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Il Rebus dell'America forte e del Dollaro debole
15/01/2018 08:36

Che il 2018 sia partito a spron battuto ce ne eravamo accorti fin dalla prima settimana dell’anno. Pertanto non può stupire più di tanto che anche la seconda dell’anno sia stata scoppiettante, con nuovi record assoluti a ripetizione, battuti quasi quotidianamente dai principali indici di Wall Street (tutti i giorni del 2018 tranne uno). A stimolare l’euforia dei mercati sono stati gli annunci di molte grandi imprese USA e di tutto il mondo di voler approfittare degli sconti fiscali elargiti da Trump e dello scudo fiscale per il rimpatrio dei capitali, per portare investimenti e creare posti di lavoro in USA. Una sima provvisoria parla di un ingresso negli USA di circa 70 miliardi di risorse provenienti dall’estero. Altre stanno distribuendo bonus ai dipendenti, per farli partecipare almeno in parte al banchetto che ovviamente vedrà ingrassare il reddito disponibile soprattutto dei grandi detentori del capitale della Corporate America.

Donaldone gongola e il suo entourage batte la grancassa autocelebrativa per questi successi che realizzano parte del sogno “America First”, dando un po’ di ossigeno al Presidente, che in altri campi soffre attacchi concentrici. Come se non bastassero gli scandali, in questi giorni arrivano un paio di rivelazioni di pornostar americane che rivelano di essere state pagate per non divulgare relazioni pericolose extraconiugali avute in passato col futuro presidente.

Oggi poi c’è la trappola del Martin Luther King Day, la festa dei diritti delle minoranze razziali, un’occasione in cui il buon senso dovrebbe consigliargli di tacere, per evitare gaffe razziste. Non so se ci riuscirà.

Tornando ai mercati la settimana ci ha portato non solo la continuazione per gli indici USA di un rally che sembra inesauribile, ma anche qualche novità sui rendimenti obbligazionari. Proprio le buone risposte ottenute dalle imprese USA alla riforma fiscale di Trump sta convincendo i mercati che l’inflazione è destinata a rialzare la testa. Venerdì sono usciti dati sull’inflazione core (cioè senza i prezzi più volatili di prodotti energetici ed ortofrutticoli) ed hanno mostrato un aumento mensile di +0,3% contro le attese di +0,1%. Le vendite al dettaglio di Dicembre hanno fatto segnare un robusto +0,4% mensile e confermano un ritmo sostenuto della crescita economica. Pertanto crescono le attese per futuri ed anche abbastanza rapidi aumenti dei tassi da parte della FED, nella riunione di marzo, la prima utile dopo aver sbrigato entro febbraio la pratica dell’incoronazione di Powell al posto della pensionata Janet Yellen.

Tutta la curva dei rendimenti dei Treasury Bond americani si sta muovendo al rialzo. Quelli a due anni si stanno letteralmente impennando, per i tempi che corrono. A fine agosto erano al 1,3%, la scorsa settimana sono arrivati a superare il 2%, mentre anche i rendimenti del decennale sono schizzati al rialzo durante la settimana, ben oltre il 2,50%. Faccio notare che i rendimenti sono quasi arrivati al test dell’area 2,63%, che ha fermato lo scorso anno l’arrampicata che i rendimenti decennali attuarono subito dopo l’elezione di Trump. Il superamento di questi livelli sancirebbe definitivamente l’inversione rialzista di lungo periodo. Notiamo peraltro che anche lo spread tra il rendimento dei titoli sovrani americani e di quelli tedeschi è aumentato. Sulla scadenza decennale è passato da un differenziale di 1,76% (ovviamente a favore del titolo USA) dell’agosto scorso, a quello di 2,03% di venerdì scorso. In proporzione si è allargato ancor di più il differenziale sulla scadenza 2 anni: dal 2,06% di fine agosto al 2,57% di venerdì scorso.

Tuttavia, abbastanza stranamente, il vigore ritrovato dai rendimenti non si è tradotto in altrettanto vigore per il dollaro. I manuali ci dicono che sia l’afflusso di capitali negli USA che l’aumento dello spread a favore delle obbligazione americane dovrebbe attrarre investimenti e rafforzare il dollaro. Invece, proprio nella settimana dell’impennata dei rendimenti USA abbiamo visto il cambio EUR/USD salire fino a 1,22, rompere la forte resistenza di 1,209 e fornire un segnale di estrema forza.

Come si piega tutto ciò? Non si spiega con le interpretazioni da manuale, ma, se vogliamo escludere che i mercati prendano una colossale cantonata e presto siano costretti a rimangiarsi la strada fatta,  dobbiamo ricorrere alle aspettative. Probabilmente i mercati stanno considerando che la corda che Draghi tiene ben tesa, fatta di politiche accomodanti, tassi ufficiali a zero e quelli sui depositi lasciati dalle banche europee presso la BCE a -0,4%, stia per rompersi e la BCE, più presto di quanto non ci si aspettasse e di quanto ripetutamente Draghi abbia affermato, potrebbe molto presto rompere gli indugi e ribaltare il verso della politica monetaria. La moneta è la prima a scontarlo, poi dovrebbe arrivare anche un rialzo dei rendimenti sulle obbligazioni europee, che con un PIL in  crescita al 2,5% previsto nel 2018, un’inflazione che potrebbe lentamente rialzare la testa anche in Europa, non c’è proprio motivo che rendano 0,5% sul Bund decennale e addirittura -0,56% sul biennale.

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Pierluigi Gerbino - P. Iva 02806030041
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