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La Guerra dei Bottoni non spaventa
04/01/2018 08:32

Se nella prima seduta del nuovo anno i mercati USA ci hanno fatto sentire la medesima sinfonia rialzista del 2017, ieri hanno concesso il bis, con tutti i tre principali indici a segnare ancora un massimo storico. SP500 ha superato con un balzo la fatidica soglia psicologica dei 2.700 punti, accarezzata più volte nel mese di dicembre. Il Dow Jones ha scavalcato 24.900 e si prepara all’approccio con la fatidica “quota 25.000”, un livello impensabile fino a poco tempo fa. Anche Nasdaq100 non è stato da meno ed in questo 2008 è tornato ai vertici della classifica delle performance giornaliere con il rialzo di un altro punto percentuale, che si aggiunge ai quasi due del 2 gennaio.

Evidentemente non spaventa la penosa “guerra dei bottoni” che stanno combattendo sui media i due vanitosi al potere. Ha cominciato il dittatore nord-coreano, che sta tentando una originale manovra di divisione del fronte avverso, adulando la Corea del Sud con promesse di disgelo e richiesta di partecipazione ai Giochi Olimpici invernali il mese prossimo, mentre contemporaneamente ha ricordato agli americani di avere il bottone nucleare sempre a portata di mano sulla sua scrivania.

Colpito nell’orgoglio, il Presidente USA ha subito risposto a stretto giro di tweet che il suo bottone è più grosso e potente di quello di Kim.

I mercati non si sono affatto scomposti ed assistono al match come ad un classico incontro di Wrestling: l’Uomo Razzo contro Pannocchia Svolazzante. Come nel wrestling, dove si sa che tutto è finto, concordato e taroccato ad uso e consumo degli appetiti grossolani degli spettatori americani, i mercati sanno che i due cani abbaiano ma non mordono.

Allora che c’è di meglio che proseguire nel gioco del rialzo? Si alza continuamente la posta in questa sorta di bluff, o, meglio, di “schema Ponzi”, che i tassi di interesse ai minimi termini, schiacciati dagli acquisti di titoli della Banche Centrali, rendono l’unica via possibile per cercare un po’ di rendimento.

I rischi non si considerano, come ben dimostra anche il VIX, l’indice della paura che deriva da prezzi delle opzioni sull’indice americano SP500. Ieri, schiacciato dagli acquisti spericolati, è tornato ad appiattirsi a quota 9 e per qualche tempo è sceso anche sotto. La chiusura a 9,15 è stata comunque la seconda più bassa di tutti i tempi. Solo il 3 novembre 2017 se ne è vista una inferiore (9,14). Inutile dire che da questi livelli di Vix, in passato, sono sempre partiti rimbalzi di volatilità e quindi correzioni più o meno eclatanti degli indici. Sarei stupito se oggi o domani non succedesse altrettanto.

L’ottimismo sfrenato di matrice USA non poteva generare, almeno ieri, un rimbalzo dei derelitti indici europei. Eurostoxx50 è riuscito a recuperare i 3.512 punti (+0,63%) ed allontanarsi dai minimi della mattinata del 2 gennaio. Il rimbalzo non inverte la direzione della forza relativa europea rispetto all’America, sempre in calo, ma almeno regala una boccata d’ossigeno dopo le sventole ribassiste subite dal 19 dicembre in avanti. Si vede un accenno di inversione rialzista, anche se quel che vediamo ora è classificabile ancora come semplice pullback. Il livello da superare in modo chiaro è 3.520, che ieri, non a caso, ha respinto il rimbalzo. Un rimbalzo che, con maggior fatica, ha interessato anche il nostro Ftse-Mib, che ha passato in negativo buona parte della seduta, zavorrato da performance non brillanti del settore bancario. In chiusura comunque si è rivisto il segno positivo. Anche qui, però, il vecchio supporto di 22.000 punti è diventato resistenza e deve essere recuperato per poter immaginare una ripresa un po’ più significativa.

Non sarà facile, specialmente se dagli USA arrivasse quella correzione che mi attendo, né per gli indici europei, né soprattutto per il nostro Ftse-Mib, entrato in modalità pre-elettorale, con gli investitori stranieri che si fanno guardinghi di fronte ai ricchi premi e cotillon che le forze politiche stanno promettendo agli elettori italiani, ignorando completamente la sostenibilità dei conti pubblici. Non è un caso che da quando Mattarella ha sciolto le Camere il rendimento del nostro BTP ha recuperato oltre 15 punti base e si è riportato ben al di sopra del 2%.

L’ultima nota va al petrolio. I travagli medio - orientali che si ingarbugliano attorno alla questione di Gerusalemme capitale di Israele e la guerra per procura combattuta tra Arabia Saudita (appoggiata dagli USA) ed Iran (appoggiato dai russi), sta mettendo pressione ai prezzi del greggio, che ieri ha avvicinato e nella notte ha anche superato il livello di 62 dollari a barile (WTI Crude Oil). Si tratta di valori assai vicini ai massimi del 2015 (62,59). Se riuscisse ad infrangere quella barriera completerebbe l’inversione di tendenza di lungo periodo, con obiettivi anche molto ambiziosi. Gli scenari attuali potrebbero cambiare drasticamente. L’inflazione verrebbe stimolata, ed il settore delle imprese energetiche potrebbe rianimarsi dopo anni di oblio. Avremo occasione di riparlarne. Prima spettiamo l’inversione.

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