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Torna il Mondo Rovesciato
17/07/2017 08:41

La settimana della FED, caratterizzata dalla doppia audizione di Janet Yellen al Congresso, una tradizione istituzionale che si ripete ogni sei mesi, ha senza dubbio rassicurato i mercati e posto fine a quell’accenno di correzione che il mese di giugno aveva presentato all’attenzione degli osservatori. Una correzione che peraltro ha interessato solo alcuni tra i principali indici azionari. Infatti l’azionario dei paesi emergenti e del Giappone si è espresso con un andamento più laterale che correttivo, con addirittura due eccezioni abbastanza significative (Cina e Brasile), che sono andate al rialzo anche in giugno. E’ tra le borse più sviluppate dell’occidente che a partire da metà maggio i mercati azionari hanno scaricato un po’ degli eccessi accumulati nella lunga cavalcata rialzista che proseguiva da 6 mesi, dopo l’elezione a novembre 2016 del volubile egocentrico Trump a Presidente degli USA. Alcuni tra i principali indici occidentali, quelli che nel periodo hanno manifestato maggior resistenza agli urti delle prese di beneficio, hanno corretto in modo appena percettibile, limitandosi a meno di una manciata di punti percentuali di discesa dai massimi dell’anno. Cito tra questi gli americani Dow Jones ed SP500, e l’italiano Ftse-Mib. Altri (il tedesco Dax, il francese Cac40 e l’inglese Ftse100 ed il globale Eurostoxx50) hanno corretto un po’ di più, tra il 5 e il 10%. Solo il Nasdaq100, l’indice da sempre più volatile tra quelli occidentali, ha portato la sua correzione fino a circa il 10%, rischiando di avvitarsi in una vera e propria inversione del ciclo rialzista primario.

I lettori ricorderanno che la correzione, nata come semplice presa di beneficio, venne poi accelerata dall’imprevisto comportamento delle principali banche centrali nella seconda parte di giugno, quando uno strano coro a più voci (FED, BCE, BOE ed altre minori) rimarcò la necessità di normalizzare i tassi di interesse. Questa volta la canzone non venne più solo intonata dalla FED, che la canta ormai da oltre un anno, ma anche dalle altre citate, tra cui la BCE di zio Draghi, che fino ad allora aveva invariabilmente presentato il ritornello della politica monetaria accomodante. Nell’ultima settimana di giugno, invece, con l’intervento di apertura del meeting di banchieri in Portogallo, Draghi ha calcato anche lui la mano sulla necessità di rientro verso la  normalità, lasciando la BOJ giapponese da sola a difendere la trincea del Quantitative Easing senza limiti di importo e di tempo.

Le motivazioni addotte dai banchieri per giustificare le necessità di svolta restrittiva delle politiche monetarie erano la crescita mondiale in rafforzamento e l’inflazione che tutti i banchieri vedono in ripresa, sebbene l’andamento dei prezzi al consumo negli ultimi mesi sia stato dappertutto in rallentamento. Un rallentamento giudicato transitorio.

I mercati si sono fidati di questa lettura ed hanno preso un po’ di beneficio, ma senza esagerare nel nervosismo. Infatti questa correzione ha avuto caratteri abbastanza blandi non solo nell’ampiezza della discesa, ma anche nella dinamica della volatilità. L’indice Vix, che di solito usiamo per misurare la paura di ribasso che aleggia sui mercati USA, ha chiuso tutte le sedute di giugno sotto quota 13, un livello già comunque molto basso, che in passato veniva frequentato nelle fasi di normalità ed ampiamente superato in quelle di correzione. Invece questa volta nessuno spavento ha accompagnato la graduale e moderata discesa degli indici in giugno.

Ma nell’ultima settimana anche questi lievi timori di politiche monetarie più restrittive sono stati definitivamente fugati dai dati macroeconomici, che ci hanno mostrato una persistenza dell’inflazione a livelli molto bassi e di nuovo lontani dagli obiettivi delle banche centrali, che sono intorno al 2% e che ad inizio anno sembravano praticamente raggiunti. Inoltre dall’andamento di altri indicatori macroeconomici, in particolare i consumi USA, non vengono affatto notizie di accelerazione nel secondo trimestre della crescita che il sistema economico americano ha mostrato nel primo trimestre assai modesta.

Sono indicazioni del tutto discordanti con la narrazione fatta dai banchieri centrali in giugno e sollecitano qualche legittima perplessità sulla loro capacità di previsione dell’economia.

Al punto che la stessa Yellen in settimana ha dovuto in parte correggere il tiro, affermando la strana persistenza della “transitoria” debolezza dei prezzi e definendo solo come “moderato” il ritmo di crescita attuale dell’economia USA. Se non è una ritrattazione di quanto affermato a giugno, poco ci manca.

Pertanto i mercati si sono rimessi di buonumore, vedendo allontanarsi il pericolo di rialzi futuri dei tassi. Yellen ha confermato che ci saranno, ma non saranno più tanti, perché la nuova normalità sta a livelli più bassi di una volta (intorno al 3% di tasso ufficiale FED invece del 4-5% dei cicli precedenti) e forse nemmeno troppo ravvicinati, dato che comunque la FED si baserà sulle indicazioni provenienti di volta in volta dai dati economici.

Può darsi che chi esamina la situazione in modo ortodosso abbia non poche perplessità a vedere, come in questi giorni, borse che festeggiano i dati macro deludenti. In effetti in tempi normali segnali di rallentamento di crescita e prezzi avrebbero dovuto far storcere il naso agli investitori.

Ma questi non sono affatto tempi normali, come siamo costretti ad affermare da anni. Sono tempi di speculazione legata alle decisioni monetarie delle banche centrali. Che l’economia cresca assai meno che nei cicli passati è archiviato dai mercati come un semplice dettaglio. Ad animare le borse è la possibilità di carry trade (cioè finanziarsi a tassi prossimi allo zero percento per speculare su attività rischiose con rendimenti superiori) che i fondi hedge ed i grandi investitori praticano ad abundantiam. Un carry trade che viene favorito dall’immobilità dei tassi ufficiali o dalla lentezza dei ritocchi all’insù, e che viene invece ostacolato da manovre restrittive più convinte.

E, siccome le banche centrali ci stanno dicendo che se l’economi reale va meglio loro alzeranno i tassi o almeno smetteranno di pilotare al ribasso i tassi con acquisti di titoli sul mercato, ecco che dati scadenti nell’economia reale significano che viene meno l’urgenza di farlo.

Insomma: il classico “tanto peggio per l’economia, tanto meglio per i mercati” che abbiamo visto e tante volte commentato negli anni di Obama, torna di moda. E’ una chiave di lettura che l’arrembante retorica di Trump aveva sostituito con il sogno di “America First” e le illusioni di crescita alle stelle e tagli alle tasse.

Ma ora, come possiamo chiaramente constatare, sotto la spinta delle indagini giudiziarie del Russiagate, America First è diventata un penoso “Donald First”, ed il vecchio sbruffone pare più concentrato a “salvare le chiappe” dalle inchiesta a carico suo e della “famiglia” che a ricordare le promesse elettorali. L’economia USA viaggia ad una velocità che è la metà di quella promessa da Trump, e non sembra affatto in grado di aumentarla.

Allora i mercati, abbandonate le illusioni sulla crescita spaziale, sono tornati a speculare sul restringimento dei margini di manovra dei banchieri centrali e sul fatto che il rallentamento economico fermerà anche la loro pretersa di tornare alla normalità, dato che una eccessiva insistenza ad alzare i tassi senza crescita porterebbe alla recessione, farebbe crollare i mercati e permetterebbe alla politica di incolpare le banche centrali di aver staccato la pompa monetaria troppo presto. Già i rumor vociferano dell’intenzione del mesto Donald di sostituire Janet Yellen incolpandola di remare contro la sua politica, come i giornali, le indagini, l’ostilità internazionale e il buon senso.

Ed allora non è poi cosi strano quel che si è visto venerdì: dati sull’inflazione e sulle vendite al dettaglio USA in calo e indici americani Dow Jones e SP500 che realizzano il nuovo massimo storico, mentre il Nasdaq100 ha recuperato ormai quasi tutto lo scivolone di giugno.

Una logica c’è. Non è quella sana di una volta, quando le borse azionarie venivano condizionate dalla crescita economica e dall’andamento dell’economia reale.  E’ la logica malata di mercati dipendenti dalla liquidità, come i tossici alla dose di droga quotidiana. Lo schema di interpretazione della realtà è ribaltato, come in un mondo rovesciato, in cui più la crescita dell’economia si fa difficile, più diventa difficile il calo delle borse.

Facciamocene, ancora una volta, una ragione e accogliamo il ritorno di questo folle torello intenzionato ancora una volta a fare la corrida contro il buon senso.

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