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Torna il rischio Italia?
14/12/2017 08:37

L’atteso rialzo dei tassi in USA è finalmente arrivato, come annunciato da mesi e previsto da settimane sui mercati obbligazionari. E’ un rialzo che dai mercati azionari è stato visto non come un peso o un pericolo per l’evoluzione futura dell’economia, ma quasi come un attestato di fiducia da parte della FED sulla solidità della crescita americana. Infatti l’attesa per l’annuncio è stata ingannata con la realizzazione dell’ennesimo massimo storico da parte dei due più noti indici del mercato azionario USA: il Dow Jones e SP500. Comunicato e Conferenza stampa di Yellen sono stati assolutamente in linea con le attese. Non è mancata una dichiarazione di scarsa fiducia sull’impatto della riforma fiscale sull’economia americana e una stoccata al Bitcoin, che la Yellen ha additato come un serio pericolo alla stabilità del sistema finanziario. Ecco la prima dichiarazione ostile alle criptovalute da parte di una banca centrale. Non sottovaluterei questo messaggio, specie se dovesse fare tendenza ed essere seguito da dichiarazioni analoghe di altri banchieri centrali.

L’obbligazionario americano, dopo che nei giorni scorsi aveva fatto salire i rendimenti sul Treasury decennale fino al 2,40%, ieri ha deciso subito di pensare al futuro e, complice un dato sull’inflazione al consumo un po’ deludente rispetto alle previsioni e rispetto al rialzo dei prezzi alla produzione arrivato ieri, ha ripiegato di circa 5 punti base, quasi a scontare che dopo questo rialzo dei tassi, prima di vederne  un altro occorrerà aspettare qualche mese, per dare tempo a Powell di insediarsi a febbraio e verificare accelerazioni dell’inflazione che oggi sui prezzi al consumo non si vedono ancora.

Sembra quindi che il mercato non creda ad un aumento di aggressività da parte della FED, che per ora non pare preoccupata del surriscaldamento dell’economia USA indotto dalla riforma fiscale, mentre invece pare scontare un irrigidimento futuro della politica monetaria europea ben al di là di quanto emerga dalle posizioni ufficiali più volte ripetute da Draghi. Oggi potremo vedere se quella di Draghi sarà l’ennesima Conferenza Stampa rassicurante, a conclusione di una riunione del board BCE che dovrebbe confermare al 100% quel che ha deciso in ottobre. E soprattutto vedremo se riuscirà ancora una volta a calmare le preoccupazioni dei mercati e a farli tornare sui passi fatti ieri. Perché ieri abbiamo assistito all’euro che ha ripreso forza sul dollaro e si è riportato ben al di sopra di 1,18, mentre sul mercato obbligazionario europeo un deciso flusso di vendite, specialmente sui mercati periferici ha prodotto un innalzamento dello spread col Bund piuttosto significativo, soprattutto a carico del nostro paese (147, +9 punti base), che improvvisamente pare tornato nell’occhio del ciclone speculativo. Infatti anche il listino azionario, mentre in Europa la giornata si chiudeva con modesti ribassi, generalmente inferiori al mezzo punto percentuale, ha vissuto una drammatica giornata, tutta in calo, ed ha registrato alla fine una perdita di -1,44% da parte del Ftse-Mib .

E’ difficile individuare un motivo preciso per spiegare il temporale che si è abbattuto ieri sui mercati italiani.

Forse la notizia dell’accordo tra i partiti e Mattarella per andare al voto già il 4 marzo. Ma che si sarebbe votato a marzo lo si sapeva da mesi. Probabilmente ha avuto maggior peso la dichiarazione di Berlusconi, che ha escluso accordi di larghe intese nel caso di un risultato elettorale che non assegni la maggioranza ad alcuna coalizione. Ha proposto la conferma di Gentiloni per riportaci di nuovo a votare tre mesi dopo. Può essere quindi lo spettro dell’instabilità politica, come capitò in Spagna e in Belgio, che i mercati vedono come il fumo negli occhi, ad aver improvvisamente ridestato preoccupazioni sul rischio paese. Ieri poi sono girati anche rumor su non meglio specificate pressioni che la Vigilanza UE starebbe facendo su alcune banche italiane per ottenere un’accelerazione della ripulitura dei bilanci dai famigerati NPL. Non a caso le maggiori Banche Popolari quotate hanno subito pesanti cali, insieme ad Unicredit, che ha appunto deciso di aumentare le sofferenze da cedere, probabilmente su “imbeccata” della Vigilanza BCE.

Le difficoltà del settore bancario italiano, sceso assai più dell’indice bancario europeo, è all’origine del forte calo del Ftse-Mib, che non ha compensato con la vitalità di altri settori le difficoltà bancarie e le prese di profitto sugli energetici, scesi anche per la marcia indietro del prezzo del petrolio, nonostante il calo delle scorte in USA superiore al previsto.

Il nostro indice ha perciò fallito ancora una volta il tentativo di tornare ad attaccare quota 23.000 punti, che si sta dimostrando un osso forse troppo duro per i denti del nostro mercato, e si appresta a tornare verso i supporti di area 22.000.

L’euro forte non aiuta, le generalizzate incertezze europee nemmeno. Se anche i mercati americani decidessero di prendere qualche giornata di correzione, rischiamo un avvicinamento al Natale in discesa e magari la fine prematura del Rally di fine anno.

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