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Le banche italiane festeggiano. Ma solo loro
27/06/2017 08:39

I mercati americani vivono una fase che è difficile definire. La direzione non riesce ad imporsi, e prevale l’incertezza per l’immediato futuro, che riduce l’operatività e le motivazioni del mercato azionario. Del resto la permanenza nei pressi dei massimi storici comincia a provocare qualche  vertigine, dopo una salita senza significative correzioni, che dura ormai da 16 mesi. La notevole perdita di smalto di Trump, ingessato dai suoi problemi giudiziari relativi al russiagate,  impedisce ai mercati di puntare altri soldi sui suoi progetti economici elettorali, ma non basta ancora a far crollare le speranze di vedere, prima o poi, l’attuazione di qualche promessa economica pro-business.

Il risultato è il trascorrere del tempo senza emozioni. Le chiusure delle ultime 5 sedute dell’indice principale (SP500) sono state tutte comprese in meno di 5 punti (la più bassa a 2.434,5 il 22 giugno, la più alta ieri a 2.439). Ieri l’incapacità di osare è stata evidente. Dopo un’apertura positiva, trainata forse dalle discrete performance che si vedevano in Europa, il tentativo di attacco ai massimi storici è naufragato a quota 2.450 ed ha lasciato spazio ad una retromarcia che si è mangiata tutta la positività ed ha disegnato una candela giornaliera che mostra chiaramente l’occasione perduta.

La mancanza di volatilità è confermata anche dal comportamento dell’indice Vix, che è nuovamente scivolato sotto 10, e comincia a porre le basi, insieme alle bande di Bollinger, strette come raramente è capitato in passato, per un possibile movimento direzionale di una certa dimensione, quando il mercato riuscirà a catalizzare uno scenario su cui scommettere.

La debolezza di Wall Street ha frenato l’andamento degli indici europei, che avevano passato larga parte della seduta in decisa crescita, grazie al settore bancario, soprattutto italiano, dopo il via libera dell’Unione Europea all’ardita richiesta italiana di salvataggio delle banche venete.

Il Ftse-Mib è stato infatti il miglior indice europeo, trainato da tutte le numerose banche quotate sul paniere principale, che hanno aperto in gap la seduta e si sono mantenute sempre ben impostate, anche quando, sul finale, sono scattate prese di beneficio che hanno portato in negativo parecchi titoli non bancari. Il titolo maggiormente premiato è stato, ovviamente, Intesa, beneficiario dei regali governativi, ma anche le altre banche hanno respirato per lo scampato pericolo di un bail-in che avrebbe causato in capo a loro gran parte delle perdite che, invece, si è accollato il contribuente italiano.

Meno ovvia è stata la discesa dello spread BTP-Bund, che forse ha valorizzato la sconfitta del rigore tedesco. E’ difficile pensare che abbia premiato un aumento della solidità del debito pubblico italiano, che viene ulteriormente ingigantito dall’operazione.  

Il fatto che il mercato azionario abbia premiato solo ieri in modo significativo il sistema bancario italiano, benché la disponibilità di Intesa a rilevare le banche venete ed il piano del governo, con tanto di dettagli sul regalo consistente alla banca milanese, fossero sul piatto da giovedì scorso, ci conferma che il via libera dei regolatori europei non era affatto dato per scontato da un mercato guardingo, che non escludeva intoppi nel week-end.

In effetti io stesso ho accusato una certa meraviglia a vedere filare liscia un’operazione che scardina completamente l’impianto del bail-in con un escamotage giuridico concesso dalla Commissione UE  al nostro governo. Personalmente mi chiedo che cosa abbia portato Padoan alla Vigilanza BCE per convincerla ad ammettere il salvataggio senza bail-in e addirittura con il burden sharing di fatto in gran parte annullato dal rimborso praticamente al 100% dei subordinati in possesso agli investitori privati. E che cosa abbia raccontato alla Commissaria alla Concorrenza Vestager per ottenere il via libera ad un consistente aiuto di stato ad Intesa, in spregio alle norme sulla concorrenza.

A sorprendermi ancor più è il silenzio ufficiale dei leader tedeschi Merkel e Schaeuble, che danno l’impressione di voler ingoiare il rospo. Il pensiero più benevolo che mi viene in mente è che abbiano tollerato lo sgarbo coltivando in cuor loro la rivincita con un no definitivo alla condivisione in sede europea della garanzia sui depositi fino a 100.000 euro in caso di bail-in, che era previsto come tassello finale alla creazione dell’Unione Bancaria. I tedeschi finora si sono sempre opposti per non essere obbligati a pagare per i buchi altrui. E magari potrebbero anche aumentare la pressione per includere nella valutazione del rischio bancario, fatta dalla Bce con gli stress test, anche i titoli di stato in loro possesso, che finora vengono esclusi.

Una interpretazione più malevola mi porta a pensare che abbiano accettato il bluff italiano per poterlo poi ripetere anche loro, magari in grande stile, quando si presentasse in futuro qualche colosso bancario da salvare in casa loro.

E’ evidente, comunque, che la vicenda mette una pietra tombale sulla sostanza del principio del bail-in, che non si riesce a far applicare a nessuno. I governi preferiscono ancora far pagare le crisi bancarie alla collettività distratta piuttosto che ai gruppi di interesse direttamente coinvolti, poiché questi ultimi sono in grado di intavolare proteste che minano il consenso politico immediato, mentre caricare le perdite sul debito pubblico equivale a nascondere la polvere sotto un tappeto che verrà alzato solo dalle generazioni future. Perciò si presentano davanti alla stampa con sempre il medesimo catalogo di barzellette, come quelle uscite ieri dalla bocca del mesto Gentiloni: “il provvedimento era inevitabile”…. “abbiamo tutelato i risparmiatori, i lavoratori ed il territorio”…. “non abbiamo fatto regali a nessuno” …. “abbiamo rispettato le regole europee”…. “confidiamo di recuperare in futuro i soldi che ora utilizziamo”. Tutte cose sentite in passato e che probabilmente risentiremo chissà quante altre volte in futuro.

Chioserebbe Totò: “… e io pago!!”

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