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La Festa della Carota
13/07/2017 08:39

Anche lo spauracchio Yellen è stato elegantemente superato dai mercati azionari, che non hanno ancora voglia di correggere, e probabilmente, almeno quelli americani, sembrano intenzionati a rimettere il naso dalle parte dei massimi storici prima che la questione Russiagate si avviti magari verso esiti non proprio favorevoli alla stabilità politica.

La signora Yellen sa come guidare i mercati dove vuole. Ha nelle mani il potere di mandarli in estasi o in depressione a seconda di dove decide di mettere gli accenti nei suoi discorsi.

Intendiamoci: il cuore del discorso che la signora Yellen fa ai mercati è sempre lo stesso da un paio d’anni, cioè da quando è stato deciso di modificare la politica monetaria della Federal Reserve. Da allora in ogni discorso nonna Janet ripete il mantra di volere un graduale ritorno alla normalizzazione dei tassi.

Per i mercati, sia quelli obbligazionari che quelli azionari, il ritorno alla normalità significa fine della festa che è durata molto tempo, forse troppo, ed è coincisa con tutto il periodo della repressione finanziaria, cioè dei rendimenti schiacciati nei pressi dello zero percento. Ma siccome la festa è piacevole e soprattutto il ritorno dalle nuvole può essere doloroso, i mercati si aggrappano a tutto quel che può rallentare questa resa dei conti con il destino. Il salvagente si chiama gradualità. Più il viaggio verso la normalità sarà graduale, più la festa può estendersi.

Pertanto la reazione dei mercati alle parole di Yellen dipende sempre da dove la timoniera monetaria mette l’accento del suo discorso. Se vuole dare una bacchettata ai mercati basta che calchi la mano sulla necessità di normalizzare i rendimenti. Se vuole rianimare i mercati basta che enfatizzi la gradualità del percorso. Nella conferenza stampa dell’ultimo FOMC di metà giugno aveva calcato la mano sulla necessità di normalizzare i rendimenti perché l’economia è solida ed anche l’inflazione è destinata a raggiungere il target, comunicando anche l’avvio della riduzione della montagna  di titoli pubblici acquistati negli anni del QE. Il messaggio fu: gradualità, ma direzione chiara verso la normalizzazione senza tentennamenti. Il mercato non gradì e nelle settimane seguenti si alzarono i rendimenti e l’azionario attuò una mini-correzione, soprattutto con l’indice Nasdaq100, che aveva effettivamente corso molto.

Ieri, evidentemente, la Yellen si riteneva soddisfatta del colpo di freno dato ai mercati, e dopo il bastone usato a giugno, ha ritenuto opportuno dare ai mercati la carota della gradualità. Ed allora nella sua testimonianza alla Camera ha letto un discorso uguale nella sostanza a quello di giugno, ma opposto nei toni: vogliamo tornare alla normalità, ma con gradualità.

A dire il vero ha anche affermato che la normalità in futuro sarà un po’ più bassa che in passato. Significa che i tassi invece che tornare intorno al 4%, dovrebbero fermarsi al 3%. Ma anche questo non è una novità, poiché questa teoria della nuova normalità è almeno un anno che è stata presentata. Il ricordarla è servito a calcare ulteriormente la mano sul fatto che, tutto sommato, dato che i tassi sono già al 1,25%, siamo quasi a metà strada ed il cammino verso l’obiettivo potrebbe avvenire senza troppi scossoni.

Ovviamente questo discorso ha dato il via agli acquisti e spinto i principali indici a svoltare con decisione verso i massimi storici. Nasdaq100, quello più lontano dai suoi record, si è portato sul bordo superiore del canale discendente che delimita la sua fase di correzione, pronto a sfondarlo magari oggi. SP500 ha dimenticato le incertezze che lo accompagnano dal 20 giugno e si è fermato a soli 10 punti dai massimi storici di 2.453 punti. Il Dow Jones, che è il più in forma di tutti, i suoi massimi li ha addirittura superati per un attimo fin da subito.

Anche i mercati europei, che erano ben intonati fin dal mattino, hanno approfittato della compiacenza della Fed per compiere quel che non era pienamente riuscito il giorno precedente. Dax ed Eurostoxx50 hanno dato, stavolta in modo chiaro, quel segnale di inversione di breve che pone fine alla correzione in atto. Il nostro Ftse-Mib (+1,52%), come d’abitudine tra i migliori d’Europa, ha frantumato la resistenza di area 21.300 e cammina spedito verso il massimo annuale di 21.829, da cui lo separano poco meno di 400 punti. A trainare il nostro listino ieri non sono state tanto le banche, comunque positive nel complesso, quanto i petroliferi, che hanno sfruttato i segni di rimbalzo del prezzo del petrolio e la diminuzione delle scorte in USA.

Le parole di Yellen hanno anche calmato i rendimenti obbligazionari e le vendite di titoli di stato, e di conseguenza anche lo spread si è ammosciato, anche grazie alla clemenza della Commissione UE, che ha ufficialmente approvato la flessibilità concessa al nostro paese sul deficit di quest’anno.

E’ possibile che oggi l’allegria prosegua, anche se non escluderei affatto la possibilità che nonna Yellen, nella sua seconda audizione, questa volta davanti al Senato, oggi corregga un pochino il tiro, spostando un po’ l’accento dalla gradualità alla necessità di normalizzare i tassi. In questo modo calmerebbe l’euforia di ieri.

E’ il classico “fine tuning” verbale, come lo chiamano in USA, cioè il lavoro di cesello per orientare i mercati e soprattutto per far capire a tutti che nel mondo dell’economia il bastone del comando non ce l’hanno i politici, ma ce l’hanno solo loro, i banchieri centrali.

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