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Se Trump si traveste da Reagan...
29/09/2017 08:35

La fiammata che si è vista mercoledì sui mercati azionari, dovuta al piacere emotivo per la presentazione della bozza di riforma fiscale targata Trump, è durata un solo giorno, ed è stata sostituita ieri da un ritorno ad una riflessione un po’ più incerta sul futuro, che comporta immobilità per gli indici azionari.

Ne ha approfittato anche l’Euro per tenere il livello di 1,17 contro il dollaro e rimbalzare un pochino, alleggerendo così la pressione correttiva. Anche i rendimenti obbligazionari in Europa dopo la fiammata iniziale, sono retrocessi un pochino, smaltendo un po’ i timori per la severità del nuovo corso governativo che si sta costruendo in Germania.

Anche in USA la stabilità ha prevalso e nessun indice ieri ha migliorato record, digerendo l’entusiasmo del giorno precedente.

Il problema che gli investitori a mente fredda si trovano ora ad affrontare, dopo tutte le esperienze negative provate per l’incapacità dell’attuale Amministrazione USA di trasformare le promesse in fatti concreti, è il solito: riuscirà il nostro eroe miliardario a convincere i congressman del suo partito ad approvare questo progetto, sia pure annacquato dai dettagli che ora mancano?

Mi sembra di aver capito che il punto debole della riforma è che pare fatta apposta per aumentare le distanze sociali tra i più ricchi (favoriti dall’abbassamento dell’aliquota massima di imposta) ed i più poveri (che vedrebbero crescere l’aliquota minima in cambio di detrazioni fiscali solo vagheggiate), in un paese che è già tra i più diseguali al mondo. I suoi predecessori repubblicani Reagan, a cui Trump dice di ispirarsi, ma anche Bush, hanno allargato il fossato di ineguaglianza sociale, appiattendo la progressività del fisco USA ed abbassandone l’incisività. I democratici Clinton ed Obama, condizionati dalle lobby, non hanno avuto la forza per togliere ai ricchi quel che i repubblicani avevano regalato e si sono accontentati di aumentare un po’ le protezioni alle categorie più svantaggiate, allargando l’intervento statale. La riforma sanitaria detta Obamacare, che Trump vorrebbe togliere, che ha istituito la copertura sanitaria a circa 30 milioni di cittadini USA più poveri, ne è il principale esempio.

Ma l’aumento di spesa senza aumento di tasse ha prodotto nei decenni la crescita esponenziale del debito pubblico, che periodicamente sfonda il tetto costituzionale ed obbliga alle defaticanti trattative parlamentari per alzarne di continuo l’asticella giuridica. Trattative che rivedremo entro fine anno, perché ora il tetto è stato nuovamente raggiunto da qualche mese. Ricordo che alla fine del 1980, prima dell’insediamento di Reagan, il debito pubblico americano era di 930 miliardi di dollari, equivalente al 32,5% del PIL. Al 31.12.2016, prima dell’insediamento di Trump ha toccato la mastodontica cifra di 19.976 miliardi di dollari, equivalente al 106,1% del PIL.

Esaminando queste semplici cifre si comprende come si presenti non troppo agevole per Trump convincere i rappresentanti del Tea Party, la corrente del partito repubblicano ostile all’intervento dello stato nell’economia e all’aumento del debito pubblico, ad approvare una riforma fiscale che dovrebbe costare, secondo le provvisorie stime che hanno cominciato a fare gli analisti, una riduzione di gettito di 5.000 miliardi in 10 anni, presumibilmente concentrati maggiormente nei primi anni. Si tratta del 26,5% del PIL, che, se non venisse compensato da cospicue riduzioni di spesa pubblica, farebbe esplodere il rapporto debito/PIL a livelli insostenibili.

Trump sta provando a convincere l’opinione pubblica americana delle sue doti magiche, e nel novembre scorso, vincendo le elezioni, pare esserci provvisoriamente riuscito, anche se nei mesi successivi la sua popolarità è franata a livelli mai registrati da nessun presidente nel primo anno di reggenza. La sua teoria riprende quella di cui si era infatuato Reagan, la “Supply-side Economics”, ideata dall’economista Arthur Laffer e (così dice la leggenda) spiegata al candidato Reagan con un disegnino su un tovagliolino di carta in pizzeria. Essa sostiene che la diminuzione delle aliquote fiscali farà aumentare il gettito, anziché ridurlo, come vorrebbe la logica, per il semplice motivo che se tagli le tasse tutti le pagheranno volentieri, le multinazionali rimpatrieranno gli utili che ora realizzano e mantengono all’estero, torneranno a produrre negli USA e ad assumere operai americani, col risultato che il PIL tornerà a crescere a ritmi medi del 4% annuo, che non si vedono più dagli anni 90 (era del fortunato Clinton). Per chi fosse curioso di sapere come è andato l’esperimento portato avanti da Reagan nel suo doppio mandato dal 1981 al 1988, basti ricordare che, mentre il PIL, dopo la recessione del 1981-82, si stabilizzò su tassi di crescita simili a quelli del decennio precedente, senza alcuna impennata, il rapporto debito/PIL, grazie alla “deregulation” Reaganiana, passò dal 32,5% del 1980 al 50,5% del 1988. Non proprio un successo.

Andrà meglio a Trump? Intanto bisognerà che riesca a farsi approvare il progetto da un congresso che, come abbiamo visto con il triplice fallimento del tentativo di abolire Obamacare, non pare troppo disponibile ad appoggiare piani di “macelleria sociale” ai danni delle minoranze più povere, in una situazione di recrudescenza delle tensioni razziali e sociali fomentate dalle parole in libertà del suo Presidente (Charlottesville insegna). Non a caso Trump ora prova pateticamente a convincere che la sua riforma non è un ulteriore regalo ai ricchi, dichiarando che sarà la classe media a beneficiare degli sconti fiscali: “Questa riforma non favorisce i ricchi. Non è buona per me!” ha dichiarato a margine della presentazione. Mentre lo diceva gli cresceva il naso. Il principe dei trafficoni, il simbolo vivente del conflitto di interesse, propone una legge che lo penalizza!

A me pare sempre la stessa minestra, fatta di bufale e di promesse irrealizzabili, che ha propinato agli americani creduloni da un anno a questa parte. Ma forse ha ragione lui. Finché qualcuno se le beve, per la necessità di aggrapparsi ai sogni (gli elettori) o per speculazione (i mercati) avremo sempre qualche genio che scambia i debiti per ricchezza. Tanto a saldarli ci penseranno i successori.

Noi italiani lo sappiamo bene: siamo sul podio mondiale in questo sport.

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