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Semestre di corsa. Ma ora si frena.
03/07/2017 08:32

I mercati azionari globali hanno chiuso il primo semestre operativo del 2017 con il freno a mano tirato.

E’ stato comunque un semestre decisamente positivo, come di dimostra l’indice globale MSCI World, che ha collezionato ben 6 variazioni mensili sempre positive, anche se la chiusura di giugno è stato solo lievemente più alta di quella di maggio e decisamente inferiore ai massimi raggiunti ad inizio mese.

I mercati si stanno interrogando su come impostare il movimento della seconda parte dell’anno, e, per ora, non hanno le idee molto chiare.

La novità è che nella seconda parte di giugno, le prese di beneficio dei venditori hanno preso il sopravvento su compratori esausti dall’attesa di vedere quell’accelerazione nella crescita americana promessa da Trump e finora lontana dall’orizzonte. A segnare il punto di possibile svolta verso una correzione importante potrebbe essere il cambiamento di strategia da parte delle principali banche centrali, che nelle ultime settimane hanno voluto comunicare ai mercati l’intenzione di rimuovere gran parte degli stimoli monetari che, quasi unanimemente, da molti anni stanno fornendo alle rispettive economie. Sono stati proprio queste forti iniezioni di liquidità ad azzerare i rendimenti obbligazionari e costituire il carburante principale per la clamorosa salita dei mercati azionari dal 2013 in poi, che ha trasformato il rimbalzo post crisi in un impetuoso movimento rialzista di lungo periodo in grado di far superare a molti dei principali indici mondiali i precedenti massimi storici e di innescare un circolo “virtuoso” (?) di aspettative speculative rialziste che al momento sembra non ancora esaurito.

Però è evidente il diffondersi sempre più insistente di prese di posizione di banchieri centrali che comunicano processi di “normalizzazione” delle politiche monetarie. Chi ha già cominciato da un po’ a stringere le redini del credito ed aumentare i tassi (la Federal Reserve è il battistrada, come lo fu per l’avvio della repressione finanziaria che iniziò nel 2008); chi annuncia la disponibilità a cominciare una fase di rialzi, dopo aver fermato le manovre espansive (BOE); chi sta terminando le politiche di Quantitative Easing e si appresta ad iniziare l’atterraggio (la BCE a fine anno). Rimane, pervicacemente convinta a proseguire gli stimoli, solo la Banca del Giappone.

Il clima monetario sta cambiando. Da marcatamente estivo ed in grado di garantire il bel tempo sui listini azionari ed obbligazionari, ad autunnale, con possibilità di scrosci di volatilità e ridimensionamenti di temperature, che renderanno più difficile il mantenimento dell’ottimismo ad oltranza a cui assistiamo almeno da 8 mesi, da quando l’arrivo di Trump ha portato le illusioni di crescita in grado di spingere molta liquidità, reperibile a costi irrisori, a riversarsi sull’azionario in cerca di avventure.

E’ abbastanza probabile, a mio parere, man mano che si irrigidiranno le condizioni monetarie, che si assista ad una correzione piuttosto significativa nella seconda parte dell’anno e che al termine del 2017 ci si possa ritrovare con i principali indici azionari molto al di sotto dei massimi annuali, che per molti sono stati anche massimi storici.

Una correzione che però, al momento, sugli indici principali americani, che segnano sempre la direzione per tutti, non possiamo ancora dichiarare come iniziata, anche se la scorsa settimana ha fatto correre più di un brivido. Nonostante ripetuti tentativi di sfondamento, però, i primi supporti hanno finora retto all’assalto ribassista di chi si è spaventato delle dichiarazioni dei banchieri centrali.

La settimana si è chiusa infatti al di sopra di 2.415 per SP500 e di 5.630 per il tecnologico Nasdaq100, che è l’indice che ha subito l’attacco ribassista più profondo. E’ vero che quest’ultimo non ha negato il completamento della figura ribassista di testa e spalle, avvenuto giovedì, però è altrettanto vero che la temuta accelerazione ribassista non si è vista.

Potrebbe essere solo un rinvio a questa settimana della resa dei conti, ma il dato difficilmente contestabile è la tenuta dei supporti, che potrebbe consentire un’apertura di settimana e di mese in rimbalzo.

Data l’importanza come driver dei mercati USA è bene sospendere ogni giudizio ed attendere un allontanamento degli indici da questi livelli. Ad aumentare l’incertezza interpretativa debbo aggiungere anche il comportamento del Vix, l’indice della paura, che giovedì aveva misurato l’esplosione di volatilità andando a segnare nel corso della seduta un +50% rispetto al giorno precedente (da 10,03 di mercoledì a 15,16 a metà seduta di giovedì). Ebbene, venerdì è tornato placidamente poco sopra gli 11 punti ed evidenzia che la preoccupazioni degli operatori pare abbastanza rientrata, almeno per il momento.

Segnalo anche che questa settimana si apre in modo anomalo in USA, dato che oggi c’è il ponte che porta, domani, all’Independence Day, la festa nazionale più sentita dagli americani. I mercati saranno abbastanza deserti oggi e chiusi domani.

L’Europa borsistica in settimana ha accusato il colpo assai più di quanto non sia capitato all’America. Registriamo cali assai più consistenti sia per Europstoxx50 che per il tedesco Dax. Entrambi gli indici hanno rotto quei supporti che in USA hanno retto e iniziato un pericoloso avvitamento ribassista che ha annullato quasi del tutto il balzo rialzista generato dalla vittoria di Macron alle elezioni francesi del 23 aprile. Soprattutto si aggrava il rapporto di forze tra l’azionario europeo, rappresentato da Eurostoxx50 ed azionario USA, rappresentato da SP500. Questo rapporto ha premiato l’Europa da fine febbraio a metà maggio. Da allora però l’indice USA ha cominciato a sovraperformare quello europeo e l’ultima settimana ha ulteriormente peggiorato le cose.

E pensare che sono molti mesi che i guru ci dicono che bisogna privilegiare l’Europa rispetto all’America, perché Draghi è accomodante mentre Yellen non lo è più. Ma i mercati questa settimana sembrano aver capito che anche Draghi si appresta a diventare meno accomodante. Curiosamente il cambiamento di tono di Draghi è avvenuto proprio subito dopo il salvataggio delle banche venete da parte del governo italiano, che ha favorito Intesa e un po’ tutto il sistema bancario italiano con soldi pubblici, e che ha garantito questa settimana al nostro Ftse-Mib la performance migliore tra gli indici europei.

Il salvataggio delle banche venete è avvenuto in modo così sfacciatamente contrario ai principi del rigore europeo, che forse Draghi ha dovuto concedere qualcosa in cambio al rigorismo tedesco, per evitare che i rappresentanti tedeschi della BCE gli rinfaccino troppa partigianeria nei confronti del suo paese. La favola del Draghi sempre e soltanto accomodante, lo zio che porta sempre regali monetari ai mercati e consente loro di fare la bella vita, potrebbe volgere al termine.

E sembra che non sia un lieto fine.

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