice è stato condizionato ancora una volta, come da qualche seduta a questa parte, dall’andamento di Fiat Chrysler. La quale, dopo la serie di massimi storici a ripetizione, ieri ha accusato il colpo della delusione per le parole di Marchionne, che ha gelato le aspettative di operazioni mirabolanti, dando il via a prese di beneficio fisiologiche, che servono a depurare il valore del titolo dai sogni generati dall’euforia collettiva.

Ieri è venuto a mancare il contributo positivo del settore bancario, mentre anche i petroliferi, sulla scia dello storno del prezzo del greggio, tornato sotto i 64 dollari, hanno accusato anch’essi qualche presa di beneficio.

Notiamo che le candele giornaliere realizzate ieri dagli indici europei hanno tutte un aspetto simile, una sorta di hammer rovesciato, che darebbe un segnale ribassista qualora oggi venisse violato al ribasso il minimo realizzato ieri.

Situazione che è del tutto possibile, dato che l’apertura odierna europea subirà l’influenza del calo degli indici USA, che ieri si è protratto oltre la chiusura delle borse europee, e dovrebbe provocare la loro odierna apertura in ribasso.

Stiamo a vedere. I mercati ci hanno abituati da tempo a vedere parecchi segnali ribassisti annacquati nello champagne dell’euforia generale. Per cui guardiamo a questo segnale con un po’ di scetticismo, pronti al classico “come non detto”. Sono convinto però che un po’ di correzione non sarebbe una sciagura per il nostro indice, che quest’anno ha iniziato col piede fin troppo giusto. Sarebbe addirittura dovuta sugli indici americani e sul loro capofila SP500, che non conosce storni superiori al 2% dai massimi dall’agosto scorso ed è in ipercomprato dal 3 gennaio.

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