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Correzione o forse no
11/01/2018 08:36

L’ipotesi che avevo formulato nel commento di ieri, cioè che il massimo di martedì avrebbe potuto essere anche quello dell’intera settimana, e che il controllo del mercato sembrava sfuggito dalle mani dei compratori per passare in quelle dei venditori, per ora si sta rivelando esatta.

Infatti ieri abbiamo avuto sull’indice americano più rappresentativo (SP500) la prima seduta negativa del 2018 e la prima seduta senza nuovi massimi storici. E’ stata una correzione appena accennata, realizzata in gap ribassista e subito in parte già recuperata con la immediata chiusura del gap. La perdita finale è stata appena percepibile (-0,11%), ma ha arrestato a 6 la serie di candele rialziste consecutive che l’indice ha collezionato nel 2018 ed è stata la prima seduta negativa dell’anno. Niente più che una sorta di “minimo sindacale” per una parvenza di correzione, reso necessario dal livello smodato degli eccessi euforici segnati dall’indice.

Per parlare di vera correzione una volta occorreva una discesa dai massimi relativi superiore al 5%. Movimenti ribassisti come quello di ieri non mi sarei neppure scomodato a commentarli. Erano altri tempi, quelli in cui la volatilità era una cosa seria e gli indici non erano protetti dalla cintura di castità del denaro facile delle Banche Centrali. Ora che siamo in un contesto di repressione della volatilità e di infatuazione generale per il Presidente narcisista, mi accontenterei anche solo di un 3% di correzione, che infatti non abbiamo più visto dal giorno delle elezioni presidenziali, nel novembre 2016.

Ci troviamo così a sondare le intenzioni di mercati che di scendere non vogliono proprio saperne.

Pertanto, se il buon senso consiglierebbe di prendere in considerazione questo momento come possibile inversione di tendenza di breve periodo, la follia imperante spinge ad un’alzata di spalle. Anzi. Spinge molti a vedere il piccolo starnuto fatto ieri dal Wall Street, non come l’inizio di un raffreddore di stagione, ma come la semplice reazione al passare di una piuma sotto il naso dei mercati.

Detto in altri termini: quella di ieri potrebbe essere l’ennesima correzione volante, strozzata sul nascere dall’avidità dei compratori, che, per paura di perdere l’ennesimo impulso verso il cielo, si precipitano a comprare quando l’indice scende appena un soffio. Stiamo perciò a vedere come si evolverà la situazione.

Ieri avevo anche ipotizzato che senza il traino di Wall Street l’Europa avrebbe rischiato di invalidare l’incerto segnale rialzista consegnato martedì scorso, che l’avrebbe dovuta proiettare verso i massimi del 2017.

Anche questa ipotesi si è puntualmente verificata. Lo starnuto americano in Europa pare essere diventato raffreddore e sia l’indice azionario dell’eurozona Eurostoxx50, che il tedesco Dax, hanno subito un calo molto più vistoso di quello americano, tornando ben sotto le resistenze appena di poco superate martedì scorso. L’azionario europeo nega così il segnale rialzista e deve ricominciare da capo, col pericolo che se negli USA oggi la correzione dovesse proseguire, in Europa si tornerebbe verso i minimi segnati nella prima seduta del 2018.

Sorprendente e vistosa eccezione al grigiore europeo è stato il nostro Ftse-Mib, anche ieri in cima alle performance europee di giornata con un +0,66%, che gli ha permesso di raggiungere e superare di poco i massimi del 2017. Ora ha tutte le carte in regola per tentare l’attacco a 24.157, cioè i massimi del 2015.

A trascinare al rialzo l’indice italiano questa volta non è stata la galassia Agnelli, che ha preso fiato, ma le banche, tutte con rialzi superiori al 2% e con Banco BPM e Intesa che hanno sfiorato il +5%.

A mettere il settore nel mirino dei compratori è stata da un lato la notizia comunicata da Bankitalia, che negli ultimi mesi del 2017 le sofferenze sono calte nei bilanci delle banche italiane, ma soprattutto il forte aumento dei rendimenti sui Treasury Bond americani, che si sta verificando in questi giorni. Il decennale ha superato di slancio in rendimento del 2,50%, cosa che non avveniva dal marzo dello scorso anno.

Il motivo del rialzo repentino è duplice. Da un lato si prende atto che l’emissione di carta del Tesoro americano nel 2018 sarà cospicua, per finanziare i regali fiscali di Trump alle imprese e ai ricchi americani, e per la prima volta da 10 anni avverrà senza il benevolo sostegno degli acquisti della FED, che ha iniziato la sua manovra di tapering e riduzione graduale dell’attivo di bilancio. Il secondo motivo è l’intenzione del governo cinese di diminuire gli acquisti di bond americani. I cinesi, insieme ai giapponesi, sono i maggiori finanziatori non americani del governo USA. Il maggiore di tutti è la FED. La politica estera cinese ora si fa anche con la finanza, e l’ostilità che Trump manifesta a giorni alterni nei confronti della Cina deve aver convinto Xi ad inviare all’arrogante premier USA un messaggio nel linguaggio che Trump capisce meglio: quello dei soldi. Sta di fatto che proprio nell’anno in cui il Tesoro USA avrà più bisogno di finanziamenti, non avrà l’appoggio dei suoi due più generosi finanziatori: FED e Cina.

Ma tutto questo che c’azzecca con la salita delle banche europee? Semplice. Se salgono i rendimenti in USA in qualche modo la BCE sarà obbligata ad invertire il segno della sua politica monetaria più presto del previsto. Quindi saliranno anche i rendimenti in Europa. E questo per le banche, che erogano oggi mutui a tassi stracciati, potranno vedere gonfiarsi nuovamente un po’ il polmone del margine di interesse, che è la loro primaria fonte di profitto.

Almeno, fino a quando gli interessi non saliranno troppo, perché allora il discorso cambierebbe. Ma in Europa questo pericolo, finché c’è Draghi, non lo si corre proprio.

 

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