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La debolezza del Dollaro rimescola le carte
19/07/2017 08:37

L’evento di ieri, che ha scatenato un deciso rimescolamento delle carte nella partita a poker estiva dei  mercati, dobbiamo cercarlo nel cambio EUR/USD. Infatti la debolezza del dollaro, che dura da inizio anno e che da metà aprile ha avuto ben tre impulsi alternati a due pause, ieri ha messo in mostra l’ennesima estensione. L’Euro-dollaro ha superato anche l’ostacolo di 1,15 e raggiunto un massimo di 1,1583, effettuando la chiusura di seduta più alta dal 24 agosto 2015, quando fece un’effimera puntata fino a oltre 1,17. Ora si trova a poca distanza dalla prossima resistenza di 1,1618, che rappresenta il massimo del 3 maggio 2016, quando raggiunse un top da cui partì il forte calo che lo impegnò per tutto il resto dell’anno e lo condusse sotto 1,04.

Questa che sta occupando è perciò un’area di forte resistenza, che il cambio EUR/USD va ad affrontare in ipercomprato e con divergenze ribassiste. Ma era una resistenza anche quel 1,15, che ieri il cross ha polverizzato.

Se ci chiediamo per quale motivo tutti stiano liquidando i dollari, non trovo altro più convincente che  la rassegnazione che sta pervadendo anche i più incalliti sostenitori di Trump nel constatare il continuo fallimento del loro beniamino in campo economico. Dopo aver mancato già più volte la promessa elettorale di far approvare la soppressione dell’Obamacare, il suo cavallo di battaglia, che è anche l’argomento su cui aveva il maggior consenso all’interno del partito repubblicano, ieri è arrivata l’ennesima fumata nera per mancanza di voti tra i suoi stessi senatori. Anche la verve twitterola di Donald sembra essersi smarrita nello scoramento. Questa volta non riesce nemmeno più ad arrabbiarsi, ma pare mestamente rassegnato all’impasse. Uno stallo che rischia di avere conseguenze pesantissime, poiché da questo provvedimento avrebbero dovuto arrivare un consistente risparmio di spesa pubblica da giocare nella partita che deve condurre all’innalzamento del tetto del debito entro l’autunno. Senza questo innalzamento, che molti repubblicani non approveranno “gratis”,  i pagamenti federali verrebbero bloccati e gli USA andrebbero tecnicamente in default.

Aggiungiamo poi il fatto che nei giorni scorsi sono giunti dati negativi su crescita ed inflazione e la stessa Yellen ha mostrato qualche incertezza nel classificare come transitori i segnali di indebolimento dell’economia USA. Ecco perciò che abbiamo un cocktail in grado di convincere gli operatori che in questo momento tenere dollari non è l’idea migliore. Per cui ieri il tonfo del dollaro ha premiato le materie prime e fatto scendere i rendimenti, mentre l’azionario, sebbene l’indebolimento della crescita non sia certo un toccasana, ha tenuto botta, grazie ai vantaggi competitivi che il dollaro debole fornisce alle imprese USA nel commercio internazionale. Perciò gli indici principali, dopo una sbandata iniziale, hanno ripreso a salire e SP500 ha realizzato a 2.460,6  la chiusura più alta della sua storia. Anche il Nasdaq100 ha proseguito il rialzo per l’ottava seduta consecutiva, grazie soprattutto al volo di Netflix che ha visto premiata la sua trimestrale. Ora l’indice delle 100 migliori società tech è a soli 17 punti dal suo massimo storico di 5.897.

Simmetricamente opposto è stato l’andamento dei mercati europei. Qui la forza dell’euro ha punito l’azionario, soprattutto sugli indici maggiormente occupati da industrie votate all’export. Il Dax ha vissuto una giornata da dimenticare, chiusa a -1,25% solo grazie al recupero dell’ultima ora, trainato dal rimbalzo iniziale di Wall Street. Ma tutti gli indici dell’Eurozona hanno chiuso in negativo, anche il nostro Ftse-Mib, che ha però limitato il calo appena oltre il mezzo punto percentuale, grazie alla tenuta di diverse utility. L’afflusso di domanda sull’euro si è riversato sui bond europei, che hanno visto una seduta rialzista che ha limato un po’ i rendimenti.

Ora ci dobbiamo chiedere se la seduta odierna ripeterà lo show di ieri oppure se verrà lasciato spazio a qualche riflessione che corregga un po’ gli eccessi di panico sull’America di Trump.

Per farlo non dobbiamo dimenticare che gli eventi principali dei prossimi giorni si svolgeranno domani. Sono le riunioni operative del board delle due banche centrali che per importanza vengono subito dopo la FED: la giapponese BOJ e la BCE di Mario Draghi.

Entrambe si trovano ad affrontare una situazione che vede le loro monete piuttosto rafforzate rispetto al dollaro. Soprattutto l’Euro. L’atteggiamento pateticamente accomodante di Kuroda è scontato, per cui non mi soffermerei oltre sulla banca giapponese.

Meno scontato è quel che farà la BCE e soprattutto quel che comunicherà Draghi nella Conferenza Stampa delle 14,30. Nelle scorse settimane la comunicazione ai mercati della BCE è stata piuttosto ambigua. Però va detto che i dati usciti negli ultimi giorni, che anche per l’Eurozona segnalano un rallentamento nel ritmo di crescita e soprattutto nell’inflazione, forniscono un assist formidabile a Draghi per mantenere lo status quo della politica monetaria e non affrettare decisioni restrittive che potrebbero danneggiare ulteriormente il contesto economico dell’Eurozona attraverso l’estensione del  rafforzamento dell’euro. Mi aspetto pertanto che Draghi lavori per portare una correzione sul cambio EUR/USD, che già di per sé, secondo i grafici, si appresta ad affrontare resistenze chiave presentando eccessi rialzisti e divergenze ribassiste che sembrano chiamare una correzione.

Ciò darebbe un po’ di respiro all’azionario, che potrebbe riprendere il recupero dopo la correzione che forse troppo presto è stata data per terminata.

Se invece Draghi da educato e bonario dottor Jekyll, si trasformerà nel truculento Mr. Hyde, allora vorrà dire che la residenza pluriennale a Francoforte lo ha reso un po’ tedesco, ed i mercati dovranno recepire definitivamente la svolta della politica monetaria europea. Ma questo lo ritengo un evento alla lunga inevitabile, ma per ora poco probabile.

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Pierluigi Gerbino - P. Iva 02806030041
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