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La Normalizzazione irrita i mercati
30/06/2017 08:40

E’ tornata la volatilità. Come succede normalmente, dopo un periodo di stasi laterale e di contrazione delle oscillazioni, i mercati, appena riescono a focalizzarsi su un elemento catalizzatore, prendono con decisione una direzione.

Sembra che stia succedendo anche stavolta, e la causa scatenante l’avvio di un processo che potrebbe animare l’estate e turbare la placida assuefazione al migliore dei mondi possibile, è il cambiamento di rotta di molte tra le banche centrali più importanti del mondo.

Che cosa sia successo è presto detto. I primi mesi di quest’anno hanno allargato la convinzione che la fase più negativa del ciclo economico globale sia finita. Gli USA, che sono da tempo sulla strada della crescita, magari assai più “stitica” delle abitudini del secolo scorso, continuano a viaggiare verso la piena occupazione ed hanno un’inflazione non lontana dal 2%, che per la FED è il livello ideale.

Ma la novità viene dall’Europa, che ha mostrato di svoltare con buona decisione e da tre trimestri mostra una crescita in accelerazione, tanto da superare addirittura il ritmo degli USA nel primo trimestre di quest’anno. Anche i paesi emergenti hanno mostrato miglioramenti, tanto da convincere il FMI ad una cospicua revisione in positivo delle attese di crescita globale per l’anno corrente.

L’inflazione ondeggia, pesantemente condizionata dalle evoluzioni del prezzo del petrolio, che alterna mesi in salita e mesi di forte calo, ma è ormai convinzione generale che il pericolo deflazione, tanto temuto fino ad inizio anno da Draghi, sia fugato, e che le prospettive future siano di progressivo rialzo, anche se lento. Perciò sia la crescita che l’inflazione stanno andando nella direzione voluta dalle banche centrali.

Questo scenario ha tolto alle banche centrali ogni necessità di continuare il forte sostegno all’economia, che sembra essere in grado di camminare senza le stampelle monetarie. Pertanto il processo di rimozione degli stimoli straordinari ed il ritorno alla normalizzazione monetaria significherà tornare a rendimenti abbondantemente superiori a quelli che abbiamo visto fino a pochi mesi fa, che per i debitori più solidi sono stati addirittura negativi sulla scadenza decennale, ed anche ora lo sono sulle scadenze più brevi.

Come ad un paziente che ha superato la fase acuta della malattia e si avvia verso la convalescenza vengono ridotte o eliminate le cure più pesanti, un’analoga progressiva rimozione delle misure monetarie estremamente accomodanti è nell’ordine delle cose anche da parte delle banche centrali.

Sembrerebbe una cosa ovvia. Questo “protocollo terapeutico” ha cominciato ad essere praticato da alcuni mesi, con lenta gradualità, dalla Federal Reserve americana e comincia ad essere preso in considerazione dalle banche centrali che hanno imitato la FED nelle manovre di stimolo in passato, ed ora debbono necessariamente imitarla nell’operazione di rientro verso la normalità.

Che c’è di strano in tutto ciò? Nulla, se non fosse che i mercati finanziari si sono lasciati andare un po’ troppo nei festeggiamenti gli scorsi anni, cavalcando le manovre accomodanti con rialzi enormi e abnormi rispetto ai fondamentali ed al buon senso, come se confidassero che la straordinaria accondiscendenza delle banche centrali fosse diventata la regola ed i rendimenti negativi la nuova normalità. L’euforia ha portato i mercati, sia quelli obbligazionari che quelli azionari, a vette inusitate, grazie alla retorica di alcuni banchieri centrali molto portati a soffiare sul fuoco della speculazione rialzista, promettendo lunghi periodi di tassi a zero. Penso soprattutto a Draghi e Kuroda (Banca del Giappone).

Ora occorre prendere atto che la FED è già in fase di atterraggio, mentre la Bank of England ha annunciato di allacciare le cinture, perché l’atterraggio è prossimo e, nei giorni scorsi anche Draghi ha dovuto ammettere che tra qualche mese anche la BCE dovrà iniziare le manovre di tapering.

Allora i mercati debbono svegliarsi dal sogno. Un sogno che peraltro è stato alimentato anche dall’arrivo di Trump, che con le sue sconclusionate teorie economiche che promettono botte piena e moglie ubriaca, ha spinto in questa prima parte dell’anno la speculazione rialzista oltre le nuvole.

Che cosa combini Trump comincia ad essere evidente: nulla di quanto promesso. In un mondo normale se prometti la luna e poi non riesci a portarla sulla terra nessuno dovrebbe sorprendersi. Ma siccome i mercati hanno creduto alla luna di Trump, anche lo sgonfiamento del fenomeno da baraccone diventa una sorpresa.

Perciò i mercati stanno cominciando a fare i conti con uno scenario finanziario meno favorevole all’euforia. Ecco allora che la “sorpresa” di vedere i banchieri centrali (anche quelli più generosi, come Draghi) per una volta intenti a discutere di normalizzazione, dopo anni di abitudine a sentirli parlare solo e sempre di misure accomodanti, deve aver ricordato a qualche investitore che sulla piattaforma di trading online non esiste solo il tasto Buy, ma anche quello Sell. E che un indice SP500 oltre i 2.400 punti, quando nel 2009 era sotto i 700, un indice Nasdaq100 a 5.800 punti, dai 1.040 del 2009 e, tanto per parlare anche di Europa, un indice Dax a 12.800 dai 3.600 del 2009, forse sono più da vendere che da comprare.

Ecco allora che i mercati ieri si sono nuovamente riallineati in fase correttiva. L’euro ha continuato la sua salita e si è portato ben oltre 1,14 sul dollaro. I rendimenti obbligazionari anche. Quello del Bund è arrivato a 0,46%, raddoppiando in 3 giorni. Quello del nostro BTP decennale è tornato al 2,16%, recuperando due terzi della discesa attuata nella fase centrale del mese.

L’azionario ha dimenticato le ridicole smentite di Constancio, che mercoledì ha tentato di addolcire le parole di Draghi ed ha favorito un rimbalzo dei mercati, che ieri si è dimostrato effimero.

Sia il Dax che Eurostoxx50, con un calo di portata vicina ai 2 punti percentuali, hanno perforato significativamente il supporto che sosteneva il trading range e fornito un segnale di accelerazione ribassista. Questi due indici si sono portati quasi al livello che avevano prima dell’entusiasmo generato dalla vittoria elettorale di Macron ed oggi potrebbero tentare chi chiudere completamente il gap che l’esito del voto francese del 23 aprile aveva aperto su tutti gli indici europei.

Va un po’ meglio il nostro Ftse-Mib, anche ieri tra i migliori del continente, anche se in questo caso dobbiamo parlare di “meno peggio”.  L’indice italiano non ha ancora sfondato il supporto del trading range di 20.580, anche se lo ha avvicinato molto. Il merito è delle banche, ancora abbastanza comprate dopo il sollievo ottenuto sulle banche venete a spese del contribuente.

Il settore bancario è l’unico che si avvantaggia di uno scenario di tassi in aumento. Non mi stupisce pertanto la performance italiana migliore di quella di indici più “industrializzati” del nostro. Le banche hanno penalizzato molto l’indice italiano durante la fase dei tassi in discesa e delle sofferenze in aumento. Ora che i tassi si rialzano e si vocifera che il modello bad bank nazionale, attuato da Padoan per risolvere la questione banche venete, potrebbe addirittura diventare il benchmark europeo per risolvere le sofferenze (attenti ad esultare: significa che il contribuente tira fuori altri soldi), per le banche si apre una fase che potrebbe essere positiva, e questo potrebbe riflettersi sulla forza del nostro indice.

Sempre che intorno a noi non crolli tutto, perché in questo caso le banche non basterebbero a salvarci.

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